VERONA: CONFERMATA (IN PARTE) LA CONDANNA DEI LEGHISTI

Il 30 gennaio 2007 si è celebrato a Venezia il processo d’appello contro sei leghisti accusati di istigazione all’odio razziale e di propaganda di idee razziste. L’accusa si riferisce ai fatti dell’agosto-settembre 2001, quando la Lega Nord di Verona organizzò una campagna (“FIRMA ANCHE TU PER MANDARE VIA GLI ZINGARI DALLA NOSTRA CITTA'”) contro la comunità Sinta di Verona, accusata di risiedere in un’area irregolare.

Andrebbe premesso che, proprio a causa delle pressioni della Lega Nord in Comune, nel 1995 era stata votata una mozione nella quale si rigettava la Legge Regionale 54/1989 che prevedeva che i Comuni avessero la responsabilità di allestire aree per la residenza di gruppi di Rom e Sinti presenti sul territorio. Sempre nel 1995 la Lega aveva bloccato la costruzione di un’area in Via Pasteur adibita alla residenza delle famiglie Sinte. Non era certo colpa dei Sinti, quindi, che risiedessero ancora in un’area adibita alla sosta delle famiglie giostraie. In tale area, infatti, i Sinti erano stati indirizzati dalla Polizia Municipale e da funzionari comunali, una volta naufragato il progetto di Via Pasteur.

In primo grado, nel 2005, i sei leghisti accusati di aver organizzato la campagna razzista di raccolta firme, Flavio Tosi, Barbara Tosi, Matteo Bragantini, Enrico Corsi e Maurizio Filippi, erano stati condannati a sei mesi di reclusione e a tre anni di interdizione a partecipare ad elezioni politiche ed amministrative. Il giudice li aveva ritenuti colpevoli di aver organizzato una campagna dai toni razzisti e di aver istigato all’odio razziale. Tali pene erano state sospese, nonostante i sei leghisti non solo non mostrassero di aver compreso la valenza della condanna ma ripetessero, e ripetono tuttora, che ritenevano giusta tale modalità razzista e che avrebbero ripetuto ogni atto commesso. Nelle motivazioni della condanna di primo grado si legge che i leghisti erano stati condannati per aver “diffuso idee fondate sulla superiorità e sull’odio razziale ed etnico e incitato i pubblici amministratori competenti a commettere atti di discriminazione per motivi razziali ed etnici e conseguentemente creato … un concreto turbamento alla coesistenza pacifica dei vari gruppi etnici nel contesto sociale al quale il messaggio era indirizzato.”

Il 30 gennaio 2007 si è svolto a Venezia il processo d’appello. Il giudice ha ridotto le pene, assolvendo i leghisti dall’accusa di “istigazione all’odio razziale” perché il fatto non sussiste, pur confermando la condanna per aver organizzato una campagna razzista. I mesi di reclusione sono stati ridotti da sei a due. Ridotti anche i risarcimenti ai sette Sinti costituitisi parte civile e all’ente morale Opera Nomadi. Ha quindi retto fondamentalmente l’impianto accusatorio. Tuttavia, ci si chiede come una campagna organizzata da membri autorevoli di un partito politico, con manifesti affissi in tutta la città e raccolte firme, possa non essere considerata istigazione all’odio razziale.

Dalla sentenza d’appello comprendiamo che secondo i giudici di secondo grado, non vi è stata incitazione verso i pubblici amministratori, perché in realtà, ciò che era indirizzato agli amministratori era il testo della petizione. Il testo della petizione chiedeva, testualmente, “lo sgombero immediato di tutti i campi nomadi abusivi o provvisori e che l’Amministrazione non realizzi nessun nuovo insediamento nel territorio comunale”. Ora, abbiamo già visto come la Lega Nord fosse responsabile di tale stato di abusivismo e provvisorietà. Tuttavia, sappiamo che le storie che si raccontano nelle sentenze sono sempre parziali ricostruzioni e non ci scandalizziamo di questo. Rimane, però, la delusione di fronte al fatto che i giudici non considerino che i pubblici amministratori fossero stati colpiti, come gli altri cittadini, dalla campagna mediatica razzista della Lega Nord, come se vivessero in un altro mondo.

La scissione tra il testo della petizione e i toni della campagna mediatica, linea di difesa degli avvocati leghisti, è una farsa che anche un bambino può comprendere. Ai pubblici amministratori era sufficiente chiedere un atto amministrativo per realmente “cacciare gli zingari da Verona”. Ai cittadini, affinché firmassero e facessero pressione sugli amministratori, era invece necessario muovere l’irrazionale odio razzista. Come pensare che la pressione mediatica della campagna razzista e le firme dei cittadini non influenzassero i pubblici amministratori? E anche la richiesta di un atto amministrativo – che calpesti i diritti di una minoranza, non allestendo aree regolari per la residenza dei Sinti, chiudendo gli insediamenti che per colpa stessa delle negligenze amministrative erano abusivi e provvisori, impegnandosi a non allestirne altri, come previsto dalla legislazione europea e regionale – non è forse incitare i pubblici amministratori veronesi competenti a commettere atti di discriminazione per motivi razziali ed etnici?

Dalla sentenza di primo grado leggevamo: “È, dunque, falso che gli imputati abbiano mentito facendo credere di aver voluto cacciare o fare cacciare tutti gli zingari dalla città di Verona. È, invece, vero il contrario: nel caso di specie gli imputati, diffondendo ‘tout court’ pensieri fondati su idee di superiorità e di odio razziale, hanno incitato a commettere atti di discriminazione per ragioni razziali ed etniche nei modi indicati in imputazione…”

Intanto la Lega Nord, nei cinque anni dai fatti del 2001, ha provveduto a promuovere i sei razzisti. Flavio Tosi, attualmente candidato sindaco di Verona alle prossime elezioni amministrative, allora consigliere comunale e segretario cittadino di partito, è ora assessore regionale alla sanità, posto ben guadagnato con le 28 mila preferenze raccolte alle elezioni amministrative. Il tutto a segnalarci che le politiche razziste raccolgono i loro frutti. Nel frattempo la legge anti-razzismo europea stenta a farsi strada, le istituzioni balbettano, chiedendosi ancora cosa sia razzismo e cosa no, cosa sia istigazione all’odio e cosa no. I discorsi populisti di chi attizza i suoi contro gli altri fanno invece rapida presa, e chi li fa rivendica, come gli imputati, la libertà di parola e opinione, anche quando queste calpestano i diritti fondamentali di chi ti sta accanto.

SUSPINO. UN GRIDO PER I ROM

Il documentario “SUSPINO – Un grido per i rom” offre uno sguardo sulla persecuzione che affligge la minoranza europea più numerosa e umiliata. Con la caduta del comunismo e il rafforzamento del nazionalismo di destra, i rom sono diventati il capro espiatorio delle nuove democrazie dell’Est Europa. A causa di violenti conflitti e discriminazioni, decine di migliaia di rom dell’Europa Orientale scappano dai loro Paesi. Questo video parla della Romania, dove la più grande concentrazione di rom in Europa è considerata ‘nemico pubblico’. E parla dell’Italia, dove i rom sono considerati nomadi e relegati a vivere nei campi, negando loro i diritti umani fondamentali concessi ai rifugiati e ai cittadini stranieri. Con lo scopo di creare una cittadina romena “de-tziganizzata”, un sindaco vuole deportare i rom locali in un allevamento di polli abbandonato, circondato da filo spinato e sorvegliato da guardie e cani. Una famiglia rom si riunisce in un cimitero della Transilvania per piangere la morte di tre fratelli assassinati durante un pogrom che vide la distruzione di 21 delle loro case. In uno squallido campo di roulotte e baracche a 10 chilometri dal centro di Roma, una giovane coppia rom scappata dalla persecuzione in Romania sta cercando di costruirsi una nuova vita, ma si trova ad elemosinare sulla strada per dar da mangiare ai propri figli. Un attivista rom romeno, richiedente asilo in Canada, racconta la toccante storia di un pogrom contro la sua comunità in Romania, e spiega che questa crisi internazionale dei diritti umani ha le sue radici nei 500 anni di schiavitù sofferti dai rom nell’Europa Orientale. La Romania sta per entrare nell’Unione Europea nel 2007. La sua politica verso le minoranze, soprattutto i rom, è stata oggetto di critiche negli ultimi anni. Ma che speranza c’è per i rom se anche i vecchi paesi dell’Unione Europea come l’Italia sono anch’essi in flagrante violazione delle convenzioni dei diritti umani?

SCUSATE CI ERAVAMO SBAGLIATI… OPPURE NO?

Di Nando Sigona

“La valutazione della Commissione europea, di integrale apprezzamento per le misure adottate dal Governo italiano sui campi nomadi, non ha bisogno di commenti: è chiara ed esplicita. Mancano ancora, invece, le scuse pubbliche di tutti quegli italiani che, all’opposizione dentro e fuori il Parlamento, non hanno esitato a buttare fango sull’Italia pur di contrastare l’azione dell’Esecutivo”. Il Sottosegretario Mantovano ha chiesto le nostre scuse e di tutti quelli che negli ultimi mesi hanno trovato le politiche e l’atteggiamento del governo italiano contro rom e sinti razzista e discriminatorio.

La lista di coloro le cui scuse sono attese è piuttosto lunga e include anche una buona parte dei 785 deputati del parlamento europeo, amnesty international, vari corrispondenti della stampa internazionale, intellettuali e attivisti da mezza Europa che hanno scritto petizioni e raccolto firme, il papa e vari cardinali, il commissario europeo Vladimir Spidla, numerose associazioni italiane e qualche milione di elettori. Cosa bisogna fare allora? Chiedere un appuntamento con il Sottosegretario e porgergli le nostre scuse personalmente o possiamo più comodamente inviargli una cartolina?

Ma esattamente cosa ha detto il commissario europeo Barrot – esponente del partito di Sarkozy che ha sostituito recentemente il ministro Frattini come commissario europeo alla giustizia, libertà e sicurezza? Secondo Mantovano, Barrot avrebbe espresso un ‘totale apprezzamento delle misure adottate dall’Esecutivo sui campi nomadi’. Certo non stiamo a dubitare delle parole di un sottosegretario – abbiamo imparato la lezione. Ma per rispetto al Commissario Barrot, riportiamo anche la sua dichiarazione: ‘questo rapporto [si riferisce a quello inviato il 1 agosto dal governo] indica che nè le ordinanze, nè le linee direttive, nè le modalità di esecuzione autorizzano alla raccolta di dati circa l’origine etnica e la religione delle persone censite’ e che ‘da quanto afferma il rapporto’, le azioni del governo italiano ‘sono compatibili con il diritto comunitario’. Eppure a me sembra di ricordare che la scheda utlizzata a Napoli per la raccolta dei dati contenesse sia l’etnia che la religione del ‘censito’, oltre all’impronta digitale. Ma forse mi ricordo male.

Sempre scusandomi con il sottosegretario, vorrei far notare anche che quello che ha detto il commissario Barrot non è proprio un’ ‘apprezzamento integrale’ di tutto quanto fatto dall’Esecutivo rispetto ai campi nomadi. Il testo di Barrot è molto più circoscritto e cauto e fa riferimento unicamente alla questione della raccolta dei dati dattiloscopici, quello che il ministro Maroni chiama eufemisticamente ‘censimento’; inoltre nella mezza paginetta del comunicato, il commissario ripete ben quattro volte che la valutazione si basa su quanto il governo ha affermato nel suo rapporto spedito in data 1 agosto. Cosa ci sarà scritto in questo rapporto? Ho cercato sul sito del ministero dell’Interno e nella pagina web della Commissione Europea e del suddetto rapporto non c’e’ traccia – materia di sicurezza nazionale, forse?

Comunque, provo a ricapitolare la cronologia degli eventi in cerca di qualche utile indicazione. Il 30 maggio, il governo emette tre ordinanze del presidente del consiglio (n.3676, 3677, 3678) che decretano ‘lo stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi’ nei territori di Lazio, Lombardia e Campania.

A giugno inizia la mappatura dei residenti dei campi, ‘non sarà certo una schedatura etnica – ha precisato il ministro Maroni – ma un censimento vero e proprio per garantire a chi ha il diritto di rimanere, di poter vivere in condizioni decenti. E mandare invece a casa chi non ha il diritto di stare in Italia’. Mi chiedo allora come mai, se si tratta di un censimento, non hanno inviato i ricercatori dell’ISTAT invece di poliziotti e croce rossa a raccogliere i dati e come mai, se si tratta di un censimento, non sia stato garantito l’anonimato dei censiti e infine perché sono stati schedati cittadini italiani di etnia sinta e rom. A quale scopo? Gli verra tolto il diritto di vivere in Italia?

A fine luglio, a ‘censimento’ avanzato, precisamente il 23 luglio, il governo d’improvviso si ricorda di non aver detto alle prefetture come andava fatta la raccolta dati ed emette una circolare contenente le linee guida per l’implementazione del ‘censimento’. Infine, dopo appena una settimana, invia il ‘rapporto’ di cui sopra al commissario Barrot. Il quale dopo un mese, il 5 settembre, certifica che le indicazioni date da governo nella circolare hanno reso il ‘censimento’ in linea con il diritto europeo. Mi scusi, sottosegretario Mantovano, ma c’è qualcosa che non convince in questa faccenda. A cosa è servita la circolare del 23 luglio visto che il censimento era già quasi ultimato?

Infine, voglio scusarmi anche con quei deputati del PD che, con l’acume politico che ormai abbiamo imparato a conoscere, si sono affrettati a frenare gli entusiasmi dell’Esecutivo per la decisione della Commissione. Ma non per contestarla, piuttosto per attribuirsi il merito per il giudizio di Barrot, sostenendo che è stato possibile “solo grazie alle correzioni apportate dal governo dopo la forte azione di denuncia del Pd e delle associazioni laiche e cattoliche che si occupano di questi temi”.

Ordinarie emergenze partenopee

di Francesca Saudino (osservAzione)

In una Napoli invasa dall’immondizia con strade e marciapiedi inondati dai sacchetti, con i blocchi stradali, le colonne di fumo nero ecc, il 13 maggio 2008 scoppia l’ “emergenza rom”. Sembra l’inferno. Nessuna delle due “emergenze” è ovviamente un’emergenza ma il frutto di politiche sbagliate e/o di mancati interventi programmatici. Nemmeno a farlo a posta ancora una volta i “rifiuti” sono accomunati.

I fatti di questi giorni

Una donna accusa una ragazza rom di aver tentato di rubare sua figlia nel quartiere Ponticelli, la ragazza rom viene aggredita e rischia il linciaggio da parte di un gruppo di cittadini napoletani, la polizia ferma la ragazza che viene poi portata nel carcere minorile di Nisida.

L’episodio rimbalza sui media nazionali, cresce l’isteria per lo zingaro che ruba i bambini, un gruppo nutrito di persone di Ponticelli attacca i campi abusivi del quartiere, ci sono episodi di aggressione fisica e verbale, vengono lanciate molotov incendiarie e alcune baracche prendono fuoco. I rom si rintanano tutti in due campi, alcune volanti della polizia (poche) presidiano l’area. Sul luogo, alle 14 del 13 maggio c’è Michele Cocuzza per girare “la vita in diretta”. Si scatena il putiferio, in presenza della polizia vengono lanciate altre molotov e i campi continuano a bruciare. La folla è inferocita. I rom sono terrorizzati e reclusi. La polizia presidia i campi. La folla di napoletani controlla la polizia. I rom devono andare via.

Arriviamo in serata e un poliziotto ci dice: “siamo rassicurati dalla vostra presenza, fino ad ora non si è visto un politico”. Alcune ore di discussione sul da farsi, arriva la protezione civile, “non ci sono soluzioni, né tende provvisorie, né chiese, né altro”, dicono. Non c’è spazio dove metterli al sicuro. Devono andare via (tutti d’accordo!). La protezione civile scorta la maggior parte dei rom fino alla baraccopoli del quartiere vicino. Alcuni (circa 15) vengono portati nel centro ex scuola Deledda. I rom vanno via con i loro Ape, la folla inveisce e grida: “abbiamo vinto, abbiamo vinto, via, via, dovete andare via”. Nessuno viene fermato.

Il giorno dopo continuano gli incendi dei campi vuoti, i pochissimi rom presenti in un campo un po’ appartato vanno via. Appare una manifesto a firma del Partito Democratico “via gli accampamenti rom da Ponticelli”. A Ponticelli non ci sono più rom.

Edilizia di Ponticelli

L’area dove sorgevano i campi è l’area interessata al PRU (programma di recupero urbano): 67 milioni di euro sono disponibili per un intervento di riqualificazione dell’area. Se i lavori non inizieranno il 4 agosto di quest’anno questi soldi andranno persi. La questione ha una storia vecchia di un po’ di anni, ci sono state già gare d’appalto, andate deserte. Perché? Quello che ha fatto cambiare il corso delle cose di recente, forse, è il fatto che sia aumentata la percentuale destinata all’edilizia privata (40%).

Un passo indietro.

Il 3 maggio all’auditorium di Scampia si tiene un incontro importante organizzato dal “comitato per lo spazio pubblico”, un comitato cittadino composto sia di italiani che di rom che riflette sugli spazi pubblici e sull’utilizzo partecipato degli stessi. L’incontro si intitola “Asunen Romanen/Sentiteci Gente”, un gruppo di rom dei campi di Scampia si costituisce in associazione, l’incontro è pensato per farsi conoscere dalla città con alcune iniziative culturali, uno spettacolo autorganizzato dai rom, un gruppo musicale, un gruppo di ragazzi di Scampia che organizza lo spettacolo su S. Giorgio, da sempre il santo dei rom, il tutto nell’auditorium, uno spazio pubblico reso fruibile dalle persone. Ma l’incontro è anche un confronto con alcuni attivisti rom, Nazzareno Guarnirei, rom abruzzese e neoeletto presidente della Federazione Rom e Sinti Insiem e Demir Mustafà, rom macedone che vive da anni in Toscana. E’ un confronto tra rom e non rom sulle strade da intraprendere per dialogare e far sentire la propria voce. Il risultato è una critica netta all’intervento assistenziale che ha contraddistinto le politiche rispetto ai rom negli ultimi 30 anni, un rifiuto dei campi, un invito alla partecipazione e l’idea di pensare insieme alla trasformazione degli spazi, nell’interesse di tutti.

A Napoli ci sono migliaia di rom in baraccopoli ed un unico campo autorizzato situato tra un carcere ed una strada a scorrimento veloce.

Resoconti e prospettive

Evidentemente le politiche nazionali e locali sui rom e sulla convivenza attuate fino ad ora non hanno portato risultati significativi. Negli ultimi tempi la situazione si è aggravata perché la destra ha costruito la campagna elettorale sull’odio razziale, in particolare contro i rom e per la sicurezza (di chi?) e la sinistra l’ha seguita sullo stesso tema, balbettando. Ha vinto la destra e ora dovranno dare seguito alle promesse.

La questione è complessa ma necessita di scelte decise. I piani sono vari, c’è la questione dei rom dei loro diritti e del contrasto della discriminazione contro di loro, c’è la questione della democrazia, c’è la questione economica, c’è la questione della convivenza, c’è la questione degli spazi lottizzati. Ce ne sono tante altre. Da dove partire per dipanare la matassa?

Il principio di uguaglianza e di non discriminazione, espresso con chiarezza all’art. 3 della Costituzione italiana, richiamato da molte norme dell’ordinamento interno e da quelle di rango sovranazionale, impone il trattamento paritario delle persone, per tutti gli aspetti del vivere: dalla casa, alla scuola, al lavoro ecc; oltre a ciò lo Stato ha il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale all’uguaglianza.

In questo senso è automaticamente illegittimo pensare soluzioni abitative con parametri al di sotto degli standard valevoli per tutti, come i campi; è illegittimo pensare a classi scolastiche differenziali, è illegittimo pensare e dichiarare di voler allontanare coattivamente un intero gruppo appartenente ad una nazionalità o ad una “razza” e via dicendo ed occorre pensare politiche che colmino il gap socio-economiche di chi non riesce, a causa di pregiudizi, difficoltà e quant’altro, ad accedere al mondo del lavoro, quindi ad avere un titolo regolare di soggiorno, alla casa ecc ecc.

Se centinaia di rom vivono da 30 anni (o anche da 5) in un quartiere, fanno parte della popolazione di quel quartiere indipendentemente dal fatto che siano nati da un’altra parte, che siano italiani o stranieri, che siano rom o non rom, pertanto una politica di amministrazione del territorio deve tener conto degli interessi, dei bisogni di tutti.

Non solo non è possibile pensare che la soluzione sia “cacciarli tutti”, perché questo è vietato dalla legge, ma non si tratta neppure semplicemente di fare fronte ad una emergenza umanitaria. Si tratta di mettere in campo strategie efficaci di lungo periodo che permettano l’avvicinamento delle persone ed una vita dignitosa per tutti. E’ anacronistico pensare a soluzioni definite temporanee ed emergenziali, perché non solo non si tratta di un’emergenza ma sappiamo già che la “temporaneità” non esiste nella prassi degli interventi pubblici.

Bambini nei “campi nomadi”: quando anche la salute si fa precaria

I risultati di una ricerca epidemiologica condotta nei campi nomadi italiani

Nando Sigona

Secondo una mappatura compiuta nel 2001, in Italia ci sono più di diciottomila rom stranieri, giunti soprattutto dai paesi dell’Europa centro-orientale, che vivono in insediamenti autorizzati e non, ai margini delle aree urbane, in spazi abbandonati, poco visibili o comunque non commercialmente appetibili. A distanza di cinque anni, i campi sono cresciuti nelle dimensioni e nuovi sono nati per accomodare i bisogni dei nuovi venuti, soprattutto rom emigrati dalla Romania. Questi insediamenti, che comunemente sono chiamati “campi nomadi”, si trovano spesso in condizioni socio-sanitarie estremamente precarie. Come ha messo in evidenza recentemente il Comitato Europeo per i Diritti Sociali, l’Italia viola sistematicamente il diritto ad un abitare adeguato per le popolazioni rom previsto dalla Carta Sociale Europea.

Tra i rom stranieri ci sono rifugiati, richiedenti asilo, migranti economici regolari e irregolari e persone completamente prive di documenti. Talvolta troviamo tutte queste tipologie di residenza in una singola famiglia, talvolta un singolo individuo che nell’arco di pochi anni si trova a passare da uno status all’altro. C’è in queste esperienze un denominatore comune, l’insicurezza del proprio diritto a risiedere in Italia e la rassegnazione ad una condizione di precarietà esistenziale che diventa talvolta permanente.

Questa precarietà di vita e abitativa ha un impatto sulla salute dei residenti? Sì, verrebbe da dire. Ma è possibile provarlo scientificamente? A cercare una risposta a questa domanda si scopre che ci sono pochi (e spesso inaccurati) studi scientifici sull’argomento. Il perché lo chiediamo all’epidemiologo Lorenzo Monasta, “il problema fondamentale della ricerca epidemiologica su gruppi genericamente definiti “zingari” è il forte pregiudizio che pregna la nostra società e che incide negativamente sulla qualità della ricerca. È chiaro, infatti, che la ricerca non si sviluppa nel vuoto, e che la scienza riflette, in termini positivi e negativi, valori e assiomi impliciti propri della società maggioritaria”.

Proprio Monasta, collaboratore del Centro di Ricerca Azione contro la Discriminazione di Rom e Sinti (osservAzione), è l’autore di un importante studio di epidemiologia comunitaria sulla salute dei bambini da 0 a 5 anni nei “campi nomadi” d’Italia. Lo studio è stato condotto su un campione di cinque campi di rom kossovari e macedoni e comprende 167 bambini provenienti da 137 famiglie.

Attraverso rilevamenti statistici e un’indagine approfondita su campo – Monasta oltre ad aver intervistato centinaia di rom ha vissuto per un mese in un caravan ospite degli abitanti di un “campo nomadi” fiorentino – l’autore mostra chiaramente la relazione esistente tra le condizioni di vita nei campi e lo stato di salute dei bambini. La prevalenza di alcune patologie come bronchiti, asma e diarrea tra i piccoli rom è sensibilmente più alta della media italiana. I fattori ambientali incidono su diversi aspetti della salute dei bambini e la lunga permanenza nei campi non fa che aggravarne gli effetti. Il sovraffollamento di baracche e container, la presenza di ratti, l’acqua stagnante, le condizioni strutturali delle abitazioni, il difficile accesso ai servizi igienici, l’uso di fornelli e stufe a legna e i fumi delle zone industriali che spesso si trovano nelle vicinanze degli insediamenti, contribuiscono tutti a produrre queste patologie.

La ricerca condotta da Monasta ha posto al centro i bisogni e gli interessi dei residenti dei campi, infatti è proprio a partire dalle loro richieste che si sono definiti i cardini del lavoro. “La ricerca – dice l’autore – si è concentrata sulle priorità espresse dai residenti dei campi: la salute dei loro bambini e come questa fosse influenzata dalle condizioni di vita nei campi”. E la ricerca ha finito col confermare la validità delle preoccupazioni dei genitori rom.

I VESPRI NAPOLETANI DI PONTICELLI

Di Domenico Pizzuti

Le vicende dello sgombero forzato dei campi di romeni dal quartiere napoletano di Ponticelli sotto la pressione di gruppi della popolazione esasperata e manovrata da nascosti fili ma non tanto costituiscono un‘autentico affaire che va disvelato con una corretta informazione ed interpretazione per cogliere la posta in gioco, gli attori secondo una regia nascosta ma reale, ed il concorso di fattori e disfunzioni che emergono alla prova dei fatti.

In primo luogo, la posta in gioco era la disponibilità di un’area occupata da campi abusivi di famiglie di rom per la costruzione di abitazioni, servizi privati e pubblici come il Palaponticelli, per la quale secondo il Programma di Recupero Urbano (PRU) approvato dalla Giunta Comunale erano destinati 67 milioni di euro. Se entro il 4 agosto 2008 non iniziavano i lavori dei cantieri per gli edifici previsti venivano revocati i finanziamenti ministeriali con una perdita non solo per le imprese edili. Questo è il primo fatto ma altrettanto scatenante nella situazione di crescente degrado del quartiere è stato, a nostro avviso, il recupero di una sicurezza esistenziale minacciata non solo dai rom “ladri di bambini” – secondo uno stereotipo diffuso e confermato da un presunto rapimento di un bambino – e più in generale dal diverso che disturba per stile di vita e manifestazioni di devianza da standard sociali (sporcizia, roghi di copertoni per estrarne il rame, accattonaggio, ecc.). Quindi disponibilità di un’area da acquisire con modalità civili e così per il rapporto con il diverso da accogliere civilmente in vista di una possibile inclusione sociale.

Attore, non immediatamente delle aggressioni e dei roghi, è la rappresentanza della Municipalità che a più riprese aveva chiesto lo sgombero dei campi dall’area per l’attuazione del PRU con l’appoggio pubblico negli ultimi giorni anche di componenti del PD con un manifesto anti-rom, senza che per responsabilità non chiare si trovassero soluzioni abitative alternative per i rom romeni nell’ambito del quartiere o nelle vicinanze. Lo sgombero dei campi era stato d’altra parte programmato dalla Prefettura di Napoli, ma è stata preceduta stranamente dai moti popolari anche sotto l’onda di un presunto rapimento di un bimbo da parte di una giovane rom da accertare dalla Magistratura. Sul fronte delle aggressioni ai vari campi sono state in prima fila donne vocianti contro i rom “ ladri di bambini” ed i facinorosi scorazzanti con moto a lanciare bombe molotov per incendiare le baracche ed impedire il ritorno dei rom alle baracche di legno e latta. Quale il ruolo della camorra o dei clan locali normalmente interessati ad infiltrarsi nei settori dell’edilizia e dei lavori pubblici? Secondo i Servizi dietro i raid ed i roghi non ci sarebbe la regia dei boss, ma un secondo alla livello della malavita fatto di focolai più o meno spontanei, esasperazione popolare e trame, a nostro avviso secondo una “giustizia fai da te” di gruppi usi alla violenza per la soluzione dei conflitti di una gravità non sottolineata abbastanza (La Repubblica Napoli, 17 maggio 2008, p.V). Risulta in parte smentita l’interpretazione corrente per certi versi assolutoria che attribuiva raid e roghi mitica camorra e la responsabilità di tutta la triste vicenda, mettendo in ombra altre responsabilità, ritardi e disfunzioni istituzionali e sociali. Tutta la vicenda svoltasi nei “Vespri di Ponticelli” con i raid progressivi contro i diversi campi fino all’ eliminazione di tutti i rom dal quartiere dimostra senza ombra di dubbio un disegno concertato mirante alla cacciata di tutti i Rom dal quartiere con primari e comprimari per un intreccio di interessi politico-affaristici e criminali che va disvelato. E’ quindi un affaire orchestrato sulle vite delle famiglie rom di Ponticelli, di cui alcune tra l’altro portavano le ferite di precedenti espulsioni da Casoria e dal Frullone, che rischiano di essere trattati come rifiuti umani da espellere dalla vista.

Ne si possono tacere i ritardi e l’inconcludenza dell’amministrazione comunale napoletana nei riguardi di sistemazioni vivibili di rom romeni o meno, anche se non si riscontra come in altre realtà del paese un pregiudiziale atteggiamento di ostilità, e progetti ventilati di strutture di prima accoglienza per rom romeni da parte dell’Assessorato alle politiche sociali come la Scuola “Deledda” non hanno avuto finora attuazione. Per onestà culturale, a parte alcuni pochi gruppi volontari operanti a favore dei diritti delle popolazioni rom, bisogna altresì interrogarsi sulla latenza ed indifferenza della società civile ed in particolare del Terzo settore per quanto riguarda iniziative di accoglienza e di integrazione di rom e simili, per non gettare la croce solo su alcuni. In questo campo si nota un ritardo culturale prima che politico nei riguardi delle politiche di accoglienza ed integrazione sociali di immigrati e rom.

I “Vespri di Ponticelli” non debbono facilmente essere archiviati ma approfonditi negli studi perché ci sono ancora aspetti che debbono essere chiariti. Essi sono stati una sconfitta non solo per un quartiere, ma per un’intera città con la sua classe dirigente politico-amministrativa alle prese con i roghi dei rifiuti che nuovamente si accumulano nelle strade e soprattutto per l’umanità dei napoletani subissata dalle voci delle donne scatenate contro altre donne e dai fumi delle baracche incendiate. E per la stessa cristianità che non sempre riesce a modellare un ethos di accoglienza in situazioni di disagio sociale.

‘Dietro i roghi di Ponticelli la speculazione urbanistica”

Parla Giovanni Zoppoli, referente a Napoli di ”Osservazione”: ”La zona occupata dagli accampamenti nomadi rientra nel Piano di zona, dove da meno di un mese sono stati emessi bandi per la costruzione di strutture residenziali”

NAPOLI – Potrebbero essere due le forze alle spalle dei roghi di Ponticelli, che in questi ultimi giorni hanno praticamente distrutto gli accampamenti Rom del quartiere in seguito ad un presunto tentativo di rapimento da parte di una bambina di sei mesi da parte di una donna Rom: la camorra e le forze politiche. A teorizzarlo è Giovanni Zoppoli, referente napoletano dell’associazione “Osservazione”, che si occupa di Rom e Sinti in diverse parti d’Italia.

Zoppoli viene da una lunga militanza e conosce bene le realtà dei Rom a Napoli in particolare quella di Scampia e Ponticelli. “Ci sono almeno due elementi che non quadrano: il primo è che la zona occupata dagli accampamenti nomadi rientra nel Piano urbanistico di zona dove da poco meno di un mese sono stati emessi bandi di gara per la costruzione di strutture residenziali: appartamenti scuole, ospedali, servizi. Quest’area è interessata da un finanziamento pubblico di 7 milioni di euro; i termini per l’inizio dei lavori è fissato per agosto. Se entro tale data i lavori non partiranno, i soldi verranno persi”.

Quindi pensa ad un episodio pilotato?

Si, sembra strano che questo allarme rapimento sia scoppiato proprio adesso, pochi giorni dopo i bandi di gara. Tra l’altro in Europa non esiste nessun caso accertato di bambini rapiti da Rom. Uno stereotipo vecchio e superato. E’ come quando negli anni ‘50 ci si aspettava che prima poi qualche comunista se lo mangiasse davvero un bambino.

E rispetto alla criminalità organizzata?

Ci sono da fare almeno due considerazioni in merito, che rendono molto probabile questa ipotesi: la prima è che Ponticelli è una zona dove la camorra è molto forte, la seconda è che la criminalità organizzata ha sempre messo le mani sull’edilizia.

È un cerchio che si chiude, dunque.

Si chiude se si considera un terzo elemento, e cioè quanto sia forte la pressione psicologica sulla gente, quanto sia facile diffondere la psicosi degli zingari che rubano bambini. In questo quartiere c’è già un malessere molto forte che dipende da tanti elementi, degrado urbano, sociale, malavita, assenza di servizi. Insomma diventa un po’ una guerra tra poveri, come accade anche all’interno delle stesse popolazioni Rom con gli Slavi che fanno guerra ai Rumeni.

Ci sono almeno duecento Rom che in seguito all’incendio dell’altra notte sono praticamente per strada, che fine faranno?

Non si sa bene che fine facciano. Così come rimane il problema degli altri che si sono sparpagliati in altre accampamenti. Purtroppo il problema è come sempre quello di fondo e cioè che non esiste una seria politica di accoglienza.

Ad esempio?

Nell’emergenza è necessario pensare a strutture di accoglienza provvisoria, il problema è che il provvisorio diventa definitivo. A Napoli negli anni ‘90 è stata realizzata una struttura di accoglienza a Secondigliano che doveva essere una soluzione all’avanguardia e che in realtà è soltanto un ghetto. Io credo che bisogna perseguire una politica vera di integrazione e smettere di pensare ai Rom come popoli nomadi che vogliono vivere così. Integrarli significa permettergli l’accesso, insieme a gente del luogo, in appartamenti magari usufruendo di fondi di garanzia e supporti da parte delle istituzioni. (Elena Scarici)

I ROM TRA STATO DI DIRITTO E STATO DI ECCEZIONE

Proposte di trasformazione urbana

Le politiche rivolte ai rom sono da sempre ispirate ad una logica emergenziale. Lo stesso termine “nomadi” suggerisce l’idea che siano presenze temporanee per le quali non è necessario mettere in campo politiche di lungo periodo, ma solo interventi provvisori. L’esperienza ha mostrato che i rom non sono nomadi e che questo approccio ispirato alla provvisorietà e all’emergenza è fallimentare, perchè provoca marginalizzazione ed esclusione sociale. Le politiche per i rom dovrebbero rifuggire la logica dell’emergenza, della temporaneità e della specialità. Per quel che riguarda l’ambito

abitativo, ciò significa escludere l’idea dei “campi nomadi”, oggi denominati villaggi di accoglienza o di solidarietà.

Queste soluzioni si ispirano all’idea di insediamenti provvisori per soli rom, quasi sempre recintati, gestiti da associazioni italiane del terzo settore, con alloggi che non rispettano i parametri minimi di abitabilità.

La Commissione europea, nel mese di febbraio, ha ribadito che, per più di 700 anni, i rom sono stati parte integrante della cultura e della civiltà europea, condannando aspramente le manifestazioni di violenza contro le comunità rom, invitando gli Stati membri a rispettare i diritti fondamentali di ogni individuo e ad adottare misure anti-discriminatorie.

Il convegno si pone tra gli obiettivi quello di monitorare l’applicazione in Italia di tali principi.

A Scampia, vive una comunità rom da oltre 30 anni, che ha stretto relazioni profonde e durature con la comunità italiana. Un progetto che riguarda gli abitanti rom, non può prescindere dall’analisi del contesto generale e dal riconoscimento delle problematiche di tutta l’area, al fine di ripensare una programmazione urbana integrata e lungimirante.

La nostra proposta di progetto, ‘Ambito 7’, fa riferimento a tutta la normativa prevista in tema di urbanistica, edilizia, programmazione politica e sociale destinata all’intero quartiere e alla città, in armonia con quanto previsto dalla Variante al P. R. G. 323/04 per quanto riguarda la destinazione dell’area dove insistono i campi rom.

Il convegno è stato realizzato dall’Associazione OsservAzione e dall’Associazione chi rom e…chi no, nell’ambito del progetto “Roma Migration -Test to EU Values”, finanziato dal programma “Europa per i Cittadini” dell’Unione Europea.

PROCESSI BREVI E … PROCESSI SOMMARI

Comunicato di Soccorso Legale Napoli

A.V. è la quindicenne rom accusata di aver rapito una neonata a Ponticelli (Na) nel maggio 2008, avvenimento che scatenò la feroce devastazione dei campi rom di Ponticelli. L’accusa contro A.V. fu formulata dalla madre della neonata, unica testimone dell’avvenimento, che fornì una versione dei fatti oggettivamente poco verosimile. Secondo il racconto della madre, infatti, A. V. sarebbe riuscita ad introdursi nella sua abitazione dove, approfittando del fatto che la neonata sarebbe rimasta per pochi attimi sola in cucina, sarebbe riuscita a “rapire” la neonata e ad uscire dall’appartamento, il tutto in pochissimi secondi, senza produrre il minimo rumore e senza provocare il pianto della bambina.

L’Avv. Cristian Valle, difensore della piccola rom, ha messo in evidenza la scarsa verosimiglianza del racconto.

Nonostante ciò, il Tribunale per i Minorenni di Napoli ha condannato la minore rom a 3 e 8 mesi, fondando la decisione di colpevolezza sul presupposto che la madre della neonata non avrebbe avuto alcun interesse ad accusare la minore rom se il fatto non fosse realmente accaduto.

La difesa della piccola rom ha sempre denunciato la violazione dei diritti fondamentali come, ad esempio, la mancata traduzione degli atti nella lingua conosciuta dall’imputata, questione più volte sollevata ma sempre respinta, nonostante le dichiarazioni della mediatrice culturale che accolse a Nisida la piccola rom, secondo la quale A.V. al momento dell’arresto non comprendeva minimamente la lingua italiana. Ogni richiesta della difesa è stata sistematicamente respinta, perfino la richiesta della messa alla prova e l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, con la motivazione che A.V. potrebbe avere ingenti patrimoni nel suo paese d’origine. Non le è stato concesso alcun beneficio di legge benché la minore risulti incensurata e in stato di abbandono. I familiari di A.V., infatti, sono scappati a seguito della devastazione del campo rom e delle persecuzioni verificatesi a Ponticelli. La sentenza d’appello ha confermato in pieno quella di primo grado e si attende ora la decisione della Corte di Cassazione. Con il processo ancora in corso, la piccola rom si trova in custodia cautelare nel carcere di Nisida da un anno e mezzo. A nulla sono valse le motivate istanze di scarcerazione.

Da ultimo, il Tribunale per i Minorenni di Napoli, in sede di appello al riesame, ha rigettato le richieste della difesa con una motivazione assolutamente sconcertante e che conferma le denunciate violazioni dei diritti fondamentali della piccola rom. Si legge infatti nel breve provvedimento: “Emerge che l’appellante è pienamente inserita negli schemi tipici della cultura rom. Ed è proprio l’essere assolutamente integrata in quegli schemi di vita che rende, in uno alla mancanza di concreti processi di analisi dei propri vissuti, concreto il pericolo di recidiva.” La decisione afferma, quindi, l’esistenza di un nesso di causalità tra l’appartenenza etnica e la possibilità di commettere reati e, ancora più insidiosamente, la tendenza a condotte recidive. Questo assunto, sfacciatamente razzista, si traduce nella decisione di non concedere nemmeno misure alternative alla carcerazione: “Sia il collocamento in comunità che la permanenza in casa risultano, infatti, misure inadeguate anche in considerazione alla citata adesione agli schemi di vita Rom che per comune esperienza determinano nei loro aderenti il mancato rispetto delle regole. Da quanto detto ne consegue il rigetto del proposto appello.”

Il provvedimento di rigetto della richiesta di modifica della misura cautelare afferma a chiare lettere che il collocamento in comunità non è ammissibile in quanto la minore aderisce agli schemi di vita del popolo cui appartiene. In modo assolutamente sconcertante, si afferma l’opzione del carcere su base etnica, e, attraverso la definizione di “comune esperienza”, i più biechi e vergognosi pregiudizi contro la minoranza rom vengono elevati al rango di categoria giuridica.

Questa decisione del Tribunale dei Minorenni – e le stesse parole usate, agghiaccianti quanto spudorate – è perfettamente coerente alle attuali politiche in materia di immigrazione, andandosi a delineare l’esistenza di due distinte giurisdizioni, una per i cittadini e l’altra per gli stranieri.

In un paese che sanziona la clandestinità come reato, l’intera vicenda di A.V. è rappresentativa dell’accanimento giudiziario contro gli “stranieri” che gravemente annichilisce i diritti umani, e della perdita di limiti etici e giuridici oltre i quali le pulsioni più cupe, non incontrando più filtri di alcun genere, si caricano di forza di legge e fondano decisioni giudiziarie.

Caccia ai mendicanti a Firenze

di Lorenzo Monasta

ANSA 2008-04-01 19:13 FIRENZE: DOPO LAVAVETRI, PUGNO DURO CON MENDICANTI SUI MARCIAPIEDI

Dopo il pugno duro con i lavavetri (scomparsi dalla città), ora Firenze dice basta ai mendicanti che chiedono l’elemosina sdraiati sui marciapiedi o sulle strisce

pedonali, causando pericoli ai pedoni e al traffico. Gli amministratori di Palazzo Vecchio stanno studiando una bozza di nuovo regolamento della polizia municipale per arginare il fenomeno: nei giorni scorsi una signora non vedente ha urtato contro un mendicante, è caduta e ha riportato diverse ferite.

“L’accattonaggio non è un reato – ha spiegato l’assessore comunale alla sicurezza Graziano Cioni – ma i mendicanti distesi per terra sono un grave ostacolo. Non stiamo

pensando a un’ordinanza, come quella che ha bloccato i lavavetri, ma a un nuovo regolamento della polizia municipale che preveda anche nuove norme sul fenomeno e che dovrà poi essere approvata dal Consiglio”. Cioni non parla apertamente di racket dell’elemosina, ma fa intuire che dietro al fenomeno qualcosa ci sia. “Quando vediamo questi mendicanti stesi tutto il giorno nelle strade principali del centro storico – dice l’ assessore – pensiamo quantomeno a uno sfruttamento ignobile: l’accattonaggio individuale è una cosa, ma le sue forme organizzate sono una storia diversa”. Il nuovo regolamento, quindi “dovrà prevedere delle modalità per contrastare chi chiede l’elemosina intralciando i pedoni”. Nel nuovo regolamento ci saranno anche altre misure. “Vorremmo proibire ai turisti – ha spiegato Cioni – di toccare la porta del Battistero. Sono norme di convivenza civile in una città che vuole essere civile”.

Firenze vorrebbe essere civile, ma da molti anni ha intrapreso una strada di abbrutimento culturale e di appiattimento del suo storico senso civico. È importante

dirselo.

Se vi fosse un racket della mendicità, non si capisce la necessità di dover fare ordinanze ad hoc, visto che vi sono già leggi che possono contrastare il racket.

Se vi è bisogno di ordinanze comunali, che altro non sono se non il degrado della giustizia al livello più basso del legalismo, siamo messi male.

Le ordinanze sfornate in questo modo, funzionano come le mode. La polizia municipale non se le ricorderà nemmeno tutte le ordinanze che deve far rispettare e, come è logico, farà rispettare maggiormente quelle su cui vi sarà più pressione politica. In questo modo la “legalità” si riduce a strumento politico arbitrario.

Se invece si vuole punire chi intralcia i pedoni perché disteso a chiedere l’elemosina per terra, possiamo pure vergognarci di come mettiamo in fila le nostre priorità.

Certo, che una signora non vedente si faccia male è grave. Ma è strano che quella signora, in una città come Firenze, non sia finita prima in un tombino, non sia

inciampata su un marciapiede sconnesso, o non sia stata tirata sotto da una macchina o da un motorino guidati da cittadini fiorentini. Se Firenze avesse davvero risolto tutti i problemi che possono venire prima della repressione della mendicità,

sarebbe una città civile e vivibile. Non mi risulta che lo sia, e non mi risulta che abbia risolto problemi di legalità ben più gravi.

Riuscire a porre poi sullo stesso piano il turista che tocca la porta del Battistero e la persona che chiede l’elemosina mi sembra davvero l’apice della non-cultura.

In una tale città Giuseppe e la Madonna sarebbero stati presi a calci nel culo, altro che mangiatoia. In realtà non interessa una città civile. Interessa una città falsa, che nasconda le debolezze del sistema, non che le risolva. Ci interessa una città leccata dove lo sporco stia al suo posto, nascosto sotto il tappeto. Questo tipo di città non si chiama “civile”. Si chiama “ipocrita”.

Se Firenze vuole una consulenza su questo tipo di ordinanze, può tranquillamente chiederla ai Comuni leghisti che da anni reprimono la mendicità con false multe per intralcio dei pedoni e del traffico. Ma, Firenze, la civiltà è un’altra cosa.