TRAGEDIA ROM DI LIVORNO: UN PO’ DI CHIAREZZA

Quattro persone in cella perché non hanno residenza per gli “arresti domiciliari”

di Paola Bolelli e Sergio Bontempelli (Africa Insieme, Pisa)

Il rogo di Livorno, dove hanno trovato la morte quattro bambini di una comunità Rom rumena, rischia di essere ricordato solo come un episodio dai contorni poco chiari. Pesa, nell’opinione pubblica, il sospetto di un comportamento superficiale dei genitori, l’idea che forse quei bambini sarebbero ancora vivi se gli adulti si fossero prodigati nelle operazioni di salvataggio.

Conosciamo bene le famiglie Rom coinvolte nell’incendio, e abbiamo seguito l’intera vicenda sin dal primo giorno: per questo, crediamo di poter dare il nostro contributo affinché i nostri lettori possano avere ulteriori chiarimenti.

Tra interrogatori, indagini, difficoltà di traduzione, pregiudizi, pettegolezzi e dubbi ci sono alcune verità che stentano ad emergere.

Una di queste verità è che ci sono quattro persone costrette a stare in una cella non in quanto criminali ma perché, non avendo una casa, non possono chiedere gli arresti domiciliari. Vogliamo sperare che, grazie anche all’intervento del Comune di Livorno, si trovi nei prossimi giorni un luogo di accoglienza idoneo per farle uscire, in attesa del processo. Queste persone, vogliamo ricordarlo, hanno perso in una notte tutto ciò che avevano: la loro abitazione pur così precaria, i documenti, i vestiti, i soldi, tutti i loro effetti personali. E, soprattutto, hanno perso i loro figli, dei quali – come ci hanno ricordato più volte – non rimane neppure una foto. Non riteniamo buonismo sottolineare il dolore veramente immenso di chi ha perso in una notte una vita intera.

Altro dato di fatto, avvalorato dal GIP, è che i genitori stavano dormendo con i bambini, hanno sentito delle urla e delle minacce, sono usciti dalle baracche per proteggere i figli da quella che loro hanno percepito come aggressione, e le baracche hanno preso fuoco. Ovviamente, la Magistratura deve proseguire le indagini ma, allo stato attuale, non ci sono elementi per gridare all’abbandono di minore: infatti tale accusa è un capo di imputazione e non una condanna. Quello che preoccupa è la saldatura tra questo capo di imputazione e le dicerie sugli zingari che rubano i bambini o li abbandonano al semaforo.

È necessario anche fare chiarezza sull’ipotesi dell’attentato di matrice razzista o xenofoba. Si tratta, ovviamente, di un’ipotesi sconvolgente: se venisse confermata si tratterebbe di uno dei più gravi attacchi razzisti degli ultimi anni, ed è perciò comprensibile che, prima di raggiungere una simile conclusione, la magistratura vagli ogni indizio, ogni testimonianza. E tuttavia, molti elementi spingono a ritenere più che attendibile l’idea di un attentato. Le fiamme si sono sviluppate all’improvviso, con una violenza che sembra escludere l’ipotesi di un incidente. Una candela accesa, un mozzicone di sigaretta, un piccolo fuoco spento con disattenzione possono, certo, incendiare delle baracche di legno: ma le fiamme si propagano in tempi relativamente lenti, non provocano un rogo violento ed improvviso. Perché si produca un “muro di fuoco” così alto da lambire la strada sopra il cavalcavia, è necessario invece l’innesco di materiale infiammabile: e l’ipotesi di una bombola del gas rimasta aperta è stata ampiamente smentita, perché nessuna traccia è stata trovata sul posto. Non a caso, il Giudice per le indagini preliminari ha accreditato l’idea di un’aggressione di matrice razzista, e ha chiesto agli inquirenti di proseguire le indagini in questa direzione.

C’è infine un ultimo elemento che vorremmo evidenziare. Le famiglie coinvolte nell’incendio erano state, nei mesi scorsi, ripetutamente sgomberate da diverse città della Toscana. È, adesso, ancora più evidente che l’emarginazione sociale, il passare di sgombero in sgombero, non sono delle soluzioni.