L’ULTIMO NEMICO PUBBLICO: I ROM ROMENI

Della sicurezza perduta

«Prima dell’entrata della Romania nell’Unione Europea, Roma era la capitale più sicura del mondo… Bisogna riprendere i rimpatri». Era inizio novembre e l’allora sindaco di Roma, Walter Veltroni, non faceva prigionieri e identificava senza esitazione i colpevoli dell’ondata di criminalità che stava allarmando i cittadini della capitale. La tragica morte di Giovanna Reggiani a seguito della brutale aggressione da parte di un cittadino romeno aveva scosso profondamente la città. Il governo, che si apprestava a varare il tanto annunciato «pacchetto sicurezza», decideva allora di estrarne alcuni provvedimenti da rendere operativi immediatamente attraverso il decreto-legge n.181/2007. L’obbiettivo era facilitare l’espulsione di cittadini comunitari ritenuti dalle autorità una minaccia per la pubblica sicurezza e per la sicurezza dello Stato.

La tempistica dell’intervento è stata oggetto di critiche, talvolta da posizioni opposte. Secondo un funzionario del dipartimento per le Pari Opportunità intervistato nelle settimane calde dell’emergenza, «fino a non molto tempo fa la situazione appariva sotto controllo e non di nostra competenza e, probabilmente, abbiamo sottovalutato la portata del fenomeno». A conferma di ciò, in un’intervista al Financial Times, Romano Prodi affermava: «nessuno poteva prevedere un flusso di tale portata. Nessuno si aspettava un tale esodo dalla Romania verso l’Europa».

Nonostante gli sforzi compiuti dal ministro Ferrero e dal sottosegretario De Luca nei mesi precedenti alla crisi per stemperare la tensione e promuovere l’integrazione dei rom, alcuni osservatori hanno evidenziato come la carenza di coordinamento tra i vari ministeri e tra il governo centrale e i comuni abbia indebolito l’efficacia di queste pur valide iniziative.

Il provvedimento «urgente e necessario» nelle prime ore ha riscosso l’approvazione pressocchè unanime delle forze politiche italiane – i distinguo sono iniziati solo dopo qualche giorno, soprattutto in sede di dibattito parlamentare – mentre ha suscitato un coro di proteste da parte delle associazioni e del volontariato, ma anche di importanti osservatori internazionali, che hanno manifestato perplessità per un provvedimento che, per quanto di portata generale nella forma, appariva nella sostanza diretto ad un gruppo specifico di persone: i rom romeni.

Per il presidente dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa: «l’arresto di un cittadino rumeno sospettato per l’omicidio non deve portare ad una caccia alle streghe. Il governo italiano ha il diritto di espellere dei soggetti sulla base di considerazioni legate alla sicurezza, ma tutte le decisioni devono essere prese su base individuale e non collettiva».

Il 19 dicembre, due settimane prima della scadenza dei termini per la conversione in legge, il ministro per i rapporti con il parlamento, Vannino Chiti, riferiva all’assemblea l’intenzione del governo di rinunciare alla conversione per dei vizi formali. Dieci giorni dopo, il 29 dicembre, un nuovo decreto (n.249/2007) veniva inviato al presidente della repubblica per la necessaria firma. Il nuovo provvedimento riprende ampiamente la sostanza del decreto precedente e la estende includendo anche misure per contrastare il «terrorismo internazionale».

A distanza di qualche mese e con le elezioni alle porte può tornare utile una riflessione su cosa è effettivamente accaduto nei mesi trascorsi, come è stato applicato il decreto, chi e quante persone sono state oggetto di provvedimenti di espulsione e quale è stato il suo impatto reale sui rom.

Un nuova caccia alle streghe?

Il decreto è stato presentato dai rappresentanti del governo come una risposta necessaria al crescente allarme sociale causato dall’arrivo in Italia di un cospicuo numero di migranti romeni e dalla comparsa di insediamenti di fortuna abitati soprattutto da romeni di etnia rom in tutte le maggiori città italiane. Per cogliere l’atmosfera che si respirava lo scorso novembre, ‘un continuo recriminare contro gli stranieri senza precedenti nella storia recente dell’Italia’ secondo il corrispondente del quotidiano britannico The Guardian, può essere utile ricordare le parole pronunciate in conferenza stampa dal prefetto di Roma a seguito dell’emanazione del decreto n.181: «Firmerò subito i primi decreti di espulsione. La linea dura è necessaria perché di fronte a delle bestie non si può che rispondere con la massima severità».

Le reazioni al decreto sono state diverse, coprendo un arco che va da chi ha condannato il provvedimento come razzista e in violazione dei diritti umani, a coloro che hanno suggerito che il decreto fosse in linea con la direttiva dell’Unione Europea sulla libertà di circolazione dei cittadini degli stati membri nel territorio dell’UE (2004/38/CE), a coloro che hanno visto nel decreto una risposta populista all’allarme diffuso senza alcun impatto reale, o perchè superfluo in quanto la normativa in vigore già permetteva le espulsioni in casi di minaccia alla pubblica sicurezza o perchè troppo limitato nella sua portata.

A partire da gennaio 2007, quando Romania e Bulgaria sono entrate nell’Unione Europea, la minaccia di un’«invasione» di migranti provenienti da questi due paesi verso l’Italia ha occupato spazio crescente nei media. L’arrivo dei rom romeni, iniziato in realtà ben prima dell’allargamento con l’abolizione dei visti nel 2000, la nascita di campi irregolari, una serie di episodi di criminalità riportati con clamore nei media e vecchi e profondi stereotipi e pregiudizi verso «gli zingari» hanno contribuito a creare un senso di allarme e minaccia crescente nell’opinione pubblica.

La tragica morte di Giovanna Reggiani ha fatto esplodere le tensioni che si andavano cumulando e ha messo in evidenza e amplificato quello che si va a configurare come un fondamentale terreno di confronto e scontro nella campagna elettorale in corso: la sicurezza. Molte delle posizioni espresse dai politici dei vari schieramenti nei giorni caldi di novembre possono essere lette come parte di una battaglia di posizione per la conquista di questo terreno. Per Veltroni, il decreto n.181/2007 è stato «la prima iniziativa politica» del Partito Democratico che ha rotto la classica dicotomia tra sicurezza di destra e solidarietà di sisnistra. Anche la sinistra radicale ha provato a dare una risposta alla questione sicurezza e mentre il senatore di Rifondazione Comunista Caprili invitava urgentemente la sinistra a «ritrovare una connessione sentimentale con il proprio popolo», ricordando che «i campi nomadi non sono nei quartieri bene ma nelle periferie», il presidente della Camera dei Deputati Fausto Bertinotti affermava che per la sinistra non è sufficiente essere tollerante. Sull’altro versante dello spettro politico, Gianfranco Fini si faceva portavoce del fronte anti-immigrati attraverso dichiarazioni che hanno suscitato sconcerto tra le associazioni anti-razziste e una mezza crisi diplomatica con la Romania.

In un’intervista al Corriere della Sera, Fini definiva i rom come «una comunità non intergrabile nella nostra società», persone che considerano «pressoché lecito e non immorale il furto, il non lavorare perché devono essere le donne a farlo magari prostituendosi, e non si fanno scrupolo di rapire bambini o di generare figli per destinarli all’accattonaggio». Fini accusa il decreto di essere blando e dice dovrebbero essere espulse 200-250 mila persone dall’Italia. Dalla Lega Nord, invece, è arrivato un tentativo di allargare la cornice interpretativa dell’emergenza all’intera questione immigrazione. Umberto Bossi sulle pagine de La Padania dichiara: «Adesso tutti parlano di rom e di romeni, tutta l’attenzione è puntata lì. E si dimenticano che ci sono tutti gli altri immigrati, con tutti i problemi connessi. Non sono solo i rom a creare problemi in questo Paese». E un altro esponente del Carroccio rivendica la paternità di alcune delle misure incluse nel decreto n.181, anche se «copiate male e troppo tardi» dal centro-sinistra.

In generale, si può affermare che la crisi ha prodotto un impoverimento della qualità della dialettica politica. Secondo un esponente dell’Ufficio Nazionale Anti-discriminazioni Razziali (UNAR), «assistiamo ad un deterioramento del dibattito politico. Ciò che una volta era considerato razzismo è ora accettabile ed è spesso sostenuto e legittimato con un uso strumentale e inaccurato di dati statistici».

Una preoccupante conseguenza di questo abbrutimento è stata l’apertura di spazi di legittimazione per quei gruppi e movimenti di estrema destra che da tempo fanno della lotta «contro gli zingari» il loro cavallo di battaglia. Così, se il movimento di Storace accusa la sinistra per «i millioni di immigrati che hanno invaso l’Italia» e chiede il dispiegamento dell’esercito, Forza Nuova tappezza la capitale di manifesti contro i rom e comunica attraverso il suo sito che il tempo è scaduto e che «da oggi in poi tutti gli italiani sono moralmente autorizzati all’uso di metodi che vanno oltre le semplici proteste per difendere i compatrioti».

Durante la migrazione, ci potrebbe essere una perdita di energia nel corpo. Ha bisogno di molta pazienza per sostenere il cambiamento sociale che ci circonda. Ci vuole anche un sacco di dolore per accettare le cose che accadono intorno a noi. La salute mentale è necessaria tanto quanto la salute fisica. Style Bio elenca tutti i modi naturali per mantenersi motivati attraverso vari rimedi naturali. Guida attraverso la disintossicazione del corpo attraverso tutte le procedure a base di erbe. Questo ti permette di rimanere in salute sia fisicamente che mentalmente.

Gli effetti diretti e indiretti del decreto

Al 18 dicembre 2007, il decreto aveva prodotto 408 espulsioni, di cui 262 per motivi di pubblica sicurezza, 124 per «motivi imperativi di pubblica sicurezza» e 22 per cessazione dei requisiti di soggiorno. Dieci giorni dopo, il 27 dicembre, a poche ore dalla decadenza del decreto, il computo era salito a 510 espulsioni, di cui 181 per motivi imperativi. Pertanto si può affermare che il provvedimento non è stato applicato per legittimare espulsioni di massa, come alcuni avevano temuto ed altri avevano sperato.

Rispetto alla nazionalità degli espulsi, i dati ufficiali non offrono delucidazioni. Si tratta come è evidente di un dato sensibile viste le accuse mosse al provvedimento di essere diretto ad un gruppo specifico. Ad ogni modi, dalle informazioni raccolte in alcune città italiane (Roma, Milano, Napoli e Bologna) attraverso associazioni, prefetture e giornali, sembrerebbe che i cittadini romeni, soprattutto di etnia rom, siano il gruppo più colpito. Il dato sembra confermato anche dal fatto che i campi, regolari e irregolari, sono stati oggetto di un setacciamento sistematico da parte delle forze di polizia in tutta Italia.

Ma, al di là dell’applicazione diretta del provvedimento, il decreto ha avuto anche degli effetti collaterali, più o meno voluti, sia sul piano simbolico che materiale.

Il decreto, infatti, riconoscendo ufficialmente l’esistenza di una «emergenza sicurezza» ha legittimato non solo quei gruppi di estrema destra che tradizionalmente adoperano la paura dell’altro per fare politica, ma anche quelle autorità locali che ormai da alcuni anni – a Bologna, Cofferati ha iniziato la sua «battaglia per la legalità» nel 2005 con ripetuti e sistematici sgomberi degli insediamenti non autorizzati di rom romeni – contrastano l’insediamento di rom nei loro territori con l’arma degli sgomberi. In un anno il solo comune di Roma ha sgomberato oltre seimila persone, molte delle quali rom.

I rom, romeni e non, anche se non rappresentano una minaccia alla pubblica sicurezza (nonostante i controlli a tappeto gli espulsi sono stati pochi) sono sicuramente quelli che hanno risentito maggiormente non solo del clima generale di caccia alle streghe, ma anche dell’applicazione del decreto. La campagna di sgomberi dei comuni, i controlli nei campi e la schedatura condotta dalla polizia, le accuse generalizzate da parte dei politici e gli attacchi di matrice razzista hanno contribuito a diffondere un clima di grande insicurezza tra i rom. Molte persone hanno deciso di abbandonare le città dove vivevano per tornare in Romania o per spostarsi in luoghi meno pericolosi. I bambini rom hanno risentito particolarmente di queste migrazioni forzate, essendo costretti ad abbandonare la scuola e i luoghi conosciuti. Costretti alla macchia con i loro genitori da iniziative politiche che forse producono vantaggi elettorali nel breve periodo, ma che sul lungo termine creano criticità, riducono la fiducia nelle istituzioni di quelli che sarebbero nuovi cittadini e minano ogni tentativo, pur piccolo, di integrazione che si era avviato.

DAI GHETTI…. AI GHETTI.

RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO IL COMUNICATO STAMPA DELL’ASSOCIAZIONE UN MONDO DI MONDI DI REGGIO CALABRIA SULLA SCELTA CHE LA NEONATA CITTÀ METROPOLITANA STA FACENDO CON IL “PROGETTO CIAMBRA”.

quartiere ghetto Ciambra Gioia Tauro

12 ottobre 2016

Una spesa di 8,5 milioni di euro per ristrutturare  e sviluppare ulteriormente un ghetto invece di eliminarlo. E’ quanto prevede il “progetto Ciambra”, presentato ad agosto  dalla città metropolitana di Reggio Calabria, insieme all’Amministrazione comunale di Gioia Tauro. Pessimo esordio, c’è da pensare, per la tanto attesa città metropolitana di Reggio Calabria che  ha cominciato  ad operare nei territori proponendo la vecchia politica dei “ghetti urbani”. Continuando a scegliere il concentramento di famiglie povere, nonostante i tanti danni che la politica di ghettizzazione ha  causato  e continua a causare nel nostro territorio, si rinuncia alla politica dell’equa dislocazione abitativa che invece ha già prodotto significative esperienze di inclusione sociale.

Molti tipi di ricerca dicono che è importante mantenere tutti i sensi sani e in forma per affrontare qualsiasi situazione stressante intorno all’ambiente. Hop su questo sito per sapere come integratori naturali possono aiutare con migliorare la forza fisica durante eventuali situazioni inquiete. È responsabilità di tutti gli individui assicurarsi di poter sostenere qualsiasi tipo di cambiamento sociale intorno a loro.

Da quanto è emerso alla conferenza stampa indetta dal sindaco di Gioia Tauro, Giuseppe Pedà, lo scorso 12 settembre, il comune di Gioia Tauro e la città metropolitana di Reggio Calabria  hanno partecipato con il “progetto Ciambra”  al bando nazionale denominato “Bando per la presentazione di progetti per la predisposizione del Programma straordinario di intervento per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie delle città metropolitane e dei comuni capoluogo di provincia”, approvato con il DPCM del 25 maggio 2016 e con scadenza il 31 agosto 2016. L’obiettivo della proposta progettuale secondo il sindaco Pedà ed i suoi collaboratori,  sarebbe quello di far “uscire” dalla ghettizzazione i 160 minori che vivono nella Ciambra e le loro famiglie.  Questo obiettivo verrebbe perseguito con la  ristrutturazione degli alloggi erp, la costruzione nella stessa area di altri edifici, delle  opere di urbanizzazione mancanti e di una chiesa e con l’attuazione degli interventi per favorire la scolarizzazione dei minori e la formazione professionale. In questo  progetto, contrariamente a quanto sostengono le ricerche scientifiche e i dati empirici, viene proposto di eliminare  l’emarginazione  ed il degrado sociale del ghetto  intervenendo sul degrado urbano  e fornendo degli interventi  sociali, in quanto si ritiene che  “il degrado urbano del ghetto sia la causa del degrado sociale”. La Scienza sociale al contrario, negli ultimi  decenni,  attraverso diverse ricerche (Wilson W.J.,  1987; Wilson W.J. 1993; E. Pugliese, 1999; Mauro Magatti, 2007; AAVV, I rom e l’abitare interculturale. Dai torrenti ai condomini, Milano, FrancoAngeli, 2009)  conferma   che a determinare direttamente il degrado sociale e l’emarginazione nei ghetti urbani non è il degrado urbano, che vi contribuisce solo marginalmente, ma bensì la concentrazione  di un’alta percentuale di famiglie con reddito basso. Pertanto,  per la Scienza sociale l’intervento  che consente di superare effettivamente il degrado sociale di un quartiere ghetto è quello che elimina  la concentrazione delle famiglie con reddito basso dislocandole equamente in diversi quartieri. Il “progetto Ciambra”  non è solo in netto contrasto con le analisi della Scienza sociale e con le esperienze già attuate, ma lo è anche rispetto agli orientamenti  della Strategia nazionale per l’inclusione sociale dei Rom Sinti e Camminanti, della  Comunità Europea e del Por Calabria 2014-2020 che anche per le comunità rom raccomandano l’equa dislocazione abitativa. Negli ultimi 20 anni, la politica dell’ equa dislocazione abitativa  è stata applicata per eliminare dei ghetti anche nel territorio della città metropolitana (soprattutto  nei  comuni di Reggio Calabria e di  Melito Porto Salvo) ottenendo ottimi risultati oggetto di una ricerca scientifica. Anche il comune di Gioia Tauro, con la delibera di consiglio comunale del 30 settembre 2011, aveva deciso di applicare la  politica dell’equa dislocazione per le famiglie rom e aveva iniziato a farlo. Ma oggi, l’Amministrazione comunale  ha deciso di ritornare alla devastante  “politica dei ghetti”. 

Per questo è necessario capire quali saranno le conseguenze di questa scelta politica.

E’ prevedibile che, se il  “progetto Ciambra” venisse  realizzato,  non solo il degrado sociale della Ciambra  non verrebbe superato  e  per i 160 minori non ci sarebbe alcun vantaggio, ma provocherebbe  anche un peggioramento della situazione. Attraverso le opere di ristrutturazione degli alloggi esistenti e  la costruzione di nuovi edifici infatti aumenterebbe il numero delle famiglie povere concentrate nel ghetto, incrementando in questo modo la situazione di ghettizzazione.

Per quanto riguarda gli interventi sociali previsti dal progetto, com’ è già avvenuto in altri quartieri- ghetto,  queste azioni  non potrebbero produrre risultati positivi, perché la condizione di ghettizzazione non lo consentirebbe.  Anche la  costruzione della chiesa, con l’utilizzo di fondi pubblici,  sarebbe un’azione  inefficace e ghettizzante.

Per comprendere meglio i limiti del “progetto Ciambra” è bene operare una comparazione con  la proposta progettuale “Restart Scampia”  presentata con lo stesso bando dalla città metropolitana di Napoli, con  l’obiettivo di eliminare il ghetto urbano delle Vele . In questo progetto, che è stato redatto con la consulenza dell’Università Federico II di Napoli che ha effettuato molti studi in questo settore, le cause del degrado sociale del ghetto  sono individuate nella concentrazione delle famiglie povere e non nel degrado urbano che pure esiste negli edifici delle Vele. La soluzione  che viene proposta per eliminare il ghetto prevede la demolizione di tre  Vele,  la trasformazione della quarta Vela negli uffici della città metropolitana  ed il trasferimento delle famiglie in alloggi popolari dislocati in diversi quartieri della città di Napoli.

Considerata l’importanza strategica che riveste questa scelta politica per la città di Gioia Tauro e per tutto il  territorio metropolitano, questa Associazione chiede al sindaco del comune di Gioia Tauro ed al sindaco della città metropolitana di Reggio Calabria di voler accettare un  confronto aperto e trasparente sui contenuti del “progetto Ciambra”, con l’obiettivo di elaborare insieme una variazione  al progetto che consenta  l’effettivo superamento del ghetto .   

COMUNICATO STAMPA

IN CONDIZIONI INUMANE GLI OLTRE 300 ROM SGOMBERATI DALLE AUTORITÀ LOCALI A GIUGLIANO (NA)

Amnesty International, Associazione 21 luglio Onlus, Associazione Garibaldi 101, Centro europeo per i diritti dei rom, Associazione Cinema e diritti – Festival del cinema dei diritti umani e OsservAzione hanno duramente condannato lo sgombero forzato eseguito il 21 giugno dalle autorità del comune di Giugliano, in provincia di Napoli, ai danni di circa 75 famiglie rom (oltre 300 persone), che dal campo di Masseria del Pozzo sono state trasferite in un’ex fabbrica e si trovano in condizioni inumane.Le sei organizzazioni hanno sollecitato tutte le autorità competenti ad assicurare che alle famiglie colpite dallo sgombero forzato sia immediatamente offerto un riparo adeguato e che verrà approntato e realizzato per loro un piano a lungo termine, in consultazione con le famiglie interessate e nel pieno rispetto degli standard in materia di diritti umani.

Il caso di Giugliano, così come molti altri documentati dalle sei organizzazioni, mostra una volta di più la realtà quotidiana dei rom in Italia, spesso collocati in campi segregati, a rischio di sgomberi forzati e discriminati nell’accesso a un alloggio adeguato: gravi violazioni dei diritti umani, vietate dalle norme internazionali e da quelle dell’Unione europea. Per questo motivo, le sei organizzazioni chiedono alla Commissione europea di intraprendere un’azione decisiva nei confronti di queste violazioni, attraverso l’avvio di una procedura d’infrazione contro l’Italia per violazione della Direttiva anti-discriminazione razziale.

Lo sgombero forzato

Il 21 giugno oltre 300 rom, tra cui decine di bambini e alcuni neonati, sono stati costretti a lasciare il campo di Masseria del Pozzo, dove erano rimasti per quasi tre anni. Quel campo per soli rom era stato costruito nel 2013 dal comune di Giugliano nelle vicinanze di una discarica di rifiuti tossici, dopo che in precedenza le famiglie rom erano state ripetutamente sottoposte a sgombero forzato.

Le sei organizzazioni riconoscono il fatto che le famiglie rom dovevano essere urgentemente spostate da Masseria del Pozzo per ragioni di salute e d’incolumità. Durante il tempo di tali sfratti imprevisti o cambiamenti sociali, eventuali integratori naturali contribuirebbero a mantenere i livelli di energia e mantenersi sani. È sempre importante prendersi cura della nostra salute in quanto le migrazioni potrebbero comportare lunghi viaggi. È possibile visitare il sito web relativo agli integratori alimentari ed è benefici che possono mantenere s rimanere in forma e forte fisicamente così come mentalmente. Infatti, il campo di Masseria del Pozzo non avrebbe mai dovuto essere costruito. La necessità di risolvere la situazione d’emergenza, creata dalle stesse autorità attraverso la costruzione di un campo in una zona inabitabile, non giustifica però il ricorso a uno sgombero forzato, che costituisce una grave violazione dei diritti umani.

Le autorità non hanno mai notificato per iscritto lo sgombero, limitandosi a fornire qualche informazione a voce. A partire dal 14 giugno, le autorità locali e la polizia avevano informato le famiglie rom che lo sgombero sarebbe stato realizzato il 16 o il 23 giugno.

Invece, lo sgombero forzato ha avuto luogo il 21 giugno e le famiglie rom sono state trasferite sul terreno di un’ex fabbrica di fuochi d’artificio.

La comunità era stata informata che lo sgombero era necessario poiché i terreni di Masseria del Pozzo erano stati posti sotto sequestro dall’autorità giudiziaria sin dall’ottobre 2015, in quanto potenzialmente pericolosi per la salute e l’incolumità dei residenti. Purtroppo, le famiglie rom non sono state coinvolte in alcuna autentica consultazione per esplorare soluzioni alternative. Dopo aver inizialmente preso in considerazione un terreno lontano, privo di servizi igienico-sanitari e di forniture d’acqua, le autorità locali hanno deciso di trasferire le 75 famiglie rom nel terreno abbandonato dell’ex fabbrica di fuochi d’artificio. Le famiglie hanno ricevuto pochissime informazioni al riguardo.

Decine di rom, incontrati da Amnesty International il 22 giugno, hanno dichiarato che non erano stati informati sulle condizioni della nuova area e che non avevano avuto la possibilità di vederla prima dello sgombero. Le famiglie rom si sono sentire dire che quella era l’unica alternativa esistente e sono state poste di fronte al dilemma se accettare il trasferimento in un luogo sconosciuto o rimanere del tutto senza tetto.

Dato che le necessarie salvaguardie – la notifica adeguata per iscritto, la genuina consultazione con la comunità e la messa a disposizione di un’alternativa alloggiativa adeguata – non sono state poste in essere prima del trasferimento, le sei organizzazioni hanno concluso che il trasferimento ha costituito uno sgombero forzato, ossia una grave violazione dei diritti umani in contrasto con gli obblighi assunti dall’Italia rispetto a una serie di norme internazionali e dell’Unione europea, tra cui la Direttiva anti-discriminazione razziale, che garantiscono il diritto a un alloggio adeguato e la protezione da ogni forma di discriminazione basata sull’etnia o sulla razza. Questo sgombero forzato e il successivo trasferimento in un ulteriore campo monoetnico si pongono inoltre in contrasto con gli impegni assunti dall’Italia nel 2012 con la Strategia nazionale d’inclusione di rom, sinti e caminanti.

Un’alternativa gravemente inadeguata

Dopo lo sgombero forzato, l’alternativa messa a disposizione dal comune di Giugliano è risultata gravemente inadeguata. Il terreno di circa 1000 metri quadrati, situato all’estremità della zona industriale del comune campano, è un area chiusa circondata su tre lati da vegetazione incolta e sul quarto da un muro con una cancellata. Nei pressi del terreno si trovano due bagni chimici, uno dei quali inagibile e l’altro in condizioni tali da costringere i residenti a recarsi nei cespugli, col conseguente impatto sulla loro salute e sull’ambiente.

All’arrivo, le famiglie rom hanno trovato rifiuti, materiale arrugginito e residui della lavorazione dei fuochi d’artificio, la cui fabbrica era stata distrutta da un’esplosione nel 2015. I rappresentanti di Amnesty International hanno rinvenuto sul posto un contenitore aperto di polvere di natura non identificata, insieme a molti altri contenitori pieni di sostanze sconosciute classificate come “polveri” e “a combustione spontanea”, insieme a pezzi apparentemente di amianto della struttura ancora in piedi nonostante i danni provocati dall’esplosione.

Il 22 giugno, le famiglie rom non avevano ancora avuto accesso all’energia elettrica e stavano usando fuochi, torce a batteria e fari delle automobili per fare luce dopo il tramonto. L’accesso all’acqua era rappresentato da quattro cannelle, insufficienti per il numero di famiglie presenti.

Le autorità locali non hanno messo a disposizione alcuna struttura o riparo. Chi aveva una roulotte ha avuto il permesso di portarla con sé da Masseria del Pozzo. Nel nuovo sito, adulti e bambini sono costretti a dormire stipati nelle roulotte o all’esterno. Almeno tre famiglie, che a Masseria del Pozzo vivevano all’interno di baracche, ora sono senza tetto e sono costrette a dormire nelle automobili o per terra. Quando Amnesty International ha visitato il nuovo campo, le persone stavano iniziando a costruire baracche improvvisate coi materiali che erano riusciti a salvare dallo sgombero di Masseria del Pozzo.

Un piano a lungo termine destinato alla segregazione

Le autorità locali hanno detto alle famiglie rom che il trasferimento sarà una misura “temporanea”, in attesa che venga costruito un nuovo campo. Sulla base della documentazione esaminata dalle sei organizzazioni e delle dichiarazioni ufficiali, nel febbraio 2016 è stata approvata a livello locale, regionale e nazionale la costruzione di un nuovo campo segregato con 44 unità abitative prefabbricate. Alla costruzione dei prefabbricati il ministero dell’Interno e la Regione Campania hanno destinato 1.300.000 euro, mentre non sono state minimamente finanziate le parti del progetto relative all’integrazione.

Non risulta inoltre esservi alcun piano per inserire nel medio e lungo termine le famiglie rom in alloggi adeguati. La comunità non è stata adeguatamente consultata nella fase definitoria del progetto e il trasferimento in un nuovo campo è stata l’unica opzione messa a disposizione. Il progetto dà adito a grandi preoccupazioni e solleva molti rischi, poiché rappresenta ancora una volta l’esempio di un modello di segregazione abitativa, per soli rom, vietata dalle norme internazionali e dell’Unione europea.

L’attiva partecipazione al progetto del ministero dell’Interno, anche attraverso il suo finanziamento, solleva forti preoccupazioni sull’effettiva intenzione del governo italiano di rispettare le norme e gli standard sui diritti umani a livello internazionale e dell’Unione europea così come la stessa Strategia nazionale per l’inclusione dei rom, dei sinti e dei caminanti del 2012, che conteneva l’impegno a “superare i campi”.

Roma, 24 giugno 2016

Amnesty International, Associazione 21 luglio Onlus, Associazione Garibaldi 101, Centro europeo per i diritti dei rom, Associazione Cinema e diritti – Festival del cinema dei diritti umani e OsservAzione hanno duramente condannato lo sgombero forzato eseguito il 21 giugno dalle autorità del comune di Giugliano, in provincia di Napoli, ai danni di circa 75 famiglie rom (oltre 300 persone), che dal campo di Masseria del Pozzo sono state trasferite in un’ex fabbrica e si trovano in condizioni inumane.

Le sei organizzazioni hanno sollecitato tutte le autorità competenti ad assicurare che alle famiglie colpite dallo sgombero forzato sia immediatamente offerto un riparo adeguato e che verrà approntato e realizzato per loro un piano a lungo termine, in consultazione con le famiglie interessate e nel pieno rispetto degli standard in materia di diritti umani.

Il caso di Giugliano

UN MONDO DI MONDI-REGGIO CALABRIA: “PARTECIPAZIONE DAL BASSO ED EQUA DISLOCAZIONE”

PER IL NOSTRO “GIRO D’ITALIA” QUESTA VOLTA ANDIAMO A REGGIO CALABRIA. ABBIAMO INTERVISTATO GIACOMO MARINO, OPERATORE SOCIALE E PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE “UN MONDO DI MONDI”

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25 maggio 2016, di Antonio Ardolino

Per il nostro “Giro d’italia” abbiamo intervistato Giacomo Marino presidente associazione “Un Mondo di Mondi” di Reggio Calabria.

– Giacomo, tu e la tua associazione siete impegnati da tantissimi anni al fianco della comunità rom reggina . Com’è la situazione attuale?

Il gruppo che rappresento opera, da circa 25 anni, per la difesa attiva dei diritti delle persone emarginate, in particolare delle comunità rom. Il suo territorio di intervento è quello della provincia di Reggio Calabria. L’azione dell’associazione ha come obiettivo principale la piena inclusione sociale delle persone emarginate attraverso l’esigibilità dei diritti fondamentali.L’associazione opera prevalentemente a favore delle comunità rom di cittadinanza italiana, ma negli ultimi 15 anni ha realizzato interventi anche a favore di persone non-rom di cittadinanza italiana e di persone e famiglie che provengono da altri paesi, tra i quali ci sono anche rom originari dei paesi dell’Europa orientale. Le situazioni sociali delle persone che si rivolgono all’associazione sono chiaramente diverse per l’eterogeneità degli aspetti sociali (status giuridico, provenienza nazionale, storia sociale etnia loro attribuita) che li riguardano.

Oggi, le comunità rom di cittadinanza italiana, grazie al percorso di equa dislocazione abitativa intrapreso circa 20 anni fa dai soci dell’associazione e dalle stesse famiglie rom, vivono in una condizione sociale migliore rispetto a quella degli anni Novanta. Nonostante il miglioramento registrato, dovuto alla riduzione dei “campi rom” e al percorso di inclusione avviato anche nei settori dell’occupazione e dell’istruzione, la maggioranza delle famiglie rom risulta ancora vivere in una condizione di esclusione sociale rispetto alla comunità maggioritaria reggina. Si può dire che il percorso di inclusione è stato avviato con discreti effetti, ma c’è ancora della strada da fare.

Per le persone non rom i risultati ottenuti nel settore dell’inclusione abitativa hanno prodotto maggiori esiti rispetto a quanto è avvenuto con i rom, perché subiscono una minore pressione discriminatoria.

Per quanto riguarda le persone che provengono da altri paesi, sia rom che non rom, la loro condizione sociale è quella problematica dei “migranti” che in generale è segnata dall’ emarginazione sociale, ma presenta anche dei casi di inclusione. Nel territorio della provincia di Reggio Calabria, per le specifiche dinamiche migratorie ma anche per la lotta condotta contro il “sistema campo”, non si è costituito un “campo” con le persone di cultura rom provenienti da altri paesi. Invece, questo è avvenuto, negli anni passati, nella vicina città di Messina e nella città di Cosenza. Tuttavia, le condizioni abitative della gran parte delle famiglie rom provenienti da altri paesi, come di molti loro connazionali non- rom, è molto precaria perché spesso vivono in alloggi presi in affitto che non hanno i requisiti minimi di abitabilità e sono sovraffollati. Molti sono i rom e i non- rom comunitari ed extracomunitari che non hanno una regolare iscrizione anagrafica o il permesso di soggiorno. Queste persone, trovandosi in uno status giuridico di “irregolarità” a causa della legislazione vigente, non possono avere accesso ai servizi pubblici e hanno difficoltà anche nell’accesso alle cure sanitarie minime nonostante l’applicazione dei codici STP ed ENI da parte delle ASP locali.

– Quali sono stati, secondo te, i passaggi decisivi che negli anni hanno caratterizzato Reggio Calabria? Mi riferisco alle scelte, positive o negative, che l’amministrazione pubblica ha fatto in determinati momenti.

Nel territorio della provincia di Reggio Calabria, la principale scelta politica positiva fatta da alcuni comuni a favore delle famiglie rom di cittadinanza italiana è stata quella relativa al diritto fondamentale all’alloggio adeguato, la quale ha favorito l’esigibilità di altri importanti diritti (l’istruzione, l’occupazione, la salute, ecc..) . La scelta operata è stata quella dell’equa dislocazione abitativa delle famiglie rom, scelta che si contrappone al modello del concentramento abitativo di nuclei poveri, il quale riguarda i rom attraverso la politica specifica dei “campi”, ma più in generale riguarda le famiglie “povere” con la costruzione degli alloggi sociali concentrati nei quartieri popolari. Questa scelta è stata operata da tre comuni del territorio reggino in seguito ad una reiterata richiesta e una articolata azione di sensibilizzazione realizzate dagli operatori dell’associazione e dalle famiglie rom a partire dalla prima metà degli anni Novanta. Il comune di Reggio Calabria ha deciso di adottare questa politica abitativa per le famiglie rom con la delibera di consiglio comunale del 5 agosto 1999 e ha rinnovato questa decisione negli anni successivi con altre delibere di consiglio comunale. In seguito alla decisione del comune capoluogo di provincia , anche il comune di Melito di Porto Salvo ( comune della provincia di Reggio Calabria) nel 2002 ha adottato questa politica con una delibera di consiglio comunale e lo stesso ha fatto il comune di Gioia Tauro ( comune della provincia di Reggio Calabria) nel 2011. Alle delibere dei consigli comunali sono seguite le decisioni delle giunte e dei dirigenti di settore. Dopo gli atti amministrativi, questa scelta politica ha incontrato molti ostacoli (soprattutto nelle resistenze dell’opinione pubblica e di diversi politici) ma è stata ugualmente applicata producendo, fino ad oggi, tre importanti risultati diretti e indiretti:

l’equa dislocazione abitativa di circa il 35% delle famiglie rom di cittadinanza italiana della provincia e l’avvio del percorso di inclusione sociale di questi nuclei ;

il blocco del tradizionale modello abitativo del “campo rom”;

la sperimentazione della modifica della politica generale degli alloggi erp.

In riferimento al terzo risultato, bisogna dire che il lungo impegno nel settore dell’habitat non ha costituito solo un’ opportunità per le famiglie rom reggine, ma ha permesso di sperimentare una modifica pratica della politica generale degli alloggi popolari sotto due aspetti:

nel modello degli alloggi sociali, perché ha introdotto l’equa dislocazione abitativa come alternativa inclusiva al tradizionale modello ghettizzante del concentramento abitativo nei quartieri popolari e nei “campi rom”;

nella metodologia con cui si prendono le decisioni nella politica abitativa, perché ha messo in atto il coinvolgimento diretto degli abitanti (metodo bottom-up e nello specifico “rivoluzione abitativa” di A. Tosi) nel processo decisionale, mentre la tradizionale metodologia direttiva (metodo top-down) della politica abitativa non lo prevedeva.

Oltre alla scelta sull’abitare, un’altra azione politica positiva adottata dai comuni a favore delle comunità rom di cittadinanza italiana è stata quella dell’occupazione lavorativa. In seguito alle richieste avanzate dall’associazione e dai rom per il sostegno all’occupazione, il comune di Reggio Calabria nel 1995 ha finanziato un progetto per la costituzione di una cooperativa sociale finalizzata all’occupazione dei cittadini rom. L’associazione nel marzo 1996 insieme ad un gruppo di rom ha costituito la cooperativa sociale rom 1995 avviando un percorso strutturato per il lavoro. Nel 2001, il Comune di Reggio Calabria per dare seguito alla scelta fatta qualche anno prima, ha affidato alla cooperativa sociale rom 1995 la gestione dei rifiuti ingombranti della città. Questa scelta ha consentito ad un gruppo di giovani rom ( ma pure non-rom) di avere negli ultimi 16 anni un’occupazione regolare e di dimostrare concretamente la loro volontà di inclusione sociale.

Nel 2002 anche il comune di Melito Porto Salvo ha fatto una scelta simile affidando alla cooperativa sociale rom 1995 l’attività di spazzamento manuale delle strade. Anche questa attività durata per circa 10 anni ha garantito ad un gruppo di rom residenti nel comune di Melito Porto Salvo di avere un lavoro regolare .

Purtroppo queste scelte positive a favore dei rom, nate dall’impegno costante dell’associazione e degli stessi rom, sono state accompagnate da diverse scelte negative .

I tre comuni che hanno operato la scelta dell’equa dislocazione abitativa per le famiglie rom l’hanno applicata solo in parte, ed in alcuni casi l’hanno applicata male. Difatti non hanno compreso che questa scelta contiene il nuovo concetto di abitare (l’abitare legato all’ambiente abitativo e non solo alla struttura dell’alloggio) e una nuova politica degli alloggi sociali e quindi hanno continuato ad applicare anche il modello ghettizzante degli alloggi erp per quartieri ed in alcuni casi hanno applicato male l’equa dislocazione.

I comuni non sempre hanno accompagnato le loro scelte positive con una chiara condanna delle discriminazioni subite dai rom. In diverse occasioni le discriminazioni sono state incoraggiate utilizzandole anche come capro espiatorio per nascondere le negligenze politiche. Questo comportamento da parte delle istituzioni ha contribuito a rendere ancora più difficile l’applicazione dell’equa dislocazione abitativa, perché ha dato forza alle discriminazioni dell’opinione pubblica .

– Quanto pensi sia stato decisivo il protagonismo della comunità, o di alcune famiglie o di singoli in questi passaggi?

Il gruppo che rappresento, fin dagli inizi degli anni Novanta, ha deciso di applicare nei suoi interventi sociali il metodo rogersiamo (definito “approccio centrato sull’utente”) insieme al metodo dell’intervento di strada e della ricerca-azione. Secondo questa metodologia il coinvolgimento diretto e attivo dell’”utente” è fondamentale per una corretta analisi del problema trattato, e quindi per l’individuazione delle soluzioni possibili e l’applicazione delle stesse.

Per comprendere quanto sia stato importante il coinvolgimento diretto dei rom è sufficiente dire che è soprattutto grazie al loro coinvolgimento che l’associazione, nella prima metà degli anni Novanta, ha capito che il modello abitativo inclusivo è quello dell’equa dislocazione e che il modello del piccolo concentramento abitativo di famiglie (15-25 nuclei familiari), che era stato seguito e applicato nei precedenti 20 anni, aveva causato l’esclusione sociale delle famiglie. Grazie, soprattutto, al coinvolgimento diretto dei rom è stato possibile anche comprendere e sperimentare che la politica abitativa deve essere modificata non solo nel modello abitativo degli alloggi ( dal concentramento all’equa dislocazione), ma anche nel metodo con cui si prendono le decisioni della politica, passando dal metodo top down a quello bottom-up, ossia da quello direttivo in cui si decide tutto dall’alto a quello che prevede il coinvolgimento degli abitanti nelle decisioni da prendere (“rivoluzione abitativa” di A. Tosi). La ricerca che ha accompagnato il coinvolgimento diretto dei rom ha permesso di comprendere che quello è stato proposto e sperimentato con questo gruppo di abitanti esprime il nuovo concetto di abitare, il diritto fondamentale dell’alloggio adeguato definito dagli organismi internazionali, le dinamiche del capitale sociale e la costruzione di territori secondo il paradigma del mix etnico-sociale. Ma senza l’input offerto dal coinvolgimento diretto degli abitanti rom la ricerca non avrebbe avuto gli elementi empirici iniziali per fare i necessari approfondimenti.

Si può concludere dicendo che la comunità rom, che per decenni nel territorio reggino è stata duramente emarginata, ha restituito allo stesso territorio la possibilità di modificare la politica abitativa generale a vantaggio di tutta la popolazione .

– Quali pensi siano, invece, i passaggi cruciali del prossimo futuro?

Per il prossimo futuro i passaggi cruciali dell’associazione saranno:

continuare l’azione di denuncia per l’attivazione della piena legalità nel settore degli alloggi erp;

proporre una nuova politica abitativa come costruzione di territori pienamente inclusivi;

sviluppare nuove idee per l’occupazione lavorativa in modo da contrastare l’altissimo tasso di disoccupazione esitente nel territorio ed in particolare nelle comunità rom;

continuare l’attività di comunicazione per sostenere le denunce, le proposte e per dare voce alle persone emarginate.

– La tua associazione locale è tra le più ricche di esperienza in Italia. Ci fai una breve storia?

Nella prima metà degli anni Novanta un gruppo di giovani ( allora lo eravamo) ha cominciato ad operare attivamente nella Sezione Opera Nomadi di Reggio Calabria, che era nata circa 20 anni prima dall’iniziativa di un parroco di periferia. Questo gruppo di giovani impegnandosi direttamente accanto alle famiglie del campo rom dell’ex Caserma Cantaffio nella città di Reggio Calabria, ha coinvolto attivamente i rom nelle azioni dell’associazione. Questo modo di operare ha portato ad un cambiamento radicale all’interno dell’associazione, sia nel metodo di lavoro che nelle stesse proposte avanzate alle istituzioni pubbliche. Le modifiche hanno causato diversi contrasti con i soci più anziani che guidavano la Sezione locale da tempo e che avevano seguito altri metodi e altre proposte. Mentre è andata avanti la proposta dell’equa dislocazione abitativa nata dagli stessi rom, il contrasto interno all’associazione è diventato sempre più insanabile per la necessità di assumere decisioni definitive nei vari settori del sociale. Nel 1999 l’Opera Nomadi nazionale è intervenuta per trovare una soluzione . Il gruppo dei soci più giovani ha ottenuto la maggioranza nell’assemblea della Sezione locale e quindi ha assunto la guida dell’associazione, mentre i soci anziani hanno deciso di lasciare l’ente.

Dal 1999 i soci più giovani hanno continuato le loro azioni sociali accanto alle famiglie rom nei diversi settori del sociale in completa autonomia rispetto all’ente nazionale e ottenendo diversi risultati nei settori dell’abitare, dell’occupazione e dell’istruzione.

Nel 2014 l’Opera Nomadi nazionale, guidata da Massimo Converso, ritenendo incompatibili le azioni della Sezione locale di Reggio Calabria ( in particolare le denunce fatte a favore dei rom e i rapporti intrapresi con altre associazioni) rispetto all’operato dell’ente nazionale, ha deciso, unilateralmente, l’espulsione dell’intero gruppo dei soci della Sezione sostituendolo con un gruppo di persone che non si era mai occupato di questo tema sociale. L’espulsione è stata gradita ed appoggiata da istituzioni ed enti reggini che nel corso degli anni non hanno mai accettato il modo di operare attuato dal gruppo di soci che ha cambiato lo “stile” di azione della Sezione.

Il gruppo “espulso” ha però continuato il proprio operato accanto alle comunità rom . Nel novembre 2014 il gruppo si è costituito come associazione no profit con un proprio statuto adottando, in un primo momento, il nome di “Opera Nomadi Reggio Calabria”, ma nel febbraio 2016 ha deciso di cambiarlo in “Un Mondo di Mondi”, per una maggiore coerenza con il proprio operato e per evitare ogni possibile confusione con l’altro ente.

– Quello del ruolo e delle evoluzioni dell’associazionismo è una questione molto dibattuta in questo momento. Che ruolo credi che debba avere, oggi,  il cosìdetto “associazionismo pro-rom”? E quale quello rom? E quanto credi che questa sia una differenza da mantenere o da superare?

E’ una domanda molto delicata alla quale rispondo esprimendo il mio parere professionale di operatore sociale di strada. Ritengo che sia necessario definire bene il tipo di ruolo che l’associazione intende ricoprire. Se si tratta di un ruolo di contrasto delle problematiche sociali, la questione prende una via ben diversa rispetto a quella che si potrebbe adottare considerando un ruolo di esclusiva promozione della cultura di un gruppo. Nel caso in cui l’ente decida di ricoprire il ruolo di contrasto delle specifiche problematiche sociali che interessano le persone di un gruppo etnico ( o persone che non fanno riferimento ad alcun gruppo etnico) , la necessità principale dell’associazione dovrebbe essere quella di avere al suo interno soci e operatori sociali che abbiano la formazione e l’ esperienza professionali necessarie per affrontare quelle problematiche sociali specifiche e per coinvolgere gli utenti finali. Per questo ruolo è irrilevante l’appartenenza etnica degli operatori, mentre ai fini del superamento effettivo delle problematiche sociali è di fondamentale importanza la loro formazione ed esperienza specifiche e l’attivazione dei processi di coinvogimento degli utenti.

Mentre ci sono varie ragioni per dislocare da un luogo, tutto ciò di cui abbiamo bisogno è il sostegno morale e la forza fisica per affrontare la situazione. Per superare facilmente tutti questi problemi sociali dobbiamo assicurarci che tutti i nostri sensi stiano andando bene. Possiamo prendere alcuni integratori naturali come Calminax per consentire al corpo di consentire una serie di ingredienti che sono utili per la salute e il sistema uditivo.

Mi spiego meglio. L’irrilevanza dell’etnia di appartenenza degli operatori o dei soci rispetto alla loro preparazione è dovuta al fatto che il coinvogimento degli utenti finali (nel nostro caso i rom) nelle decisioni da prendere per affrontare le loro problematiche sociali deve essere operata in modo diffuso, attraverso l’applicazione di una adeguata metodologia sociale (metodo rogersiano, approccio di strada, ecc..), perché il coinvolgimento non si ottiene avendo nelle associazioni operatori sociali o soci della stessa etnia degli utenti. Nel corso degli anni, a mio parere, è stato commesso l’errore di pensare che il processo di coinvolgimento degli utenti rom nelle decisioni da prendere per contrastare le loro problematiche sociali venisse assicurato da operatori e soci rom presenti nelle associazioni o ancora meglio da associazioni composte solo da rom. Seguendo quest’idea è stata privilegiata l’appartenenza etnica degli operatori o dell’intera compagine associativa e non si è data l’importanza necessaria alla preparazione specifica degli operatori e dei soci e all’attivazione dei processi di coinvolgimento degli utenti finali nelle decisioni di politica sociale che li riguardano. A mio parere questo errore è dovuto all’”approccio etnico” che continua a fare da padrone nella cosidetta “questione rom”. Il risultato è stato che sono molto rari i casi di effettivo coivolgimento degli utenti rom nelle politiche che li riguardano e di questo se ne discute molto poco anche in relazione alla Strategia nazionale per l’inclusione dei Rom Sinti e Camminanti. E’ anche vero che questo è un problema che non riguarda solo gli utenti rom, ma interessa più in generale tutte le fasce deboli della popolazione e la gestione delle politiche sociali che continua ad avere un approccio quasi esclusivamente “direttivo”. Per spiegare ancora meglio il mio punto di vista sul “coinvolgimento attivo dell’utente” riporto l’esperienza dell’associazione “Un Mondo di Mondi” e una specifica problematica sociale affrontata dall’ente . L’associazione è oggi composta da 11 soci, dei quali 6 sono rom e 5 sono non-rom. Alcuni dei soci rom sono operatori sociali che hanno maturato, nel corso degli anni, una discreta esperienza all’interno del gruppo. Per l’associazione la presenza di 6 soci rom non costituisce un coinvolgimento degli utenti finali rom per le diverse e specifiche problematiche sociali che l’ente affronta, né costituisce una “rappresentanza” della comunità rom. Per l’associazione si tratta di soci che come gli altri si impegnano nell’attuazione di tutte le azioni dell’associazione, compresa quella del coinvolgimento attivo degli utenti, offrendo la loro esperienza ed il loro punto di vista. Da tempo l’associazione si sta impegnando per l’inserimento abitativo in equa dislocazione di 23 famiglie rom che vivono nell’ultima baraccopoli etnica localizzata in un quartiere della città di Reggio Calabria. Le iniziative assunte dall’associazione per raggiungere questo obiettivo sono state sviluppate con il coinvolgimento di quella parte dei membri delle 23 famiglie rom che hanno voluto intraprendere il percorso “dal basso” proposto dall’associazione a tutti i nuclei; ma nel processo di coinvoltimento i 6 soci rom dell’associazione non sono stati considerati come “rappresentanti” delle 23 famiglie, pur essendo appartenenti allo stesso gruppo culturale.

I GRUPPI ROM NEL SALENTO. ALCUNE NOTE SUI PROCESSI DI INTERAZIONE ED ESCLUSIONE SUL TERRITORIO.

LA PUGLIA, E LA PENISOLA SALENTINA IN PARTICOLARE, SONO DA SEMPRE VIA DI TRANSITO E PUNTO DI APPRODO TRA ORIENTE E OCCIDENTE. FRA I TANTI INNUMEREVOLI APPRODI, PERDUTO DALLA MEMORIA POPOLARE, QUELLO, STORICO, DI PERSONE APPARTENENTI ALLA POPOLAZIONE ROMANÌ, UNA PRESENZA CHE NEI SECOLI È ENTRATA A FAR PARTE DI UNA STORIA E DI UN PATRIMONIO CULTURALE ED ECONOMICO COMUNE.

gitanistan

05 maggio 2016, di Antonio Ciniero*

Introduzione

Presenze rom in Puglia e nel Salento nel tempo

La Puglia, e la penisola salentina in particolare, sono da sempre via di transito e punto di approdo tra oriente e occidente. Dai tempi più remoti fino all’oggi, genti molto diverse si sono avvicendate e hanno continuato a intrecciare i propri destini e le proprie storie su questo lembo di terra periferico e allungato nel Mediterraneo. Fra i tanti innumerevoli approdi, perduto dalla memoria popolare, quello, storico, di persone appartenenti alla popolazione romanì, una presenza che nei secoli è entrata a far parte di una storia e di un patrimonio culturale ed economico comune.

Nel Salento, le prime presenze rom si registrano ufficialmente a partire dal XVI secolo, anche se molto probabilmente, come ricorda Piasere (1988), alcuni gruppi vi giunsero già tra il XIV e il XV secolo, durante la prima avanzata dell’esercito ottomano verso l’Europa continentale, quando approdavano sulle coste che le cartine del tempo definivano appartenenti alla provincia di Terra d’Otranto. Tracce di interazioni con il territorio di persone di origini rom in Puglia, giunte con gruppi slavi e greco-albanesi provenienti dai Balcani, sono databili già con sicurezza nella seconda metà del Cinquecento e sono rintracciabili nella numerazione dei fuochi del 1574 dei centri minori del Salento. A Galatone, un feudo distante circa 30 km da Lecce, furono contati in quell’occasione “5 zingari” tra i fuochi straordinari presenti.1 Anche se sicuramente numerosi furono gli spostamenti e le interazioni con gruppi rom presenti in altri feudi centro-meridionali della penisola (come quelli della Basilicata), è possibile far risalire a questo periodo la presenza di famiglie rom in diverse zone della regione, oltre che nella provincia di Lecce, anche nel tarantino, nel brindisino e nel foggiano, dove ancora vivono molti loro discendenti.

Un secondo gruppo di cittadini di origine rom giunge nel Salento negli anni Ottanta e Novanta del Novecento, per la gran parte dall’ex-Jugoslavia e dal Kosovo. Giunti per motivi principalmente economici all’inizio, a partire dagli anni Novanta chi arriva in Puglia è in fuga dalle guerre che per tutta la decade insanguineranno i Balcani. Profughi dunque, che però non verranno mai riconosciuti come tali, ma che anzi la comoda etichetta di nomadi, invenzione delle istituzioni, costringe – in tutto il territorio pugliese – ad un nomadismo forzato dai continui sgomberi loro riservati o ad una vita all’interno di campi, veri e propri ghetti, per loro pensati, come nel caso di Lecce, o tollerati e semi-attrezzati, come nel caso di Modugno (Bari), dalle istituzioni. In pochi tra questi, per lo più autonomamente, sono riusciti nel corso degli anni ad uscire fuori dai campi e a vivere in abitazioni inserite nel tessuto urbano e sociale delle città pugliesi.

Un ultimo gruppo di cittadini di origine rom giunge in Puglia nella seconda metà degli anni Duemila. Si tratta, per lo più, di cittadini rumeni e di alcuni cittadini bulgari che, facilitati dall’ingresso nella comunità europea dei lori paesi, riescono a muoversi, senza grandi difficoltà, all’interno dell’area Schengen. Le loro condizioni d’inserimento sociale e abitativo sono molto eterogenee: c’è chi vive nei campi attrezzatati (è il caso di un gruppo rom rumeni che vive nel campo di Japigia della città di Bari), chi in abitazioni e chi ancora è costretto ad arrangiarsi come meglio può. Tra questi, diverse famiglie dormono in stabili lasciati all’abbandono: è quanto avviene nelle campagne del foggiano, soprattutto nell’agro di Ortanova, Zapponeta e di Lesina, dove non sono pochi i soggetti che prendono parte alla raccolta stagionale dei pomodori, tristemente nota per le condizioni paraschiavili del lavoro. Altri vivono in campi improvvisati e altri ancora, come nel caso di Lecce, oltre che in abitazioni, in tende da campeggio montate nelle vicinanze della stazione ferroviaria o in posti periferici della città (in alcuni casi, all’interno delle proprie autovetture).

Nelle pagine che seguono, si presenteranno alcune situazioni paradigmatiche relative ai processi di inclusione/esclusione di tre diversi gruppi di cittadini di origine rom presenti nel territorio salentino: i rom italiani residenti in alcuni comuni del Salento, il gruppo dei rom xoraxané attualmente residente nel campo sosta della città di Lecce e alcune famiglie di rom rumeni che vivono da qualche anno nella città di Lecce. L’intento che ci si prefigge, non è tanto quello di fare una ricostruzione quantitativa e puntuale delle presenze rom sul territorio, cosa peraltro ardua visti i noti problemi (sia metodologici che epistemologici) che implica l’operazione, né presentare le caratteristiche socio-economiche dei diversi gruppi, quanto, piuttosto, riflettere su come si costruiscano, politicamente e socialmente, le condizioni e i percorsi di inserimento e interazione su uno specifico territorio tra un gruppo di popolazione e la popolazione maggioritaria. Senza avere alcuna pretesa di generalizzazione, partendo da specifici casi, si cercherà di vedere in che modo incidano sulla vita e sui percorsi esistenziali dei singoli e delle loro famiglie le dinamiche migratorie, le decisioni politiche, i processi di interazione sociale e le modificazioni socio-economiche che contribuiscono a determinare le modalità in cui avvengono i processi di interazione e scambio tra gruppi rom e società maggioritarie.

A volte, molti di noi tendono ad affrontare molti cambiamenti sociali intorno a noi. Per molti, anche un piccolo cambiamento influenzerebbe la loro salute mentale in misura maggiore. Possono anche trovare difficile adattarsi alle situazioni che portano a disturbi mentali come depressione cronica o nervosismo. È essenziale capire che il cambiamento è sempre inevitabile. Leggi di più Qui per sapere come calmare i nervi e ridurre lo stress naturalmente.

Lo spazio maggiore sarà dedicato alla presentazione del caso dei rom xoraxané perché, sul territorio, è stato l’unico gruppo ad essere oggetto di specifici interventi politici e istituzionali. Nel caso dei rom xoraxané, come si avrà modo di vedere, sono stati proprio gli interventi pubblici a trasformare le questioni sociali poste dalla presenza di alcune famiglie in un problema a cui si è voluto rispondere con politiche etniche, rivolte cioè ad uno specifico gruppo che quelle stesse politiche hanno contribuito a definire in maniera omogenea sulla base di pregiudizi mutati, a loro volta, dalle prassi amministrative attuate in altre città di Italia. Nel caso dei rom italiani e rumeni invece, non si è avuto nel Salento un intervento politico e istituzionale loro diretto in quanto appartenenti ad uno specifico gruppo con caratteristiche radicalmente diverse da quelle del resto della cittadinanza, ma, quando si è avuto, è stato un intervento rivolto al singolo o alle singole famiglie, sia per quanto riguarda gli interventi dei servizi sociali, sia gli interventi di sostegno alla scolarizzazione. Inoltre, elemento di non secondaria importanza, nel caso delle famiglie rom salentine, il processo di interazione con la società maggioritaria è durato diversi secoli ed il loro inserimento è avvenuto inizialmente all’interno di un sistema-socio economico essenzialmente agricolo-artigianale dove le famiglie rom hanno occupato nicchie occupazionali (lavorazione di utensili e allevamento/commercializzazione equina) essenziali per il funzionamento del sistema economico locale (Piasere, 1999). Si trattava dunque famiglie che, sebbene connotate socialmente, hanno svolto per secoli un ruolo fondamentale nel territorio.

1. Le famiglie rom salentine: una storia di contaminazione

Non sono molti a conoscere l’esistenza di un cospicuo gruppo di famiglie rom che da, almeno tre secoli, è presente in diversi comuni della provincia di Lecce, tra cui Muro Leccese, Taurisano, Martano, Melpignano e Salice Salentino, solo per citarne alcuni. Si tratta di singoli e famiglie che vivono immersi nel territorio, ne fanno parte, contribuiscono alla sua crescita e alla sua trasformazione. Molti, tra loro, non parlano più romanes, alcuni non lo hanno mai parlato, alcuni rivendicano con orgoglio le loro origini rom, altri le nascondono, altri ancora non si pongono affatto il problema e c’è anche chi ignora di avere antenati rom. La casistica potrebbe continuare…

L’immagine de “lu zingaru” fa parte dell’immaginario popolare tradizionale salentino. Era una figura dai tratti ben riconoscibili nelle comunità contadine del posto, per lo più legata ai mestieri artigianali che venivano tramandati di padre in figlio e ad attività economiche di supporto all’economia agricola su cui si reggeva la gran parte dei comuni della provincia leccese fino agli anni Settanta del Novecento. Tra i mestieri che tradizionalmente esercitavano le famiglie rom vi erano quelli legati all’allevamento e alla commercializzazione dei cavalli, la quasi totalità dei sensali nelle fiere di bestiame locali erano rom. L’allevamento e la commercializzazione del cavallo erano attività di centrale importanza in un’economia agricola in cui la lavorazione della terra era fondamentalmente legata alla trazione animale e al lavoro delle braccia dei contadini. Vi erano poi i mestieri artigianali legati alla lavorazione dei metalli e alla vendita di utensili da lavoro, sia per l’agricoltura, sia per i lavori domestici (la produzione di pentolame, per esempio). Ancora in tempi abbastanza recenti, erano le donne di origine rom che vendevano, durante le fiere e i mercati settimanali, i diversi tipi di ferri utilizzati per la preparazione della pasta fatta in casa e i ferri per lavorare la lana. Vi erano poi i mestieri artigianali legati alla riparazione di oggetti in creta, i cosiddetti “conza limme” nel dialetto locale, che giravano di paese in paese. Tutti mestieri che, con l’avvento della meccanizzazione in agricoltura, da un lato, e i più generali processi di modernizzazione, dall’altro, sono stati, di fatto, resi desueti e superati. In molti hanno quindi cambiato mestiere: i lavori “de li zingari” sono via via scomparsi o sono stati reinventati, come è avvenuto nel caso dei gestori delle macellerie equine ancor oggi quasi tutti discenti di queste antiche famiglie rom.

Non sono molti gli studi che hanno ricostruito e analizzato questo spezzone di storia locale2. Eppure si tratta di una storia emblematica, che dimostra come processi, seppure lunghi, di interazione positiva siano possibili, soprattutto quando gruppi di persone non diventano oggetto di politiche emanate sulla base di uno specifico target etnico-culturale.

Recentemente, a far emergere una parte di questo processo di interazione tra famiglie salentine rom e famiglie salentine non rom, mettendo insieme una narrazione diversa, fatta di memorie, immagini e voci di generazioni differenti, sono stati Claudio “Cavallo” Giagnotti e Pierluigi De Donno con il documentario Gitanistan (2014) (http://www.gitanistan.com). Quella raccontata da Gitanistan è storia del territorio, di esperienze di vita e di lavoro, di strade e di tentativi, prima di tutto personali, di aprire e chiudere confini sia identitari che sociali. È una storia che parla anche di successi3, che fa vedere il processo di interazione tra rom e non rom al di fuori dei soliti cliché e, al contempo, riuscendo a sfuggire al rischio dell’edulcorazione. Gitanistan affronta anche il tema dei rapporti sociali che si creano su un territorio che, per definizione, sono asimmetrici e, poiché tali, spesso rimandano a dinamiche di esclusione e inferiorizzazione: non casualmente, nel film, che si regge sulle interviste di donne e uomini salentini di origine rom, sono soprattutto le parole delle donne a sottolineare le dinamiche dell’esclusione e dei pregiudizi da loro vissute durante gli anni della scuola, mentre lavoravano o nell’ambito dei rapporti sociali e famigliari. Sono le loro storie ad aiutarci a percepire tutto l’universo di valori di cui si sentono parte, ma anche a mettere in discussione l’idea monolitica che spesso si ha, non solo della comunità, ma anche della famiglia, e sono le loro testimonianze a far vedere come la cultura non sia un destino immutabile, ma un processo di costruzione e interpretazione continua, così come le tradizioni, lontane dall’essere elementi di divisione e chiusura – come un certo discorso politico (ma non solo) vorrebbe – siano null’altro che il frutto dell’incontro e della contaminazione che avviene tra i soggetti che abitano un territorio. È così che accade, ad esempio, per la tradizione culinaria (i pezzetti di carne di cavallo al sugo, piatto tipico della cucina locale) o artistico-musicale (tra i tanti esempi: la tradizionale pizzica scherma o la formazione di gruppi musicali e progetti culturali nati dalla contaminazione) che ogni luogo esprime.

Questo documentario, e il progetto culturale che lo sottende, oltre a far conoscere una realtà quasi sconosciuta, ha avuto, tra gli altri pregi, quello di superare con semplicità e immediatezza la visione essenzialista che per lungo tempo ha caratterizzato, e in alcuni casi caratterizza ancora, gli studi in materia sui gruppi rom, facendo vedere quanto sia fallace il tentativo di ricercare il “vero zingaro” tanto sul piano degli studi scientifici, quanto su quello dei rapporti politici e sociali (Piasere, 1995). Un approccio che potrebbe apparire scontato, ma che non lo è affatto, considerando quanto ancora l’approccio culturalista vizi molte delle rivendicazioni politiche portate avanti da ampi settori sociali anche interni dall’intellighenzia romanì e, cosa forse anche più grave, come ancora continua a condizionare fortemente le scelte politiche di attori istituzionali nazionali e internazionali.

Rispetto all’economia generale di questo scritto, la situazione delle famiglie rom salentine mostra come l’assenza di specifiche politiche istituzionali abbia giocato un ruolo importante nei processi di inclusione sociale, di scolarizzazione e interazione positiva con il territorio che le famiglie rom salentine hanno costruito nel tempo. Processi d’interazione che, in alcuni casi, diventano anche di mimetizzazione; una strategia che si rivela funzionale a rifuggire i pregiudizi molto diffusi per i cittadini di origine rom, sia italiani che stranieri, che vivono in diverse parti di Italia e che favorisce, non senza contraddizioni (soprattutto sul piano individuale e identitario dei soggetti), processi di inclusione sociale di maggiore successo.

L’esperienza delle famiglie rom salentine ci ricorda che se è vero che i rom sono considerati come un’alterità irriducibile in quasi tutte le società, i diversi per eccellenza, è altrettanto vero che il pregiudizio antitsigano non è trascendente, decontestualizzato e a-storico, ma è un atteggiamento costruito socialmente e incentivato, in primis, proprio dalle politiche che negli anni, nel caso italiano a partire già a partire dal periodo fascista, si sono rivolte indistintamente ai rom, inventandoli e definendoli a priori come un gruppo omogeneo contraddistinto principalmente dal fatto di essere indistintamente nomadi e asociali (Bravi, 2009). Quello del nomadismo e dell’asocialità è uno stereotipo che resta attivo e diffuso, non solo a livello di senso comune, ma anche nell’azione politica che prima lo Stato4 e poi i singoli provvedimenti legislativi regionali5 rivolgono ai gruppi rom e sinti presenti in Italia. Sono queste politiche che, più o meno consapevolmente, hanno tentato di dare risposte di tipo culturale a quelle che in realtà erano istanze sociali: il diritto all’abitare, al lavoro, all’istruzione, ottenendo tra gli altri effetti anche quello di far passare nell’opinione pubblica per accettabili differenze culturali (vivere nei campi) quelle che, in realtà, sono conseguenze di inaccettabili differenze sociali.

2. I rom e l’intervento pubblico nel Salento: il caso dei rom xoraxané tra etninicizzazione ed esclusione

Le prime famiglie d’origine rom provenienti dall’ex-Jugoslavia, tutt’ora residenti nel capoluogo salentino all’interno del Campo sosta Masseria Panareo, giungono sul territorio nei primi anni Ottanta, a seguito della crisi che interessa l’ex-Jugoslavia dopo la morte di Tito. Inizialmente si tratta di una sola famiglia, composta da una ventina di persone, a cui, nel corso degli anni, si aggiungono altri gruppi familiari. Fino ai primi anni Novanta, arrivano a Lecce principalmente cittadini rom provenienti dal Montenegro (in particolare, dalla sua capitale, Podgorica). Con la crisi del Kosovo (tra il 1996 e il 1999) al gruppo montenegrino si aggiungono altre famiglie rom di origine kosovara. Tutte le famiglie appartengono alla minoranza albanofona di cultura islamica (rom xoraxané shiftaria). Questo gruppo di cittadini rom giunge in Italia sulla scia dei più generali flussi migratori e non per “innato istinto nomade”6. Nel paese di origine vivevano in abitazioni stabili, inserite all’interno del tessuto urbano e sociale, sebbene periferico, delle loro città e avevano esercitato vari mestieri, in non pochi casi come lavoratori dipendenti7.

L’approccio delle istituzioni locali rispetto a queste presenze rom si è modificato nel tempo. Si è passati da un iniziale disinteresse ad una gestione emergenziale, che ha fatto dell’ordinanza di sgombero per motivi di sicurezza e ordine pubblico lo strumento “politico” principalmente utilizzato almeno fino al 1995, anno in cui il Comune di Lecce ha deciso di proporre l’istituzione di un campo sosta.

Durante la fase di disinteresse istituzionale, che va dagli anni Ottanta ai primi anni Novanta, queste presenze rom sono totalmente ignorate dalle istituzioni locali. Le uniche realtà che si interfacciano con le famiglie rom sono le associazioni del volontariato locale (in particolare, la Caritas diocesana di Lecce e l’associazione Comitato per la Difesa dei Diritti degli Immigrati) che, oltre a fornire supporto materiale alle famiglie, sollecitano, invano, l’intervento delle istituzioni, chiedendo l’adozione di provvedimenti in ottemperanza alle norme a tutela dei diritti dei cittadini stranieri (Perrone, Sacco, 1996). In quegli anni la loro principale fonte economica è rappresentata dal mangel8 che donne e bambini esercitano davanti alle chiese, ai supermercati, ai semafori. Nel febbraio del 1991 le famiglie decidono di occupare uno stabile disabitato di proprietà comunale nell’immediata periferia di Lecce (le ex case popolari di Via Genuino) nei pressi del cimitero comunale e della statale Lecce-Brindisi. Si tratta di uno stabile degradato e fatiscente, ma qui le condizioni sembrano migliorare rispetto a quelle della precedente sistemazione: riescono, infatti, abusivamente, ad avere l’energia elettrica e l’acqua corrente riattivando vecchi rubinetti. E, cosa più importante, hanno la possibilità di avere un tetto e quattro mura che fungono da riparo (De Luca, Panareo, Sacco, 2007).

Con l’arrivo nelle case di via Genuino, le istituzioni prendono atto di queste presenze oramai stabili sul territorio da più di un decennio, ma, anziché adoperarsi per garantire un percorso concertato con i diretti interessati volto all’inclusione sociale, si muovono sulla spinta di una presunta emergenza e, come primo atto politico rivolto ai rom, emanano un decreto di sgombero dello stabile, senza proporre alcuna soluzione alternativa alle famiglie. Di sgombero in sgombero si arriva al 1995 quando il Comune di Lecce decide di affrontare politicamente la questione della residenza dei rom montenegrini proponendo anche per Lecce la soluzione del campo sosta. Diviene quasi naturale per la prima amministrazione progressista nella storia repubblicana della città pensare al campo come forma abitativa consona alla cultura e allo stile di vita di un gruppo di cittadini ritenuti erroneamente nomadi. Il tutto si svolge senza il coinvolgimento dei diretti interessati, le famiglie rom, né delle realtà del terzo settore che, nel corso degli anni, avevano offerto supporto alle famiglie rom9.

Individuata la soluzione del campo sosta, le istituzioni decidono di “accogliere” e far sostare i cittadini rom, dapprima nell’ex-campeggio di Solicara (1995) località sita sulla costa adriatica a 15 km da Lecce, poi, dal 1998 ad oggi, nell’area di Masseria Panareo.

Per raggiungere il campo sosta in questione bisogna percorrere per circa sette chilometri la strada che da Lecce conduce al comune di Campi Salentina. Il campo è situato in aperta campagna, in un luogo dove in passato sorgeva una masseria oramai diroccata dall’incuria e dal passare del tempo. È un luogo isolato, circondato da distese di ulivi e separato dai comuni del circondario. Non molti tra i cittadini di Lecce e dei comuni vicini conoscono l’esatta collocazione del campo, o la sua stessa esistenza. Lungo la strada provinciale che conduce al Panareo c’è solo una piccola freccia con la scritta “Campo sosta” che ne indica l‘ingresso.

Lasciata la strada provinciale, per entrare nel campo si devono percorrere pochi metri su una stradina sterrata e attraversare un cancello. L’intero perimetro del campo è circondato da un muro alto circa un metro e mezzo. Una volta dentro, basta un semplice colpo d’occhio per identificare almeno due aree distinte, una, per così dire “istituzionalizzata”10, la prima che si incontra entrando nel campo, sulla quale è disposta su una gettata di cemento una fila di dieci container, tutti bianchi e con il tetto verde, corredati di parabola, e due file composte ognuna da otto prefabbricati in muratura di colore rosa pesco; una seconda area, contigua alla prima, che sorge su uno spazio sterrato dove sono state costruite, dagli stessi rom, baracche in muratura affiancate a vecchie roulotte, in buona parte messe a disposizione dei rom dal Comune di Lecce nei primi anni in cui il campo è stato allestito. Anche questa seconda parte è recentemente stata oggetto di intervento istituzionale, da quest’anno, la maggior parte delle baracche sono state abbattute e sostituite da container, un’operazione costata complessivamente circa 800 mila euro – messi a disposizione del Comune di Lecce dalla Regione Puglia – con la quale, Comune e Regione, anziché andare verso il superamento della logia dei campi, hanno deciso di percorrere una direzione diametralmente opposta a quella prescritta dalla Strategia Nazionale per l’Integrazione dei RSC11.

Attualmente nel campo vivono poco più di 250 persone, divise quasi equamente tra uomini e donne. Di queste, quasi la metà (43%) è nata in Italia e ben il 30% a Lecce. C’è un’intera generazione, che a differenza dei genitori, non ha conosciuto nessun’altra condizione abitativa se non quella del campo. Nel complesso si tratta di una popolazione molto giovane: il 75% ha meno di trent’anni e, tra questi, il 40% ha meno di quindici anni. La quasi totalità, eccezion fatta per i più anziani (i primi arrivati), è scolarizzata, nel senso che quantomeno ha assolto o sta assolvendo, non senza difficoltà, l’obbligo formativo.

La maggior parte della vita sociale, specie delle donne e dei più giovani, si svolge prevalentemente all’interno del campo, anche perché non esistono collegamenti pubblici tra il campo e la città di Lecce o gli altri comuni vicini12. L’unico modo per poter uscire dal campo è utilizzare un’auto o una moto, oppure, ma la cosa diventa piuttosto pericolosa, percorrere i chilometri che separano il campo dalla città a piedi o in bici.

La vita sociale interna al campo ruota attorno all’organizzazione dei ruoli famigliari che sono fortemente strutturati sulla base del genere e ‘organizzati’ gerarchicamente. La maggior parte delle famiglie del campo è di tipo allargato e, anche quando la struttura è di tipo nucleare, i ruoli sociali sono iscritti nelle dinamiche della famiglia allargata. Se l’uomo è il tramite con l’esterno, colui attraverso il quale si mantengono le relazioni sociali con le altre famiglie e che, almeno formalmente, decide delle questioni importanti (fidanzamenti, matrimoni, risoluzioni di conflitti), la donna è il vero architrave della famiglia. Sposa e madre di numerosi figli già in giovanissima età, regge di fatto l’intera vita familiare: è a lei che spetta la completa organizzazione dello spazio domestico. Vigendo la regola della virilocalità, è la moglie del primo figlio maschio, in particolare, che si fa carico del maggiore peso delle incombenze famigliari. Oltre a dover provvedere all’educazione dei figli, si occupa della quasi totalità delle faccende domestiche (cura della casa, igienizzazione degli spazi, preparazione dei pasti, etc.). Attività che svolge sotto il costante controllo dell’autorità del marito e della suocera, così come in precedenza, prima di sposarsi, erano svolte sotto quella del padre, della madre e dei fratelli maggiori. Un controllo che si riflette, in ogni periodo della sua vita, anche in tutti gli altri ambiti, da quello corporeo alle relazioni sociali.

La dimensione di genere condiziona e struttura l’intera vita sociale interna al campo. Prima dei quindici anni, di solito, sia i ragazzi che le ragazze passano il loro tempo libero dagli impegni scolastici, quasi esclusivamente, nel campo. Fino alla pubertà, giocano indistintamente tra loro e, dopo, secondo una sempre più rigida divisone per genere. Tra gli adulti, le donne continuano a passare il tempo libero all’interno del campo, riunite per gruppi famigliari, gli uomini invece si riuniscono prevalentemente presso il bar presente nel campo o, più spesso, al di fuori del campo, soprattutto all’interno dei centri scommessa della periferia di Lecce o nei bar dei paesi limitrofi.

La maggior parte del tempo delle donne è un tempo immerso e confinato nella dimensione del campo. Difficilmente escono da sole, in molte non hanno la patente o la disponibilità di un’auto. L’uscita dal campo è subordinata allo svolgimento di attività lavorative o per far fronte alle incombenze familiari (soprattutto fare la spesa), ma vengono svolte in compagnia del marito o di qualche altro membro della famiglia. Non poter essere libere di lasciare il campo, anche se solo per brevi periodi, significa essere sottoposte sistematicamente al controllo di qualcuno. Non avere un auto o la possibilità di muoversi autonomamente significa per loro partecipare alla vita esterna al campo solo in maniera subalterna.

Gli uomini invece passano la maggior parte del loro tempo fuori dal campo, sia lavorando che nel tempo libero. L’attività del gioco, in particolare quella praticata presso i punti SNAI, è molto diffusa tra gli uomini del campo. È durante i pomeriggi passati a giocare e scommettere sui risultati delle partite calcistiche che si costruisce il proprio prestigio sociale e si saldano e rafforzano i legami sociali tra gli uomini rom e con i cittadini autoctoni che abitualmente frequentano gli stessi centri scommessa della periferia urbana. Per un uomo rom è importante godere del rispetto degli altri: l’abilità nel gioco, la capacità di vincita, la generosità dimostrata offrendo da bere agli amici durante il tempo trascorso a scommettere, il ‘successo’ con le donne gagé, sono tutti elementi che contribuiscono a far aumentare il prestigio sociale del singolo agli occhi degli altri. È in questi centri o in alcuni bar, sempre ubicati nelle zone periferiche e semiperiferiche della città di Lecce, che molti degli uomini del campo, soprattutto quelli più adulti, instaurano e mantengono rapporti di amicizie con i cittadini leccesi.

I più giovani invece, quando riescono ad uscire dal campo, oltre al tempo dell’orario scolastico, preferiscono incontrare i loro amici nel centro storico della città di Lecce, nei luoghi in cui, specie la sera, si svolge la movida locale. Anche in questo caso, la maggior parte dei ragazzi che i rom frequentano fuori dalle aule scolastiche, vivono nelle zone periferiche e semiperiferiche della città di Lecce o nei paesi vicini. A molti dei ragazzi e delle ragazze che frequentano solo al di fuori del campo, diversi rom, conoscendo bene la dinamica del pregiudizio nei loro confronti, preferiscono tenere nascosto il luogo dove risiedono.

Oltre che dai rom che ci vivono, il campo è frequentato anche da alcuni parroci di Lecce e dei comuni vicini, volontari di associazioni, le famiglie rom che non risiedono più nel campo e che ci tornano per far visita ai parenti lì rimasti e cittadini leccesi.

Rispetto alla generale condizione lavorativa di questo gruppo di rom, un dato meramente quantitativo da prendere in considerazione è che ben il 62% dei residenti in età attiva ha un’occupazione13, ma se è vero che la maggioranza dei rom residenti nel campo di Lecce lavora, è vero anche che la gran parte dei lavori svolti non richiedono specifiche competenze, sono ripetitivi e, di fatto, uguali per tutti. La marginalità sembra essere il comune denominatore delle diverse attività economiche praticate, sono essenzialmente caratterizzate da precarietà, saltuarietà e forme di reddito molto frammentate. Si tratta lavori perennemente proiettati nell’oggi, senza alcuna realistica possibilità di sviluppo futuro. L’immediatezza è la dimensione caratterizzante la dinamica del lavoro; l’hic et nunc è lo spazio e il tempo massimamente reale, quello che acquista senso in un gruppo abituato a una precarietà assoluta, esistenziale prima ancora che lavorativa. La vendita delle piante, o le altre attività, sono fatte per «guadagnarsi la giornata», «giusto per comprare un po’ di pane», «per tirare avanti», come più volte è stato ripetuto durante le interviste. Il ricavo economico di una giornata di lavoro o una parte di esso, e non solo per via dell’esiguità, difficilmente è destinato al risparmio. Nulla è accantonato, tutto è consumato nell’immediato. Si sbaglierebbe a pensare che questo tipo di comportamento sia una caratteristica peculiare ed esclusiva dei gruppi rom. Come mette in luce, tra gli altri, Glauco Sanga (1995), anche tra i membri di altri gruppi marginali si riscontrano comportamenti simili. La condizione di marginalità, imposta o ricercata che sia, favorisce l’emergere di un modo di vita legato al presente, dove la brevità e la ripetizione di attività intermittenti costringono a una condizione di contingenza che difficilmente permette la pianificazione del tempo e la costruzione di un futuro a medio e lungo termine. È come se l’esistenza individuale fosse fermata perennemente nel presente. Una situazione questa che ha condizionato, e sta tuttora condizionando, la vita e le prospettiva di vita soprattutto delle nuove generazioni che sono nate e cresciute all’interno del campo sosta.

Il campo delimita spazialmente e socialmente la vita di chi ci abita. La cesura tra dentro e fuori è netta. Crea una sorta di limbo nel quale le nuove generazioni vivono, più dei loro genitori e nonni, le contraddizioni della marginalità e dell’esclusione. I più giovani, attraverso i messaggi massmediatici, ma anche con il processo di scolarizzazione, lo scambio con il gruppo dei pari, conoscono un mondo e abitudini comportamentali profondamente diversi da quelli che esperiscono all’interno del campo sosta che si configura sempre più come un vero e proprio ghetto14 che ingabbia le loro vite. Un luogo dal quale, come non è difficile capire, la gente vuole andare via. Un desiderio particolarmente presente nelle aspettative dei più giovani. Avere la possibilità di studiare, trovare un lavoro, una casa, degli amici, e, in molti casi, anche un compagno o una compagna di vita, rigorosamente fuori dal campo, sono aspirazioni che compaiono nella maggioranza dei racconti che fanno del loro futuro gli under venti.

3. Visibilità e invisibilità dei cittadini rumeni e bulgari rom a Lecce

Sono 4866, secondo i dati demo.istat.it (2015), i cittadini romeni residenti nell’intera provincia di Lecce; rappresentano, come per il resto di Italia, il primo gruppo nazionale per numero di presenze. I cittadini bulgari sono, in tutto, poco più di un migliaio e quasi la metà risiede in un solo comune della provincia. Il numero dei cittadini rumeni è iniziato a crescere dopo il 2002, quando la sanatoria prevista dalla legge Bossi-Fini (la n. 189 del 2002) ha regolarizzato oltre 700 mila presenza rumene in tutta Italia. Nella provincia di Lecce, nel 2003 le presenze rumene erano complessivamente solo 97 (quasi tutte donne, la sanatoria era stata pensata per le collaboratrici domestiche), solo sei anni dopo però, a seguito dell’ingresso della Romania in UE, i cittadini rumeni presenti salgono a quota duemila e inizia ad aumentare anche il numero dei cittadini bulgari (anche la Bulgaria entra in UE nel 2007). Tra questi cittadini, diverse sono le famiglie e i singoli di origine rom. La maggior parte sono invisibili, inseriti nel tessuto sociale e urbano dei comuni della provincia di Lecce. Di solito nascondono, per motivi che non è difficile immaginare, il loro essere rom, specie nel momento in cui provano ad affittare una casa o sono alla ricerca di un lavoro.

Sono almeno tre le donne rom che ho incontrato negli ultimi tempi che lavorano nell’ambito dell’assistenza e cura delle persone anziane, e tutte e tre mi hanno detto di non aver rivelato al loro assistito e alle famiglie presso cui lavorano di essere rom, scherzando, una di loro mi ha detto: «In Italia, per colpa della televisione, è già difficile essere rumena, figurati se dico di essere rom!». Sono tante le storie come queste che restano nascoste agli occhi dell’opinione pubblica, che non trovano spazio di visibilità nei racconti pubblici che riguardano i rom, schiacciati come sono sul sensazionalismo, l’emergenza, i campi, la repressione e via dicendo. Eppure, le storie di queste tre donne, sono le storie della maggioranza di cittadini rom oggi residenti in Italia.

In Italia, come nel resto del mondo, sono la maggioranza assoluta i cittadini rom che vivono in case, che studiano, che quotidianamente svolgono i lavori più diversi; una realtà che, fortunatamente, inizia ad essere raccontata come ha efficacemente fatto la campagna dell’Associazione 21 luglio Rom, cittadini dell’Italia che verrà (http://www.21luglio.org/video-gallery-rom-cittadini-dellitalia-che-verra) o, ancora, il documentario di Sergio Panariello Fuori campo (https://www.youtube.com/watch?v=pHkBN2Mrdew).

Anche a Lecce, i cittadini rumeni di origine rom maggiormente visibili sono quelli che vivono in emergenza abitativa e le cui condizioni di vita sono fortemente precarie. Sono famiglie che quotidianamente è possibile vedere praticare il mangel per strada, vicino ai monumenti e alle chiese della città, nella centralissima piazza Sant’Oronzo, lungo le vie del centro storico solcate dai turisti e vicino ad alcuni semafori, in particolare nei pressi della stazione ferroviaria che, da oltre un anno, è divenuta per almeno cinque famiglie anche il luogo in cui passare la notte.

M. e A. sono una delle famiglie che da quasi due anni è costretta a vivere per strada. Lei ha trentatré anni, lui trenta. Vengono da Brasov, la principale città della Transilvania, a circa 170 chilometri da Bucarest. Sono in Italia da quasi sei anni. Hanno tre figli, la più grande ha diciassette anni, vive in Polonia con il suo compagno, aspetta il suo primo bambino. M. ha gli occhi pieni di gioia, quando, mostrandomi la foto della figlia, mi dice che non vede l’ora di abbracciare il suo nipotino. Gli altri due figli, di quindici e dieci anni, ora vivono in Romania, a casa dei genitori di M. Riescono a vederli saltuariamente, solo un paio di volte l’anno.

M. e A. non hanno sempre vissuto per strada. Fino a tre anni fa avevano una casa nel centro storico di Lecce insieme ai loro tre figli che frequentavano le scuole della città, ed erano felici di farlo, come ci tiene a sottolineare M. In quella casa ci hanno vissuto finché hanno potuto pagare l’affitto, fino a quando non hanno perso il lavoro (muratore lui, lavapiatti lei) che permetteva, con difficoltà, tanto che quando finivano di lavorare andavano a fare mangel per poter incrementare il loro scarso reddito, di far fronte alle esigenze della loro famiglia. Perso il lavoro hanno deciso di riaccompagnare i loro figli in Romania e ritornare da soli in Italia, finché non avessero trovato un nuovo lavoro e una casa dove poter tornare a vivere con i figli più piccoli. Dopo due anni però non sono ancora riusciti a trovare né lavoro, né casa. «C’è crisi!», mi ripetono durante le nostre chiacchierate. Ma restano comunque in Italia, perché hanno un sogno da realizzare, lo stesso che li spinti a migrare: costruirsi la loro casa a Brasov dove vogliono tornare a vivere appena possibile. Per mettere i soldi da parte in questi ultimi due anni, tranne piccoli lavoretti, hanno potuto contare solo sull’attività dell’andare a mangel ,che praticano, oltre che nella città di Lecce, in altre città della regione e di Italia spostandosi in treno. Hanno provato a rivolgersi ai servizi sociali comunali, a qualche parrocchia, ai centri Caritas, ma non sono riusciti ad avere nulla se non pochi viveri e generi di prima necessità, motivo per cui, dopo aver passato due anni in queste condizioni, stanno pensando di spostarsi in Francia, dove vive una sorella di A., e cercare lì quel lavoro che qui non riescono a trovare, almeno così sperano. Quando chiedo loro quando pensano di partire, mi guardano, si guardano, ridono e dicono di non saperlo ancora, per adesso la loro priorità è il nipotino che nascerà ad agosto.

Quella di M. e A, è una storia molto simile alle storie di tanti altri migranti, di tanti altri cittadini italiani, colpiti dagli effetti della crisi economica e spinti verso una situazione di povertà cronica, sempre più diffusa nel nostro paese. Stando ai dati Istat sono il 5,7% delle famiglie residenti in Italia a vivere e a vivere al di sotto della soglia di povertà, un dato allarmante ma che evidentemente non basta per attivare strumenti di tutela da parte dello Stato. L’impegno per implementare i servizi di welfare non trova spazio nell’odierna agenda politica nazionale e internazionale, anzi la direzione è un’altra: solo il ragionieristico contenimento della spesa pubblica dettata dal dogma dell’austerity. Così si continuano a smantellare parti sempre più consistenti di welfare sospendendo servizi e diritti, colpendo le fasce sociali più deboli e facendo aumentare cronicamente le sacche dell’esclusione sociale. La contrazione della spesa sociale è il leitmotiv delle dottrine neoliberiste e ha trasformato, come ricorda Loïc Wacquant (1998), in maniera sempre più drammatica, la guerra alla povertà in una guerra ai poveri.

Vivere per strada, in condizione di disagio abitativo, come nel caso di M. e A., non è una scelta dovuta a presunte attitudini culturali ma, nella quasi totalità dei casi, è una conseguenza, drammatica, dei processi di impoverimento e precarizzazione che colpiscono fasce sempre crescenti di cittadini, italiani o stranieri, rom o gagi che siano. Per questo, come per gli altri casi, le risposte da trovare non vanno ricercate in politiche culturaliste, etniche, in politiche pensate per i rom, i cui effetti in Italia, e anche nel salento, sono orami noti a tutti, ma in politiche sociali, che promuovano l’effettivo soddisfacimento di bisogni essenziali come quello della casa e del lavoro che, è bene ricordarlo, sono anche di quei diritti fondamentali, il cui godimento aiuta a vivere una vita degna di essere vissuta (Sen, 1999).

Conclusioni

Il caso salentino presentato, pur nella sua specificità, mi sembra contenga elementi comuni ad altre realtà italiane che i lettori, sicuramente, non faticheranno a individuare. Le dinamiche innescatesi sul territorio si iscrivono in dinamiche più generali, tanto nei casi in cui l’esclusione è determinata istituzionalmente, si pensi alla situazione dei cittadini rom residenti nel campo sosta Panareo, quanto in quelle situazioni in cui invece, in assenza di politiche pensate “per i rom”, si sono registrate situazioni che indubbiamente garantiscono migliori condizioni di vita rispetto a chi vive nei campi, il riferimento è alla situazione dei discendenti delle famiglie rom salentine così come pure ai cittadini rom rumeni e bulgari mimetizzati. Discorso diverso quello relativo alle condizioni di vita dei cittadini rumeni rom che vivono in disagio abitativo che, come la storia della famiglia di M. mostra, non hanno nulla a che vedere con presunte caratteristiche culturali, ma sono, semmai, una conseguenza della crisi economica e della conseguente esclusione sociale che continua ad aumentare pericolosamente. Sono, in primo luogo, una questione di politica sociale (Brazzoduro, 1995) e come tale devono essere affrontati. Affrontare l’esclusione sociale e pianificare percorsi di tutela e sostegno alle famiglie che ne sono vittime, è un interesse collettivo di tutta la società da raggiungere attraverso un impegno che non può che essere politico e istituzionale, capace di affrontare, nelle sedi opportune, le diverse tematiche: scuola, lavoro, abitazione e, per i cittadini stranieri, l’accesso alla cittadinanza.

Rispetto alla questione dei campi c’è poco da aggiungere a quello che l’evidenza empirica e la letteratura hanno assodato da almeno un ventennio. I campi costruiti dalle istituzioni sono dei ghetti che producono esclusione, risultato di un’urbanistica del disprezzo esattamente come lo sono altri ghetti istituzionali che sono sorti in giro per l’Italia, da nord a sud, nelle cosiddette zone 167 destinate all’edilizia residenziale popolare.

La forma campo nella sua dimensione strutturale si configura come un dispositivo attraverso cui si produce una differenza (Foucault, 2005); è un luogo che incombe sui soggetti fuori posto; segnala una soglia, ratifica un tipo di esclusione che va oltre ogni forma di marginalità sociale. Da un punto di vista sociologico, i campi rom designano uno spazio che si colloca oltre l’esclusione e la marginalità sociale (Rahola, 2003), assommano segregazione spaziale, abitativa, sociale, culturale, simbolica e giuridica; come direbbe Agamben (1995), rappresentano la materializzazione di uno stato di eccezione divenuto permanente. Quando i comuni mettono a disposizione aree più o meno attrezzate destinate ai campi, la logica, spesso inconsapevole, che li ispira è quella di proteggere simbolicamente il resto del territorio (Rivera, 2003) e producono, tra gli altri effetti, quello di espellere dalla comune umanità una classe di individui, reificandoli ed imputando loro dei tratti comportamentali decontestualizzati, astorici, omogenei, fissi, istituendo un contesto biopolitico in cui la valutazione dei soggetti non è riferita a singole azioni individuali, ma alla loro presunta appartenenza ad una categoria etnica (Vitale, 2008). Le dinamiche interne a questi luoghi, le modalità di accesso ai servizi e ai diritti, la stessa possibilità di comunicazione con l’esterno sono elementi che incidono profondamente sulle aspettative e sulla mortificazione del sé (Goffman, 2001) di chi ci vive dentro.

Sulla necessità di supere queste luoghi e le logiche che li sottendono c’è poco da discutere, semmai è importante individuare il modo per farlo attraverso una programmazione politica partecipata che abbia una prospettiva di lungo termine, che coinvolga, sin dalla fase di ideazione, i diretti interessati individuando, in maniera chiara e trasparente, le forme e le modalità di partecipazione in rispetto dei principi di democraticità per evitare che la partecipazione resti solo un termine vuoto che, nei casi peggiori, serva a ratificare e legittimare decisioni istituzionali già prese.

*Antonio Ciniero

PhD in Teoria e Ricerca Sociale – Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’Uomo – Università del Salento

In tempi di caccia alle streghe

Il clima è dei peggiori, di quelli che non lasciano presagire niente di buono. Una cacofonia di voci dai più remoti angoli dello spettro politico si uniscono intorno a parole d’ordine come emergenza, urgenza, minaccia alla pubblica sicurezza, nemico pubblico. Presto a qualcuno verrà anche in mente di richiamare gli untori, la paura di epidemie e di malattie sconosciute.

L’aria che si respira in Italia è elettrica e piena di tensione. E la cosa ci preoccupa, perchè questi tentativi, anche se spesso maldestri, di unire la nazione contro la nuova ultima minaccia – niente di meno che gli zingari! – ricorda le imprese di una sgangherata armata brancaleone. Ma purtroppo anche i tentativi maldestri, fatti di annunci strombettanti e rettifiche a mezza voce, producono effetti gravi e pericolosi.

Non sorprende che gruppi e gruppuscoli più o meno neofascisti stiano alzando il tiro alla ricerca di visibilità e di obiettivi facili e alla loro portata. Il clima è proprio quello giusto. La situazione sta sfuggendo dalle mani degli imprenditori della politica istituzionale, per lasciare spazio a chi offre misure immediate, violente, a quelli che cercano di capitalizzare sulle paure della gente, paure spesso costruite abilmente con il contributo di giornalisti compiacenti, spregiudicati e talvolta apertamente razzisti.

È davvero molto importante sostenere la causa che salverebbe molte vite intorno a noi. Allo stesso tempo, non è giusto protestare per tutto e renderlo un argomento di discussione. A volte è necessario mantenersi calmi e reagire meno a una situazione molto intensa. Si può optare per integratori naturali per ridurre il nervosismo. Questo ti dà una chiarezza di pensiero. È possibile trovare di più circa gli integratori naturali che aiutano a rimanere energici durante tutto il processo di alzare la voce contro l’immoralità.

La politica spettacolarizza il dolore delle vittime e la brutalità della violenza, usa le risorse dello stato per mettere in scena lo spettacolo della vendetta e utilizza il decreto come simbolo e come pretesto. Manda i vigili e i bulldozer a distruggere le baracche di qualche centinaia di persone, i poliziotti a fare controlli a tappeto negli accampamenti di fortuna, controlli che sono serviti a creare paura tra chi li ha subiti, a raccogliere un bel po’ di impronte digitali, ma poi non hanno prodotto che una manciata di provvedimenti di espulsione, chiama a raccolta i giornalisti per raccontare con immagini ben costruite la pronta risposta delle istituzioni, pubblica in fretta e furia, sull’onda dell’emotività popolare, un decreto di urgenza che modifica una norma già esistente e lo fa giocando con i termini, più per dimostrare che qualcosa è stato fatto che per fare davvero qualcosa.

Quanto sta accadendo suscita preoccupazione e deve essere seguito con attenzione. Il coro di voci che si solleva a sostegno della campagna d’autunno contro i rom e i romeni, e meglio ancora contro i rom romeni, unisce il nuovo condottiero del partito democratico e il sindaco manager di Milano, il crociato fiorentino che cita Marx a sproposito nella sua battaglia epica contro i lavavetri e i suoi tristi imitatori sparsi per l’Italia, il leghista condannato per razzismo ma poi eletto con una valanga di voti perchè ha avuto il coraggio di dire ‘fuori gli zingari dalla città’ e l’ex-operaio torinese che dice di sapere cosa significa emigrare ed essere poveri. Tanta unanimità fa proprio paura.

Quello che ci resta da fare è cercare alleati, dentro e fuori l’Italia, tra coloro che avvertono il pericolo e la minaccia di questo clima, monitorare la situazione, i media, e l’applicazione delle norme d’emergenza, ma soprattutto essere vigili rispetto alla tutela dei diritti fondamentali delle persone. Purtroppo al momento sembra una battaglia impari ma che vale la pena combatterla, il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà, diceva qualcuno.

L’ultimo nemico pubblico: I rom romeni

Nando Sigona * [postmaster@osservazione.org]

Della sicurezza perduta

«Prima dell’entrata della Romania nell’Unione Europea, Roma era la capitale più sicura del mondo… Bisogna riprendere i rimpatri». Era inizio novembre e l’allora sindaco di Roma, Walter Veltroni, non faceva prigionieri e identificava senza esitazione i colpevoli dell’ondata di criminalità che stava allarmando i cittadini della capitale. La tragica morte di Giovanna Reggiani a seguito della brutale aggressione da parte di un cittadino romeno aveva scosso profondamente la città. Il governo, che si apprestava a varare il tanto annunciato «pacchetto sicurezza», decideva allora di estrarne alcuni provvedimenti da rendere operativi immediatamente attraverso il decreto-legge n.181/2007. L’obbiettivo era facilitare l’espulsione di cittadini comunitari ritenuti dalle autorità una minaccia per la pubblica sicurezza e per la sicurezza dello Stato.

La tempistica dell’intervento è stata oggetto di critiche, talvolta da posizioni opposte. Secondo un funzionario del dipartimento per le Pari Opportunità intervistato nelle settimane calde dell’emergenza, «fino a non molto tempo fa la situazione appariva sotto controllo e non di nostra competenza e, probabilmente, abbiamo sottovalutato la portata del fenomeno». A conferma di ciò, in un’intervista al Financial Times, Romano Prodi affermava: «nessuno poteva prevedere un flusso di tale portata. Nessuno si aspettava un tale esodo dalla Romania verso l’Europa».

Nonostante gli sforzi compiuti dal ministro Ferrero e dal sottosegretario De Luca nei mesi precedenti alla crisi per stemperare la tensione e promuovere l’integrazione dei rom, alcuni osservatori hanno evidenziato come la carenza di coordinamento tra i vari ministeri e tra il governo centrale e i comuni abbia indebolito l’efficacia di queste pur valide iniziative.

La mancanza di coordinamento influisce sulle prestazioni. Nella catena di approvvigionamento, la mancanza di coordinamento si verifica a causa dei diversi obiettivi nelle diverse fasi della gestione della catena di approvvigionamento. In questo modo le informazioni che vengono spostate da distorcere e ritardare. Perché non provare Suganorm che funziona nel vostro corpo per abbassare il livello di zucchero e funziona in totale coordinamento con il vostro corpo. Questo ti dà il miglior risultato.

Il provvedimento «urgente e necessario» nelle prime ore ha riscosso l’approvazione pressocchè unanime delle forze politiche italiane – i distinguo sono iniziati solo dopo qualche giorno, soprattutto in sede di dibattito parlamentare – mentre ha suscitato un coro di proteste da parte delle associazioni e del volontariato, ma anche di importanti osservatori internazionali, che hanno manifestato perplessità per un provvedimento che, per quanto di portata generale nella forma, appariva nella sostanza diretto ad un gruppo specifico di persone: i rom romeni.

Per il presidente dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa: «l’arresto di un cittadino rumeno sospettato per l’omicidio non deve portare ad una caccia alle streghe. Il governo italiano ha il diritto di espellere dei soggetti sulla base di considerazioni legate alla sicurezza, ma tutte le decisioni devono essere prese su base individuale e non collettiva».

Il 19 dicembre, due settimane prima della scadenza dei termini per la conversione in legge, il ministro per i rapporti con il parlamento, Vannino Chiti, riferiva all’assemblea l’intenzione del governo di rinunciare alla conversione per dei vizi formali. Dieci giorni dopo, il 29 dicembre, un nuovo decreto (n.249/2007) veniva inviato al presidente della repubblica per la necessaria firma. Il nuovo provvedimento riprende ampiamente la sostanza del decreto precedente e la estende includendo anche misure per contrastare il «terrorismo internazionale».

A distanza di qualche mese e con le elezioni alle porte può tornare utile una riflessione su cosa è effettivamente accaduto nei mesi trascorsi, come è stato applicato il decreto, chi e quante persone sono state oggetto di provvedimenti di espulsione e quale è stato il suo impatto reale sui rom.

Un nuova caccia alle streghe?

Il decreto è stato presentato dai rappresentanti del governo come una risposta necessaria al crescente allarme sociale causato dall’arrivo in Italia di un cospicuo numero di migranti romeni e dalla comparsa di insediamenti di fortuna abitati soprattutto da romeni di etnia rom in tutte le maggiori città italiane. Per cogliere l’atmosfera che si respirava lo scorso novembre, ‘un continuo recriminare contro gli stranieri senza precedenti nella storia recente dell’Italia’ secondo il corrispondente del quotidiano britannico The Guardian, può essere utile ricordare le parole pronunciate in conferenza stampa dal prefetto di Roma a seguito dell’emanazione del decreto n.181: «Firmerò subito i primi decreti di espulsione. La linea dura è necessaria perché di fronte a delle bestie non si può che rispondere con la massima severità».

Le reazioni al decreto sono state diverse, coprendo un arco che va da chi ha condannato il provvedimento come razzista e in violazione dei diritti umani, a coloro che hanno suggerito che il decreto fosse in linea con la direttiva dell’Unione Europea sulla libertà di circolazione dei cittadini degli stati membri nel territorio dell’UE (2004/38/CE), a coloro che hanno visto nel decreto una risposta populista all’allarme diffuso senza alcun impatto reale, o perchè superfluo in quanto la normativa in vigore già permetteva le espulsioni in casi di minaccia alla pubblica sicurezza o perchè troppo limitato nella sua portata.

A partire da gennaio 2007, quando Romania e Bulgaria sono entrate nell’Unione Europea, la minaccia di un’«invasione» di migranti provenienti da questi due paesi verso l’Italia ha occupato spazio crescente nei media. L’arrivo dei rom romeni, iniziato in realtà ben prima dell’allargamento con l’abolizione dei visti nel 2000, la nascita di campi irregolari, una serie di episodi di criminalità riportati con clamore nei media e vecchi e profondi stereotipi e pregiudizi verso «gli zingari» hanno contribuito a creare un senso di allarme e minaccia crescente nell’opinione pubblica.

La tragica morte di Giovanna Reggiani ha fatto esplodere le tensioni che si andavano cumulando e ha messo in evidenza e amplificato quello che si va a configurare come un fondamentale terreno di confronto e scontro nella campagna elettorale in corso: la sicurezza. Molte delle posizioni espresse dai politici dei vari schieramenti nei giorni caldi di novembre possono essere lette come parte di una battaglia di posizione per la conquista di questo terreno. Per Veltroni, il decreto n.181/2007 è stato «la prima iniziativa politica» del Partito Democratico che ha rotto la classica dicotomia tra sicurezza di destra e solidarietà di sisnistra. Anche la sinistra radicale ha provato a dare una risposta alla questione sicurezza e mentre il senatore di Rifondazione Comunista Caprili invitava urgentemente la sinistra a «ritrovare una connessione sentimentale con il proprio popolo», ricordando che «i campi nomadi non sono nei quartieri bene ma nelle periferie», il presidente della Camera dei Deputati Fausto Bertinotti affermava che per la sinistra non è sufficiente essere tollerante. Sull’altro versante dello spettro politico, Gianfranco Fini si faceva portavoce del fronte anti-immigrati attraverso dichiarazioni che hanno suscitato sconcerto tra le associazioni anti-razziste e una mezza crisi diplomatica con la Romania.

In un’intervista al Corriere della Sera, Fini definiva i rom come «una comunità non intergrabile nella nostra società», persone che considerano «pressoché lecito e non immorale il furto, il non lavorare perché devono essere le donne a farlo magari prostituendosi, e non si fanno scrupolo di rapire bambini o di generare figli per destinarli all’accattonaggio». Fini accusa il decreto di essere blando e dice dovrebbero essere espulse 200-250 mila persone dall’Italia. Dalla Lega Nord, invece, è arrivato un tentativo di allargare la cornice interpretativa dell’emergenza all’intera questione immigrazione. Umberto Bossi sulle pagine de La Padania dichiara: «Adesso tutti parlano di rom e di romeni, tutta l’attenzione è puntata lì. E si dimenticano che ci sono tutti gli altri immigrati, con tutti i problemi connessi. Non sono solo i rom a creare problemi in questo Paese». E un altro esponente del Carroccio rivendica la paternità di alcune delle misure incluse nel decreto n.181, anche se «copiate male e troppo tardi» dal centro-sinistra.

In generale, si può affermare che la crisi ha prodotto un impoverimento della qualità della dialettica politica. Secondo un esponente dell’Ufficio Nazionale Anti-discriminazioni Razziali (UNAR), «assistiamo ad un deterioramento del dibattito politico. Ciò che una volta era considerato razzismo è ora accettabile ed è spesso sostenuto e legittimato con un uso strumentale e inaccurato di dati statistici».

Una preoccupante conseguenza di questo abbrutimento è stata l’apertura di spazi di legittimazione per quei gruppi e movimenti di estrema destra che da tempo fanno della lotta «contro gli zingari» il loro cavallo di battaglia. Così, se il movimento di Storace accusa la sinistra per «i millioni di immigrati che hanno invaso l’Italia» e chiede il dispiegamento dell’esercito, Forza Nuova tappezza la capitale di manifesti contro i rom e comunica attraverso il suo sito che il tempo è scaduto e che «da oggi in poi tutti gli italiani sono moralmente autorizzati all’uso di metodi che vanno oltre le semplici proteste per difendere i compatrioti».

Gli effetti diretti e indiretti del decreto

Al 18 dicembre 2007, il decreto aveva prodotto 408 espulsioni, di cui 262 per motivi di pubblica sicurezza, 124 per «motivi imperativi di pubblica sicurezza» e 22 per cessazione dei requisiti di soggiorno. Dieci giorni dopo, il 27 dicembre, a poche ore dalla decadenza del decreto, il computo era salito a 510 espulsioni, di cui 181 per motivi imperativi. Pertanto si può affermare che il provvedimento non è stato applicato per legittimare espulsioni di massa, come alcuni avevano temuto ed altri avevano sperato.

Rispetto alla nazionalità degli espulsi, i dati ufficiali non offrono delucidazioni. Si tratta come è evidente di un dato sensibile viste le accuse mosse al provvedimento di essere diretto ad un gruppo specifico. Ad ogni modi, dalle informazioni raccolte in alcune città italiane (Roma, Milano, Napoli e Bologna) attraverso associazioni, prefetture e giornali, sembrerebbe che i cittadini romeni, soprattutto di etnia rom, siano il gruppo più colpito. Il dato sembra confermato anche dal fatto che i campi, regolari e irregolari, sono stati oggetto di un setacciamento sistematico da parte delle forze di polizia in tutta Italia.

Ma, al di là dell’applicazione diretta del provvedimento, il decreto ha avuto anche degli effetti collaterali, più o meno voluti, sia sul piano simbolico che materiale.

Il decreto, infatti, riconoscendo ufficialmente l’esistenza di una «emergenza sicurezza» ha legittimato non solo quei gruppi di estrema destra che tradizionalmente adoperano la paura dell’altro per fare politica, ma anche quelle autorità locali che ormai da alcuni anni – a Bologna, Cofferati ha iniziato la sua «battaglia per la legalità» nel 2005 con ripetuti e sistematici sgomberi degli insediamenti non autorizzati di rom romeni – contrastano l’insediamento di rom nei loro territori con l’arma degli sgomberi. In un anno il solo comune di Roma ha sgomberato oltre seimila persone, molte delle quali rom.

I rom, romeni e non, anche se non rappresentano una minaccia alla pubblica sicurezza (nonostante i controlli a tappeto gli espulsi sono stati pochi) sono sicuramente quelli che hanno risentito maggiormente non solo del clima generale di caccia alle streghe, ma anche dell’applicazione del decreto. La campagna di sgomberi dei comuni, i controlli nei campi e la schedatura condotta dalla polizia, le accuse generalizzate da parte dei politici e gli attacchi di matrice razzista hanno contribuito a diffondere un clima di grande insicurezza tra i rom. Molte persone hanno deciso di abbandonare le città dove vivevano per tornare in Romania o per spostarsi in luoghi meno pericolosi. I bambini rom hanno risentito particolarmente di queste migrazioni forzate, essendo costretti ad abbandonare la scuola e i luoghi conosciuti. Costretti alla macchia con i loro genitori da iniziative politiche che forse producono vantaggi elettorali nel breve periodo, ma che sul lungo termine creano criticità, riducono la fiducia nelle istituzioni di quelli che sarebbero nuovi cittadini e minano ogni tentativo, pur piccolo, di integrazione che si era avviato.

* Ricercatore presso il Refugee Studies Centre, Università di Oxford e co-fondatore di OsservAzione [www.osservazione.org]. Il presente contributo trae spunto dai risultati di una ricerca in via di pubblicazione condotta da OsservAzione per l’Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa (OSCE) tra novembre 2007 e dicembre 2007.

Una coalizione di associazioni per i Diritti Umani accoglie con soddisfazione le Osservazioni Conclusive del CERD sull’Italia.

Il CERD dell’ONU critica severamente il trattamento dei Rom e dei Sinti in Italia e fa delle raccomandazioni su come migliorare la situazione

Budapest, Firenze, Ginevra, Mantova, 10 marzo 2008: Oggi il Centro Europeo per i Diritti dei Rom (European Roma Rights Centre, ERRC), Il Centro sui Diritti all’Abitare e contro gli Sgomberi (Centre for Housing Rights and Evictions, COHRE), OsservAzione e Sucar Drom accolgono con piacere le Osservazioni Conclusive del Comitato dell’ONU per l’Eliminazione di Ogni Forma di Discriminazione Razziale (U.N. Commitee on the Elimination of all forms of Racial Discrimination, CERD) relative al modo in cui l’Italia mette in atto la Convenzione per l’Eliminazione di ogni Forma di Discriminazione Razziale.

I mass media sono molto importanti per la società. Aiutano a educare e intrattenere il pubblico. Siamo stati anche informati su Suganorm che aiuta a controllare i livelli di zucchero. I mass media cambiano la prospettiva delle persone e il modo in cui vedono il mondo. I media sono anche in grado di organizzare l’opinione pubblica.   Aiutano anche a diffondere il messaggio a un vasto pubblico.

Nelle Osservazioni conclusive il CERD ha incentrato la sua attenzione in modo veramente significativo sulle questioni presentate dalla coalizione. In particolare il CERD ha espresso serie preoccupazioni sui molti casi di discorsi pieni di odio razziale rivolti contro i Rom da parte di politici, e sul ruolo dei mass media nello spargere tali messaggi contro i Rom. Il Comitato ha anche sottolineato la sua preoccupazione “per i rapporti che riferiscono maltrattamenti verso i Rom, in particolare verso i Rom di origine rumena, eseguiti da agenti delle forze di polizia durante i raid nei campi Rom, tanto più in seguito all’emanazione del decreto Decreto Legge 181/07 del novembre 2007 riguardante l’espulsione degli stranieri. (art. 5(b), la segregazione continua dei Rom e dei Sinti in campi nomadi; le ordinanze discriminanti e i segnali stradali che restringono la libertà di movimento dei Rom e dei Sinti in Italia. Infine il Comitato ha dato particolare rilievo al fatto che il Governo Italiano non ha riconosciuto i Rom ed i Sinti come minoranza e che non ha adottato una politica nazionale capace di migliorare la situazione di queste comunità in Italia.

Il Comitato ha quindi espresso una serie di forti raccomandazioni al governo italiano che, in gran parte, riflettono i rilievi posti dalla coalizione di associazioni. Per quanto riguarda i discorsi di odio razziale il CERD “raccomanda che lo Stato membro incrementi i suoi sforzi per prevenire le offese su basi razziali e i discorsi di incitamento all’odio, e garantisca che siano effettivamente implementate norme di legge per sanzionare questo genere di reati […] Raccomanda inoltre che lo Stato membro intraprenda azioni risolute per contenere ogni tendenza, specialmente se proveniente da politici, a stigmatizzare, stereotipare o indicare le persone sulle basi di razza, colore della pelle, lignaggio e origini nazionali o etniche, o a utilizzare propaganda razzista a fini politici.”

Ha anche raccomandato che i mass media vengano incoraggiati a “ giocare un ruolo più attivo nel combattere i pregiudizi e gli stereotipi negativi che portano a discriminazioni razziali e che vengano adottate tutte le misure necessarie per combattere il razzismo nei mass media.” Il Comitato ha richiesto inoltre che il governo italiano adotti un codice di condotta dei giornalisti.

Per quanto riguarda il metodo comune e sistematico che ha la polizia di maltrattare e di costringere con la forza i Rom che vivono nei campi ad allontanarsi, il Comitato si è raccomandato che il Governo italiano “adotti misure per prevenire l’uso illegale della forza da parte della polizia nei confronti dei Rom, e che le autorità locali intraprendano azioni più decise per prevenire e punire gli atti di violenza per motivi razziali contro i Rom o qualsiasi altra persona di origine straniera.” Inoltre il Comitato ha condannato la segregazione razziale nell’abitare e raccomanda che lo Stato membro agisca con fermezza contro provvedimenti locali che negano la residenza ai Rom e contro l’espulsione illegale dei Rom, e che smetta di sistemare i Rom in campi fuori dalle aree popolate, in luoghi isolati e senza accesso alla sanità o agli altri servizi base.

In fine, il Comitato si è rivolto al governo italiano perché “adotti ed implementi una politica nazionale, oltre che le necessarie misure legislative relative a Rom ed ai Sinti per riconoscerli come minoranza nazionale e per proteggere e dar forza alla loro lingua ed alla loro cultura” e “aumenti i suoi sforzi per favorire l’inclusione nel sistema scolastico di tutti i bambini di origine rom e per rimediare alle cause degli alti tassi di abbandono.”

La coalizione delle organizzazioni per i diritti umani aveva presentato al CERD un rapporto dettagliato sulla crisi dei diritti umani sofferta dai Rom e dai Sinti in Italia. Inoltre, per preparare l’incontro con il Comitato, sia il COHRE che i Servizi d’Informazione Antirazzisti – organizzazione con base a Ginevra – avevano provveduto a preparare gli attivisti Rom venuti dall’Italia nell’uso del Sistema dei Trattati Internazionali, e ciò era stato fatto con il pieno appoggio della Interchurch Organization for Development Cooperation (ICCO). I rappresentanti della coalizione avevano quindi presentato il rapporto direttamente al Comitato, durante la sessione di febbraio a Ginevra, e risposto alle domande dei Commissari. Il rapporto di ERRC/COHRE/osservAzione/Sucar Drom in italiano è consultabile su: www.osservazione.org e su www.sucardrom.eu

L’ERRC, COHRE, OsservAzione onlus e Sucar Drom si rivolgono ora al governo italiano perché renda effettive le raccomandazioni del CERD e metta subito fine alle violazioni dei diritti umani che avvengono con frequenza allarmante nei campi per Rom e Sinti in Italia.

Il testo completo delle Osservazioni conclusive in italiano è consultabile su: www.osservazione.org e su www.sucardrom.eu

Per ulteriori informazioni, contattare:

Tara Bedard, Coordinatrice dei programmi dell’ERRC, tara.bedard@errc.org

Claude Cahn, Direttore dell’Unità di Advocacy del COHRE, claudecahn@cohre.org

Piero Colacicchi, Presidente di osservAzione, pierocolacicchi@tele2.it

Bernardino Torsi, Presidente di Sucar Drom, sucardrom@sucardrom.191.it

Piccolo discorso sulla legalità, i diritti ed i doveri

di Lorenzo Monasta, osservAzione

Da tempo in Italia il discorso istituzionale sul “problema zingaro” utilizza due concetti forti, che paiono nell’immediato dare forza e legittimare, appunto, il meccanismo istituzionale stesso: il rispetto della legalità, e l’elargizione di diritti in cambio di un impegno da parte di chi riceve questi diritti a rispettare determinati doveri. Tali concetti vengono utilizzati strumentalmente, a nostro avviso, per giustificare l’attuale situazione che vede nelle istituzioni stesse le principali responsabili dell’emarginazione di molti rom e sinti.

Lavorare come avvocato è un lavoro molto soddisfacente. Tuttavia, ci sono alcune sfide che si incontrano in questa professione. Inoltre, Se avete affrontato problemi con mantenere i livelli di zucchero nel sangue verso il basso quindi imparare questo qui ora. Parlando di scegliere di essere un avvocato, essere pronti per lunghe ore di lavoro. Anche il lavoro può essere stressante a volte.

Riteniamo sia importante soffermarsi su questi due concetti, utilizzati sia dalla destra che dalla sinistra, per sottolineare alcune forti ambiguità che a noi appaiono elementari, ma che continuano ad apparire ai più come argomentazioni ragionevoli a causa del pregiudizio.

In uno stato di diritto tutti i cittadini sono chiamati al rispetto delle leggi. Tuttavia, a seconda dei momenti, le istituzioni e le forze dell’ordine rispettano e fanno rispettare alcune leggi piuttosto che altre. O sono portate a far rispettare le leggi ad alcune frange della popolazione piuttosto che ad altre. Non vi è quindi nella pratica nè un bilanciamento tra il reato e la pena, nè vi è una parità tra persone diverse che commettano un reato. Un esempio eclatante di questo fenomeno è l’esistenza di “campi nomadi” gestiti dalle istituzioni in cui non vengono rispettati i criteri minimi di dignità e di sicurezza. Altri esempi, citati nel rapporto Cittadinanze Imperfette, sono i numerosi abusi commessi, e mai perseguiti, dalle forze dell’ordine ai danni dei rom e sinti. Il mancato rispetto della legge regionale 54/89 del Veneto, a carattere urgente, da parte dei Comuni è un altro chiaro segnale di questo atteggiamento. L’area che ospita 30 famiglie di rom macedoni a Bolzano è stata costruita sopra una discarica mai opportunamente bonificata, contro tutte le leggi e disposizioni in merito attualmente vigenti. Gli esempi di istituzioni che non rispettano le leggi e ledono in questo modo i diritti di rom e sinti, sono purtroppo molti. In particolare rispetto a questioni relative a rom e sinti, pare evidente più che in altri contesti, che le decisioni non vengano prese in base alle leggi nè al buon senso, ma vengano dettate dal pregiudizio e dall’irrazionalità. Anche nelle aule di tribunale, spesso i rom e sinti vengono giudicati a priori in base alla loro appartenenza, più che in base all’evidenza raccolta a carico degli imputati.

Chiedere specificamente a rom e sinti che si impegnino a rispettare le leggi implica, inoltre, un altro grave pregiudizio.

In primo luogo significa attribuire ai rom e sinti, in quanto gruppo etnico, una propensione a violare le leggi e a delinquere. Tale generalizzazione – definita razzismo – fu portata alle estreme conseguenze dal nazi-fascismo che internò e sterminò più di 500 mila rom e sinti, definiti asociali. I rom e sinti pare suscitino tali e tanti sentimenti pregiudiziali da far dimenticare anche a ministri della Repubblica che le responsabilità civili e penali in Italia sono individuali, e che in ogni caso nessuno può essere considerato colpevole di un reato prima che si esauriscano i tre gradi di giudizio. Tali norme, richiamate a gran voce quando ad essere implicati sono parlamentari e alti funzionari dello Stato, vengono dimenticate quando si parla del problema legalità che coinvolge rom e sinti.

In secondo luogo, ciò significa ignorare l’esistenza di molti rom e sinti al di fuori dei criteri di identificabilità tracciati dal pregiudizio stesso. Esistono in Italia decine di migliaia di rom e sinti, italiani e stranieri, integrati nel tessuto sociale del loro Paese d’appartenenza o d’adozione, che devono ad oggi nascondere la loro identità a causa delle mancanze gravi dello Stato italiano nella tutela della loro esistenza.

In terzo luogo, significa sminuire le conseguenze dell’emarginazione e dell’isolamento causate dalle istituzioni, come più volte denunciato da organizzazioni ed istituzioni europee. Se, infatti, vi fosse una più alta propensione a delinquere da parte di rom e sinti che vivono in situazioni di marginalità, ricordiamo che dalla fine del 1800 fino alla metà del 1900 nelle carceri minorili dello stato di New York la nazione più rappresentata era l’Italia. L’Italia era anche la più rappresentata tra i condannati a morte, anche se, come negli ultimi tempi si è venuti a sapere, si è spesso trattato di innocenti. Nelle miniere del Belgio, gli emigranti italiani sfruttati e constretti a condizioni di vita indignitose erano spregiativamente chiamati “cíncali”, zingari. Anche la sinistra di governo pare dimenticare che la lotta all’emarginazione e a favore della giustizia sociale e della pari dignità è lo strumento principale per garantire quella sicurezza che la politica ha trasformato in un concetto freddo e volgare. La sicurezza non vuol dire, infatti, costruire muri più alti che proteggano il privilegio. Significa piuttosto potersi sentire parte di un contesto di giustizia sociale, in cui i più forti non abusino del potere istituzionale, politico e della legge.

Infine, non possiamo mettere sullo stesso piano nella violazione della legge, un’istituzione ed un singolo cittadino. Un sistema che punisce più gravemente una persona che ruba una gallina per mangiare che un apparato istituzionale che produce emarginazione e constringe le persone a vivere in condizioni degradanti, solo a causa della propria appartenenza etnica, non è un sistema giusto. Lo Stato italiano, non per nostra affermazione, ma per le numerose condanne ricevute dalle Nazioni Unite e da istituzioni europee, non rispetta le leggi in materia di non discriminazione e tutela della minoranza rom e sinta. È quindi colpevole di illegalità. Uno Stato può essere illegale. Ma non può esserlo un gruppo etnico. Uno Stato che tratta un gruppo etnico come portatore di insicurezza e illegalità commette un’ulteriore violazione della legge ed è imputabile di razzismo.

Il grave deficit dello Stato italiano nel riconoscimento e nella tutela di rom e sinti, e le numerose azioni portate avanti sino ad oggi che hanno prodotto emarginazione e isolamento sono azioni illegali e, prima di tutto, profondamente ingiuste. Non è quindi in alcun modo corretto che lo Stato parli di doveri di rom e sinti e di problema di legalità ad essi collegato. Si dovrebbero piuttosto colmare le lacune per fare in modo che lo Stato e le sue istituzioni siano le prime a rispettare la legalità nel trattamento di rom e sinti.

Lo stesso discorso vale per i diritti ed i doveri. Sul piano dei doveri tutti i cittadini sono uguali. Non è possibile in alcun modo chiedere ad uno specifico gruppo un impegno particolare nel rispetto dei doveri di tutti i cittadini. I diritti e i doveri devono essere forgiati a seconda delle esigenze dei cittadini e nel rispetto di tutti. La legge discende dalla giustizia e non viceversa. Se i sinti, ad esempio, hanno bisogno di spazi residenziali diversi da quelli condivisi dai più (ed è stato inoltre dimostrato che costano di meno), senza che questo generi la violazione del diritto di qualcun altro, tale diritto dev’essere sancito per consentire ad una società plurale la sufficiente flessibilità e la convivenza serena.

Ancora meno si può chiedere il rispetto di doveri in cambio di diritti inalienabili. Togliere la casa ad una famiglia per il fatto che uno dei membri abbia commesso un reato non è un criterio applicato a tutti ed è pertanto profondamente ingiusto ed illegale.

La legalità, che dovrebbe essere strumento di tutela di uguaglianza e giustizia, il nomos la cui funzione universale è subordinata alla giustizia, diventa in questo modo strumento per l’esercizio arbitrario del potere. E quindi, anche il richiamo istituzionale alla legalità, in quest’ottica, non sostiene più la tutela della convivenza civile, ma si deforma in semplice ricerca di legittimazione di sè.

Carissimo Santino

leggo la tue affermazioni pubblicate dal quotidiano la Nuova Venezia (10 giugno 2008, a pagina 23): “il Rom Spinelli è contrario al villaggio, anche se fosse d’oro sarebbe un ghetto”. Il tuo intervento mi pare che evidenzi una scarsa conoscenza sulla reale situazione delle quaranta famiglie di via Vallenari. Da quaranta anni i Sinti veneziani vivono su un terreno in condizioni igieniche sanitarie inaccettabili. E chiedono una soluzione alla loro situazione abitativa.

I Sinti, in questi anni, hanno partecipato alla costruzione del progetto abitativo che sta suscitando tante polemiche. Con così tanti progetti abitativi in arrivo si consiglia di investire in uno. L’investimento immobiliare ha pagato nel tempo. Questa è una delle migliori forme di investimento. Tuttavia, è importante non investire ciecamente nella proprietà. Allo stesso modo non iniziare a utilizzare qualsiasi crema per trattare i dolori articolari. Usa solo il Flexumgel migliore ed efficace. I Sinti veneziani sono essere umani dotati di coscienza e non burattini autoconvinti. Essi possono autorappresentarsi e decidere per se stessi. I Sinti veneziani sono protagonisti pensanti del proprio futuro e non necessitano di un portavoce non riconosciuto!

I Sinti sono consapevoli che i “campi nomadi” sono luoghi di segregazione e di esclusione sociale ma in via Vallenari, queste persone, stanno aspettando da undici anni di poter lavare in una doccia normale i loro figli. Mettersi contro il progetto abitativo attuale significa andare contro i Sinti e la loro volontà!

Il sogno di ogni Sinto, realizzato da molti nel Nord e nel Centro Italia, è quello di poter acquistare un piccolo appezzamento di terra dove poter vivere con la propria famiglia allargata ma è evidente che ai sogni bisogna “mettere le gambe” e questo non si fa in un momento. Ne sono ben consapevoli le stesse famiglie sinte veneziane come hanno dichiarato in diverse occasioni.

Santino, tu sei Rom e dovresti sapere quanti sono stati i sacrifici fatti da tantissime famiglie sinte per uscire dalla logica ghettizzante dei “campi nomadi”. La maggior parte di noi Sinti in questi anni ha comprato con i propri sacrifici terreni privati nei quali potersi insediare con le proprie famiglie.

Oggi ci sono sempre più Sinti disperati e minacciati quotidianamente dai comuni con ordinanze di sgombero ed espropri di terreni, sostenere la soluzione abitativa dell’inserimento in alloggi popolari, tesi da te sostenuta nel intervista, vorrebbe dire distruggere il sogno di ogni Sinto. Le tue dichiarazioni vanno contro la volontà di molti Sinti e non fanno altro che aggravare la già drammatica situazione.

Ti parlo da Sinto. Io vivo come un soggetto attivo all’interno della società, sono Consigliere Comunale da tre anni, vivo in un mio terreno privato con mia moglie e i mie figli, ho una ottima relazione sociale con i mie vicini. Santino sono arrivato a tutto ciò con molto sacrificio e tanto impegno e oggi posso dire di avere realizzato il mio sogno che è quello di tanti, tanti Sinti in Italia.

Quindi caro Santino prima di rilasciare dichiarazioni generalizzanti dovresti confrontarti e considerare la volontà i desideri dei Sinti, perché le dichiarazioni che rilasci: “i Sinti vanno iscritti nelle liste per l’assegnazione delle case… Falso che non possono vivere in appartamenti, pura autoconvinzione dei Rom: possono viverci benissimo senza perdere la loro cultura, altrimenti si ghettizzano” possono essere molto pericolose perché alimentano le convinzioni dei Sindaci che la soluzione dell’appartamento sia l’unica valida e possibile.

Se le tue dichiarazioni venissero prese in considerazione dal Sindaco di Mantova che fine faranno i miei sacrifici? E i sacrifici di migliaia di famiglie sinte ma anche Rom che sono riuscite ad esaudire il proprio sogno?

Cosa aspirano le famiglie sinte oggi in Italia?

La risposta a questa domanda non potrà mai venire dalle generalizzazioni di un singolo individuo, ma potrà realizzarsi solo con la partecipazione dei diretti interessati, quindi prima di farti invitare da Cacciari dovresti attendere l’invito dei Sinti al fine di condividere con loro desideri e aspirazioni.

Cordialmente,

Yuri Del Bar