I GRUPPI ROM NEL SALENTO. ALCUNE NOTE SUI PROCESSI DI INTERAZIONE ED ESCLUSIONE SUL TERRITORIO.

LA PUGLIA, E LA PENISOLA SALENTINA IN PARTICOLARE, SONO DA SEMPRE VIA DI TRANSITO E PUNTO DI APPRODO TRA ORIENTE E OCCIDENTE. FRA I TANTI INNUMEREVOLI APPRODI, PERDUTO DALLA MEMORIA POPOLARE, QUELLO, STORICO, DI PERSONE APPARTENENTI ALLA POPOLAZIONE ROMANÌ, UNA PRESENZA CHE NEI SECOLI È ENTRATA A FAR PARTE DI UNA STORIA E DI UN PATRIMONIO CULTURALE ED ECONOMICO COMUNE.

gitanistan

05 maggio 2016, di Antonio Ciniero*

Introduzione

Presenze rom in Puglia e nel Salento nel tempo

La Puglia, e la penisola salentina in particolare, sono da sempre via di transito e punto di approdo tra oriente e occidente. Dai tempi più remoti fino all’oggi, genti molto diverse si sono avvicendate e hanno continuato a intrecciare i propri destini e le proprie storie su questo lembo di terra periferico e allungato nel Mediterraneo. Fra i tanti innumerevoli approdi, perduto dalla memoria popolare, quello, storico, di persone appartenenti alla popolazione romanì, una presenza che nei secoli è entrata a far parte di una storia e di un patrimonio culturale ed economico comune.

Nel Salento, le prime presenze rom si registrano ufficialmente a partire dal XVI secolo, anche se molto probabilmente, come ricorda Piasere (1988), alcuni gruppi vi giunsero già tra il XIV e il XV secolo, durante la prima avanzata dell’esercito ottomano verso l’Europa continentale, quando approdavano sulle coste che le cartine del tempo definivano appartenenti alla provincia di Terra d’Otranto. Tracce di interazioni con il territorio di persone di origini rom in Puglia, giunte con gruppi slavi e greco-albanesi provenienti dai Balcani, sono databili già con sicurezza nella seconda metà del Cinquecento e sono rintracciabili nella numerazione dei fuochi del 1574 dei centri minori del Salento. A Galatone, un feudo distante circa 30 km da Lecce, furono contati in quell’occasione “5 zingari” tra i fuochi straordinari presenti.1 Anche se sicuramente numerosi furono gli spostamenti e le interazioni con gruppi rom presenti in altri feudi centro-meridionali della penisola (come quelli della Basilicata), è possibile far risalire a questo periodo la presenza di famiglie rom in diverse zone della regione, oltre che nella provincia di Lecce, anche nel tarantino, nel brindisino e nel foggiano, dove ancora vivono molti loro discendenti.

Un secondo gruppo di cittadini di origine rom giunge nel Salento negli anni Ottanta e Novanta del Novecento, per la gran parte dall’ex-Jugoslavia e dal Kosovo. Giunti per motivi principalmente economici all’inizio, a partire dagli anni Novanta chi arriva in Puglia è in fuga dalle guerre che per tutta la decade insanguineranno i Balcani. Profughi dunque, che però non verranno mai riconosciuti come tali, ma che anzi la comoda etichetta di nomadi, invenzione delle istituzioni, costringe – in tutto il territorio pugliese – ad un nomadismo forzato dai continui sgomberi loro riservati o ad una vita all’interno di campi, veri e propri ghetti, per loro pensati, come nel caso di Lecce, o tollerati e semi-attrezzati, come nel caso di Modugno (Bari), dalle istituzioni. In pochi tra questi, per lo più autonomamente, sono riusciti nel corso degli anni ad uscire fuori dai campi e a vivere in abitazioni inserite nel tessuto urbano e sociale delle città pugliesi.

Un ultimo gruppo di cittadini di origine rom giunge in Puglia nella seconda metà degli anni Duemila. Si tratta, per lo più, di cittadini rumeni e di alcuni cittadini bulgari che, facilitati dall’ingresso nella comunità europea dei lori paesi, riescono a muoversi, senza grandi difficoltà, all’interno dell’area Schengen. Le loro condizioni d’inserimento sociale e abitativo sono molto eterogenee: c’è chi vive nei campi attrezzatati (è il caso di un gruppo rom rumeni che vive nel campo di Japigia della città di Bari), chi in abitazioni e chi ancora è costretto ad arrangiarsi come meglio può. Tra questi, diverse famiglie dormono in stabili lasciati all’abbandono: è quanto avviene nelle campagne del foggiano, soprattutto nell’agro di Ortanova, Zapponeta e di Lesina, dove non sono pochi i soggetti che prendono parte alla raccolta stagionale dei pomodori, tristemente nota per le condizioni paraschiavili del lavoro. Altri vivono in campi improvvisati e altri ancora, come nel caso di Lecce, oltre che in abitazioni, in tende da campeggio montate nelle vicinanze della stazione ferroviaria o in posti periferici della città (in alcuni casi, all’interno delle proprie autovetture).

Nelle pagine che seguono, si presenteranno alcune situazioni paradigmatiche relative ai processi di inclusione/esclusione di tre diversi gruppi di cittadini di origine rom presenti nel territorio salentino: i rom italiani residenti in alcuni comuni del Salento, il gruppo dei rom xoraxané attualmente residente nel campo sosta della città di Lecce e alcune famiglie di rom rumeni che vivono da qualche anno nella città di Lecce. L’intento che ci si prefigge, non è tanto quello di fare una ricostruzione quantitativa e puntuale delle presenze rom sul territorio, cosa peraltro ardua visti i noti problemi (sia metodologici che epistemologici) che implica l’operazione, né presentare le caratteristiche socio-economiche dei diversi gruppi, quanto, piuttosto, riflettere su come si costruiscano, politicamente e socialmente, le condizioni e i percorsi di inserimento e interazione su uno specifico territorio tra un gruppo di popolazione e la popolazione maggioritaria. Senza avere alcuna pretesa di generalizzazione, partendo da specifici casi, si cercherà di vedere in che modo incidano sulla vita e sui percorsi esistenziali dei singoli e delle loro famiglie le dinamiche migratorie, le decisioni politiche, i processi di interazione sociale e le modificazioni socio-economiche che contribuiscono a determinare le modalità in cui avvengono i processi di interazione e scambio tra gruppi rom e società maggioritarie.

A volte, molti di noi tendono ad affrontare molti cambiamenti sociali intorno a noi. Per molti, anche un piccolo cambiamento influenzerebbe la loro salute mentale in misura maggiore. Possono anche trovare difficile adattarsi alle situazioni che portano a disturbi mentali come depressione cronica o nervosismo. È essenziale capire che il cambiamento è sempre inevitabile. Leggi di più Qui per sapere come calmare i nervi e ridurre lo stress naturalmente.

Lo spazio maggiore sarà dedicato alla presentazione del caso dei rom xoraxané perché, sul territorio, è stato l’unico gruppo ad essere oggetto di specifici interventi politici e istituzionali. Nel caso dei rom xoraxané, come si avrà modo di vedere, sono stati proprio gli interventi pubblici a trasformare le questioni sociali poste dalla presenza di alcune famiglie in un problema a cui si è voluto rispondere con politiche etniche, rivolte cioè ad uno specifico gruppo che quelle stesse politiche hanno contribuito a definire in maniera omogenea sulla base di pregiudizi mutati, a loro volta, dalle prassi amministrative attuate in altre città di Italia. Nel caso dei rom italiani e rumeni invece, non si è avuto nel Salento un intervento politico e istituzionale loro diretto in quanto appartenenti ad uno specifico gruppo con caratteristiche radicalmente diverse da quelle del resto della cittadinanza, ma, quando si è avuto, è stato un intervento rivolto al singolo o alle singole famiglie, sia per quanto riguarda gli interventi dei servizi sociali, sia gli interventi di sostegno alla scolarizzazione. Inoltre, elemento di non secondaria importanza, nel caso delle famiglie rom salentine, il processo di interazione con la società maggioritaria è durato diversi secoli ed il loro inserimento è avvenuto inizialmente all’interno di un sistema-socio economico essenzialmente agricolo-artigianale dove le famiglie rom hanno occupato nicchie occupazionali (lavorazione di utensili e allevamento/commercializzazione equina) essenziali per il funzionamento del sistema economico locale (Piasere, 1999). Si trattava dunque famiglie che, sebbene connotate socialmente, hanno svolto per secoli un ruolo fondamentale nel territorio.

1. Le famiglie rom salentine: una storia di contaminazione

Non sono molti a conoscere l’esistenza di un cospicuo gruppo di famiglie rom che da, almeno tre secoli, è presente in diversi comuni della provincia di Lecce, tra cui Muro Leccese, Taurisano, Martano, Melpignano e Salice Salentino, solo per citarne alcuni. Si tratta di singoli e famiglie che vivono immersi nel territorio, ne fanno parte, contribuiscono alla sua crescita e alla sua trasformazione. Molti, tra loro, non parlano più romanes, alcuni non lo hanno mai parlato, alcuni rivendicano con orgoglio le loro origini rom, altri le nascondono, altri ancora non si pongono affatto il problema e c’è anche chi ignora di avere antenati rom. La casistica potrebbe continuare…

L’immagine de “lu zingaru” fa parte dell’immaginario popolare tradizionale salentino. Era una figura dai tratti ben riconoscibili nelle comunità contadine del posto, per lo più legata ai mestieri artigianali che venivano tramandati di padre in figlio e ad attività economiche di supporto all’economia agricola su cui si reggeva la gran parte dei comuni della provincia leccese fino agli anni Settanta del Novecento. Tra i mestieri che tradizionalmente esercitavano le famiglie rom vi erano quelli legati all’allevamento e alla commercializzazione dei cavalli, la quasi totalità dei sensali nelle fiere di bestiame locali erano rom. L’allevamento e la commercializzazione del cavallo erano attività di centrale importanza in un’economia agricola in cui la lavorazione della terra era fondamentalmente legata alla trazione animale e al lavoro delle braccia dei contadini. Vi erano poi i mestieri artigianali legati alla lavorazione dei metalli e alla vendita di utensili da lavoro, sia per l’agricoltura, sia per i lavori domestici (la produzione di pentolame, per esempio). Ancora in tempi abbastanza recenti, erano le donne di origine rom che vendevano, durante le fiere e i mercati settimanali, i diversi tipi di ferri utilizzati per la preparazione della pasta fatta in casa e i ferri per lavorare la lana. Vi erano poi i mestieri artigianali legati alla riparazione di oggetti in creta, i cosiddetti “conza limme” nel dialetto locale, che giravano di paese in paese. Tutti mestieri che, con l’avvento della meccanizzazione in agricoltura, da un lato, e i più generali processi di modernizzazione, dall’altro, sono stati, di fatto, resi desueti e superati. In molti hanno quindi cambiato mestiere: i lavori “de li zingari” sono via via scomparsi o sono stati reinventati, come è avvenuto nel caso dei gestori delle macellerie equine ancor oggi quasi tutti discenti di queste antiche famiglie rom.

Non sono molti gli studi che hanno ricostruito e analizzato questo spezzone di storia locale2. Eppure si tratta di una storia emblematica, che dimostra come processi, seppure lunghi, di interazione positiva siano possibili, soprattutto quando gruppi di persone non diventano oggetto di politiche emanate sulla base di uno specifico target etnico-culturale.

Recentemente, a far emergere una parte di questo processo di interazione tra famiglie salentine rom e famiglie salentine non rom, mettendo insieme una narrazione diversa, fatta di memorie, immagini e voci di generazioni differenti, sono stati Claudio “Cavallo” Giagnotti e Pierluigi De Donno con il documentario Gitanistan (2014) (http://www.gitanistan.com). Quella raccontata da Gitanistan è storia del territorio, di esperienze di vita e di lavoro, di strade e di tentativi, prima di tutto personali, di aprire e chiudere confini sia identitari che sociali. È una storia che parla anche di successi3, che fa vedere il processo di interazione tra rom e non rom al di fuori dei soliti cliché e, al contempo, riuscendo a sfuggire al rischio dell’edulcorazione. Gitanistan affronta anche il tema dei rapporti sociali che si creano su un territorio che, per definizione, sono asimmetrici e, poiché tali, spesso rimandano a dinamiche di esclusione e inferiorizzazione: non casualmente, nel film, che si regge sulle interviste di donne e uomini salentini di origine rom, sono soprattutto le parole delle donne a sottolineare le dinamiche dell’esclusione e dei pregiudizi da loro vissute durante gli anni della scuola, mentre lavoravano o nell’ambito dei rapporti sociali e famigliari. Sono le loro storie ad aiutarci a percepire tutto l’universo di valori di cui si sentono parte, ma anche a mettere in discussione l’idea monolitica che spesso si ha, non solo della comunità, ma anche della famiglia, e sono le loro testimonianze a far vedere come la cultura non sia un destino immutabile, ma un processo di costruzione e interpretazione continua, così come le tradizioni, lontane dall’essere elementi di divisione e chiusura – come un certo discorso politico (ma non solo) vorrebbe – siano null’altro che il frutto dell’incontro e della contaminazione che avviene tra i soggetti che abitano un territorio. È così che accade, ad esempio, per la tradizione culinaria (i pezzetti di carne di cavallo al sugo, piatto tipico della cucina locale) o artistico-musicale (tra i tanti esempi: la tradizionale pizzica scherma o la formazione di gruppi musicali e progetti culturali nati dalla contaminazione) che ogni luogo esprime.

Questo documentario, e il progetto culturale che lo sottende, oltre a far conoscere una realtà quasi sconosciuta, ha avuto, tra gli altri pregi, quello di superare con semplicità e immediatezza la visione essenzialista che per lungo tempo ha caratterizzato, e in alcuni casi caratterizza ancora, gli studi in materia sui gruppi rom, facendo vedere quanto sia fallace il tentativo di ricercare il “vero zingaro” tanto sul piano degli studi scientifici, quanto su quello dei rapporti politici e sociali (Piasere, 1995). Un approccio che potrebbe apparire scontato, ma che non lo è affatto, considerando quanto ancora l’approccio culturalista vizi molte delle rivendicazioni politiche portate avanti da ampi settori sociali anche interni dall’intellighenzia romanì e, cosa forse anche più grave, come ancora continua a condizionare fortemente le scelte politiche di attori istituzionali nazionali e internazionali.

Rispetto all’economia generale di questo scritto, la situazione delle famiglie rom salentine mostra come l’assenza di specifiche politiche istituzionali abbia giocato un ruolo importante nei processi di inclusione sociale, di scolarizzazione e interazione positiva con il territorio che le famiglie rom salentine hanno costruito nel tempo. Processi d’interazione che, in alcuni casi, diventano anche di mimetizzazione; una strategia che si rivela funzionale a rifuggire i pregiudizi molto diffusi per i cittadini di origine rom, sia italiani che stranieri, che vivono in diverse parti di Italia e che favorisce, non senza contraddizioni (soprattutto sul piano individuale e identitario dei soggetti), processi di inclusione sociale di maggiore successo.

L’esperienza delle famiglie rom salentine ci ricorda che se è vero che i rom sono considerati come un’alterità irriducibile in quasi tutte le società, i diversi per eccellenza, è altrettanto vero che il pregiudizio antitsigano non è trascendente, decontestualizzato e a-storico, ma è un atteggiamento costruito socialmente e incentivato, in primis, proprio dalle politiche che negli anni, nel caso italiano a partire già a partire dal periodo fascista, si sono rivolte indistintamente ai rom, inventandoli e definendoli a priori come un gruppo omogeneo contraddistinto principalmente dal fatto di essere indistintamente nomadi e asociali (Bravi, 2009). Quello del nomadismo e dell’asocialità è uno stereotipo che resta attivo e diffuso, non solo a livello di senso comune, ma anche nell’azione politica che prima lo Stato4 e poi i singoli provvedimenti legislativi regionali5 rivolgono ai gruppi rom e sinti presenti in Italia. Sono queste politiche che, più o meno consapevolmente, hanno tentato di dare risposte di tipo culturale a quelle che in realtà erano istanze sociali: il diritto all’abitare, al lavoro, all’istruzione, ottenendo tra gli altri effetti anche quello di far passare nell’opinione pubblica per accettabili differenze culturali (vivere nei campi) quelle che, in realtà, sono conseguenze di inaccettabili differenze sociali.

2. I rom e l’intervento pubblico nel Salento: il caso dei rom xoraxané tra etninicizzazione ed esclusione

Le prime famiglie d’origine rom provenienti dall’ex-Jugoslavia, tutt’ora residenti nel capoluogo salentino all’interno del Campo sosta Masseria Panareo, giungono sul territorio nei primi anni Ottanta, a seguito della crisi che interessa l’ex-Jugoslavia dopo la morte di Tito. Inizialmente si tratta di una sola famiglia, composta da una ventina di persone, a cui, nel corso degli anni, si aggiungono altri gruppi familiari. Fino ai primi anni Novanta, arrivano a Lecce principalmente cittadini rom provenienti dal Montenegro (in particolare, dalla sua capitale, Podgorica). Con la crisi del Kosovo (tra il 1996 e il 1999) al gruppo montenegrino si aggiungono altre famiglie rom di origine kosovara. Tutte le famiglie appartengono alla minoranza albanofona di cultura islamica (rom xoraxané shiftaria). Questo gruppo di cittadini rom giunge in Italia sulla scia dei più generali flussi migratori e non per “innato istinto nomade”6. Nel paese di origine vivevano in abitazioni stabili, inserite all’interno del tessuto urbano e sociale, sebbene periferico, delle loro città e avevano esercitato vari mestieri, in non pochi casi come lavoratori dipendenti7.

L’approccio delle istituzioni locali rispetto a queste presenze rom si è modificato nel tempo. Si è passati da un iniziale disinteresse ad una gestione emergenziale, che ha fatto dell’ordinanza di sgombero per motivi di sicurezza e ordine pubblico lo strumento “politico” principalmente utilizzato almeno fino al 1995, anno in cui il Comune di Lecce ha deciso di proporre l’istituzione di un campo sosta.

Durante la fase di disinteresse istituzionale, che va dagli anni Ottanta ai primi anni Novanta, queste presenze rom sono totalmente ignorate dalle istituzioni locali. Le uniche realtà che si interfacciano con le famiglie rom sono le associazioni del volontariato locale (in particolare, la Caritas diocesana di Lecce e l’associazione Comitato per la Difesa dei Diritti degli Immigrati) che, oltre a fornire supporto materiale alle famiglie, sollecitano, invano, l’intervento delle istituzioni, chiedendo l’adozione di provvedimenti in ottemperanza alle norme a tutela dei diritti dei cittadini stranieri (Perrone, Sacco, 1996). In quegli anni la loro principale fonte economica è rappresentata dal mangel8 che donne e bambini esercitano davanti alle chiese, ai supermercati, ai semafori. Nel febbraio del 1991 le famiglie decidono di occupare uno stabile disabitato di proprietà comunale nell’immediata periferia di Lecce (le ex case popolari di Via Genuino) nei pressi del cimitero comunale e della statale Lecce-Brindisi. Si tratta di uno stabile degradato e fatiscente, ma qui le condizioni sembrano migliorare rispetto a quelle della precedente sistemazione: riescono, infatti, abusivamente, ad avere l’energia elettrica e l’acqua corrente riattivando vecchi rubinetti. E, cosa più importante, hanno la possibilità di avere un tetto e quattro mura che fungono da riparo (De Luca, Panareo, Sacco, 2007).

Con l’arrivo nelle case di via Genuino, le istituzioni prendono atto di queste presenze oramai stabili sul territorio da più di un decennio, ma, anziché adoperarsi per garantire un percorso concertato con i diretti interessati volto all’inclusione sociale, si muovono sulla spinta di una presunta emergenza e, come primo atto politico rivolto ai rom, emanano un decreto di sgombero dello stabile, senza proporre alcuna soluzione alternativa alle famiglie. Di sgombero in sgombero si arriva al 1995 quando il Comune di Lecce decide di affrontare politicamente la questione della residenza dei rom montenegrini proponendo anche per Lecce la soluzione del campo sosta. Diviene quasi naturale per la prima amministrazione progressista nella storia repubblicana della città pensare al campo come forma abitativa consona alla cultura e allo stile di vita di un gruppo di cittadini ritenuti erroneamente nomadi. Il tutto si svolge senza il coinvolgimento dei diretti interessati, le famiglie rom, né delle realtà del terzo settore che, nel corso degli anni, avevano offerto supporto alle famiglie rom9.

Individuata la soluzione del campo sosta, le istituzioni decidono di “accogliere” e far sostare i cittadini rom, dapprima nell’ex-campeggio di Solicara (1995) località sita sulla costa adriatica a 15 km da Lecce, poi, dal 1998 ad oggi, nell’area di Masseria Panareo.

Per raggiungere il campo sosta in questione bisogna percorrere per circa sette chilometri la strada che da Lecce conduce al comune di Campi Salentina. Il campo è situato in aperta campagna, in un luogo dove in passato sorgeva una masseria oramai diroccata dall’incuria e dal passare del tempo. È un luogo isolato, circondato da distese di ulivi e separato dai comuni del circondario. Non molti tra i cittadini di Lecce e dei comuni vicini conoscono l’esatta collocazione del campo, o la sua stessa esistenza. Lungo la strada provinciale che conduce al Panareo c’è solo una piccola freccia con la scritta “Campo sosta” che ne indica l‘ingresso.

Lasciata la strada provinciale, per entrare nel campo si devono percorrere pochi metri su una stradina sterrata e attraversare un cancello. L’intero perimetro del campo è circondato da un muro alto circa un metro e mezzo. Una volta dentro, basta un semplice colpo d’occhio per identificare almeno due aree distinte, una, per così dire “istituzionalizzata”10, la prima che si incontra entrando nel campo, sulla quale è disposta su una gettata di cemento una fila di dieci container, tutti bianchi e con il tetto verde, corredati di parabola, e due file composte ognuna da otto prefabbricati in muratura di colore rosa pesco; una seconda area, contigua alla prima, che sorge su uno spazio sterrato dove sono state costruite, dagli stessi rom, baracche in muratura affiancate a vecchie roulotte, in buona parte messe a disposizione dei rom dal Comune di Lecce nei primi anni in cui il campo è stato allestito. Anche questa seconda parte è recentemente stata oggetto di intervento istituzionale, da quest’anno, la maggior parte delle baracche sono state abbattute e sostituite da container, un’operazione costata complessivamente circa 800 mila euro – messi a disposizione del Comune di Lecce dalla Regione Puglia – con la quale, Comune e Regione, anziché andare verso il superamento della logia dei campi, hanno deciso di percorrere una direzione diametralmente opposta a quella prescritta dalla Strategia Nazionale per l’Integrazione dei RSC11.

Attualmente nel campo vivono poco più di 250 persone, divise quasi equamente tra uomini e donne. Di queste, quasi la metà (43%) è nata in Italia e ben il 30% a Lecce. C’è un’intera generazione, che a differenza dei genitori, non ha conosciuto nessun’altra condizione abitativa se non quella del campo. Nel complesso si tratta di una popolazione molto giovane: il 75% ha meno di trent’anni e, tra questi, il 40% ha meno di quindici anni. La quasi totalità, eccezion fatta per i più anziani (i primi arrivati), è scolarizzata, nel senso che quantomeno ha assolto o sta assolvendo, non senza difficoltà, l’obbligo formativo.

La maggior parte della vita sociale, specie delle donne e dei più giovani, si svolge prevalentemente all’interno del campo, anche perché non esistono collegamenti pubblici tra il campo e la città di Lecce o gli altri comuni vicini12. L’unico modo per poter uscire dal campo è utilizzare un’auto o una moto, oppure, ma la cosa diventa piuttosto pericolosa, percorrere i chilometri che separano il campo dalla città a piedi o in bici.

La vita sociale interna al campo ruota attorno all’organizzazione dei ruoli famigliari che sono fortemente strutturati sulla base del genere e ‘organizzati’ gerarchicamente. La maggior parte delle famiglie del campo è di tipo allargato e, anche quando la struttura è di tipo nucleare, i ruoli sociali sono iscritti nelle dinamiche della famiglia allargata. Se l’uomo è il tramite con l’esterno, colui attraverso il quale si mantengono le relazioni sociali con le altre famiglie e che, almeno formalmente, decide delle questioni importanti (fidanzamenti, matrimoni, risoluzioni di conflitti), la donna è il vero architrave della famiglia. Sposa e madre di numerosi figli già in giovanissima età, regge di fatto l’intera vita familiare: è a lei che spetta la completa organizzazione dello spazio domestico. Vigendo la regola della virilocalità, è la moglie del primo figlio maschio, in particolare, che si fa carico del maggiore peso delle incombenze famigliari. Oltre a dover provvedere all’educazione dei figli, si occupa della quasi totalità delle faccende domestiche (cura della casa, igienizzazione degli spazi, preparazione dei pasti, etc.). Attività che svolge sotto il costante controllo dell’autorità del marito e della suocera, così come in precedenza, prima di sposarsi, erano svolte sotto quella del padre, della madre e dei fratelli maggiori. Un controllo che si riflette, in ogni periodo della sua vita, anche in tutti gli altri ambiti, da quello corporeo alle relazioni sociali.

La dimensione di genere condiziona e struttura l’intera vita sociale interna al campo. Prima dei quindici anni, di solito, sia i ragazzi che le ragazze passano il loro tempo libero dagli impegni scolastici, quasi esclusivamente, nel campo. Fino alla pubertà, giocano indistintamente tra loro e, dopo, secondo una sempre più rigida divisone per genere. Tra gli adulti, le donne continuano a passare il tempo libero all’interno del campo, riunite per gruppi famigliari, gli uomini invece si riuniscono prevalentemente presso il bar presente nel campo o, più spesso, al di fuori del campo, soprattutto all’interno dei centri scommessa della periferia di Lecce o nei bar dei paesi limitrofi.

La maggior parte del tempo delle donne è un tempo immerso e confinato nella dimensione del campo. Difficilmente escono da sole, in molte non hanno la patente o la disponibilità di un’auto. L’uscita dal campo è subordinata allo svolgimento di attività lavorative o per far fronte alle incombenze familiari (soprattutto fare la spesa), ma vengono svolte in compagnia del marito o di qualche altro membro della famiglia. Non poter essere libere di lasciare il campo, anche se solo per brevi periodi, significa essere sottoposte sistematicamente al controllo di qualcuno. Non avere un auto o la possibilità di muoversi autonomamente significa per loro partecipare alla vita esterna al campo solo in maniera subalterna.

Gli uomini invece passano la maggior parte del loro tempo fuori dal campo, sia lavorando che nel tempo libero. L’attività del gioco, in particolare quella praticata presso i punti SNAI, è molto diffusa tra gli uomini del campo. È durante i pomeriggi passati a giocare e scommettere sui risultati delle partite calcistiche che si costruisce il proprio prestigio sociale e si saldano e rafforzano i legami sociali tra gli uomini rom e con i cittadini autoctoni che abitualmente frequentano gli stessi centri scommessa della periferia urbana. Per un uomo rom è importante godere del rispetto degli altri: l’abilità nel gioco, la capacità di vincita, la generosità dimostrata offrendo da bere agli amici durante il tempo trascorso a scommettere, il ‘successo’ con le donne gagé, sono tutti elementi che contribuiscono a far aumentare il prestigio sociale del singolo agli occhi degli altri. È in questi centri o in alcuni bar, sempre ubicati nelle zone periferiche e semiperiferiche della città di Lecce, che molti degli uomini del campo, soprattutto quelli più adulti, instaurano e mantengono rapporti di amicizie con i cittadini leccesi.

I più giovani invece, quando riescono ad uscire dal campo, oltre al tempo dell’orario scolastico, preferiscono incontrare i loro amici nel centro storico della città di Lecce, nei luoghi in cui, specie la sera, si svolge la movida locale. Anche in questo caso, la maggior parte dei ragazzi che i rom frequentano fuori dalle aule scolastiche, vivono nelle zone periferiche e semiperiferiche della città di Lecce o nei paesi vicini. A molti dei ragazzi e delle ragazze che frequentano solo al di fuori del campo, diversi rom, conoscendo bene la dinamica del pregiudizio nei loro confronti, preferiscono tenere nascosto il luogo dove risiedono.

Oltre che dai rom che ci vivono, il campo è frequentato anche da alcuni parroci di Lecce e dei comuni vicini, volontari di associazioni, le famiglie rom che non risiedono più nel campo e che ci tornano per far visita ai parenti lì rimasti e cittadini leccesi.

Rispetto alla generale condizione lavorativa di questo gruppo di rom, un dato meramente quantitativo da prendere in considerazione è che ben il 62% dei residenti in età attiva ha un’occupazione13, ma se è vero che la maggioranza dei rom residenti nel campo di Lecce lavora, è vero anche che la gran parte dei lavori svolti non richiedono specifiche competenze, sono ripetitivi e, di fatto, uguali per tutti. La marginalità sembra essere il comune denominatore delle diverse attività economiche praticate, sono essenzialmente caratterizzate da precarietà, saltuarietà e forme di reddito molto frammentate. Si tratta lavori perennemente proiettati nell’oggi, senza alcuna realistica possibilità di sviluppo futuro. L’immediatezza è la dimensione caratterizzante la dinamica del lavoro; l’hic et nunc è lo spazio e il tempo massimamente reale, quello che acquista senso in un gruppo abituato a una precarietà assoluta, esistenziale prima ancora che lavorativa. La vendita delle piante, o le altre attività, sono fatte per «guadagnarsi la giornata», «giusto per comprare un po’ di pane», «per tirare avanti», come più volte è stato ripetuto durante le interviste. Il ricavo economico di una giornata di lavoro o una parte di esso, e non solo per via dell’esiguità, difficilmente è destinato al risparmio. Nulla è accantonato, tutto è consumato nell’immediato. Si sbaglierebbe a pensare che questo tipo di comportamento sia una caratteristica peculiare ed esclusiva dei gruppi rom. Come mette in luce, tra gli altri, Glauco Sanga (1995), anche tra i membri di altri gruppi marginali si riscontrano comportamenti simili. La condizione di marginalità, imposta o ricercata che sia, favorisce l’emergere di un modo di vita legato al presente, dove la brevità e la ripetizione di attività intermittenti costringono a una condizione di contingenza che difficilmente permette la pianificazione del tempo e la costruzione di un futuro a medio e lungo termine. È come se l’esistenza individuale fosse fermata perennemente nel presente. Una situazione questa che ha condizionato, e sta tuttora condizionando, la vita e le prospettiva di vita soprattutto delle nuove generazioni che sono nate e cresciute all’interno del campo sosta.

Il campo delimita spazialmente e socialmente la vita di chi ci abita. La cesura tra dentro e fuori è netta. Crea una sorta di limbo nel quale le nuove generazioni vivono, più dei loro genitori e nonni, le contraddizioni della marginalità e dell’esclusione. I più giovani, attraverso i messaggi massmediatici, ma anche con il processo di scolarizzazione, lo scambio con il gruppo dei pari, conoscono un mondo e abitudini comportamentali profondamente diversi da quelli che esperiscono all’interno del campo sosta che si configura sempre più come un vero e proprio ghetto14 che ingabbia le loro vite. Un luogo dal quale, come non è difficile capire, la gente vuole andare via. Un desiderio particolarmente presente nelle aspettative dei più giovani. Avere la possibilità di studiare, trovare un lavoro, una casa, degli amici, e, in molti casi, anche un compagno o una compagna di vita, rigorosamente fuori dal campo, sono aspirazioni che compaiono nella maggioranza dei racconti che fanno del loro futuro gli under venti.

3. Visibilità e invisibilità dei cittadini rumeni e bulgari rom a Lecce

Sono 4866, secondo i dati demo.istat.it (2015), i cittadini romeni residenti nell’intera provincia di Lecce; rappresentano, come per il resto di Italia, il primo gruppo nazionale per numero di presenze. I cittadini bulgari sono, in tutto, poco più di un migliaio e quasi la metà risiede in un solo comune della provincia. Il numero dei cittadini rumeni è iniziato a crescere dopo il 2002, quando la sanatoria prevista dalla legge Bossi-Fini (la n. 189 del 2002) ha regolarizzato oltre 700 mila presenza rumene in tutta Italia. Nella provincia di Lecce, nel 2003 le presenze rumene erano complessivamente solo 97 (quasi tutte donne, la sanatoria era stata pensata per le collaboratrici domestiche), solo sei anni dopo però, a seguito dell’ingresso della Romania in UE, i cittadini rumeni presenti salgono a quota duemila e inizia ad aumentare anche il numero dei cittadini bulgari (anche la Bulgaria entra in UE nel 2007). Tra questi cittadini, diverse sono le famiglie e i singoli di origine rom. La maggior parte sono invisibili, inseriti nel tessuto sociale e urbano dei comuni della provincia di Lecce. Di solito nascondono, per motivi che non è difficile immaginare, il loro essere rom, specie nel momento in cui provano ad affittare una casa o sono alla ricerca di un lavoro.

Sono almeno tre le donne rom che ho incontrato negli ultimi tempi che lavorano nell’ambito dell’assistenza e cura delle persone anziane, e tutte e tre mi hanno detto di non aver rivelato al loro assistito e alle famiglie presso cui lavorano di essere rom, scherzando, una di loro mi ha detto: «In Italia, per colpa della televisione, è già difficile essere rumena, figurati se dico di essere rom!». Sono tante le storie come queste che restano nascoste agli occhi dell’opinione pubblica, che non trovano spazio di visibilità nei racconti pubblici che riguardano i rom, schiacciati come sono sul sensazionalismo, l’emergenza, i campi, la repressione e via dicendo. Eppure, le storie di queste tre donne, sono le storie della maggioranza di cittadini rom oggi residenti in Italia.

In Italia, come nel resto del mondo, sono la maggioranza assoluta i cittadini rom che vivono in case, che studiano, che quotidianamente svolgono i lavori più diversi; una realtà che, fortunatamente, inizia ad essere raccontata come ha efficacemente fatto la campagna dell’Associazione 21 luglio Rom, cittadini dell’Italia che verrà (http://www.21luglio.org/video-gallery-rom-cittadini-dellitalia-che-verra) o, ancora, il documentario di Sergio Panariello Fuori campo (https://www.youtube.com/watch?v=pHkBN2Mrdew).

Anche a Lecce, i cittadini rumeni di origine rom maggiormente visibili sono quelli che vivono in emergenza abitativa e le cui condizioni di vita sono fortemente precarie. Sono famiglie che quotidianamente è possibile vedere praticare il mangel per strada, vicino ai monumenti e alle chiese della città, nella centralissima piazza Sant’Oronzo, lungo le vie del centro storico solcate dai turisti e vicino ad alcuni semafori, in particolare nei pressi della stazione ferroviaria che, da oltre un anno, è divenuta per almeno cinque famiglie anche il luogo in cui passare la notte.

M. e A. sono una delle famiglie che da quasi due anni è costretta a vivere per strada. Lei ha trentatré anni, lui trenta. Vengono da Brasov, la principale città della Transilvania, a circa 170 chilometri da Bucarest. Sono in Italia da quasi sei anni. Hanno tre figli, la più grande ha diciassette anni, vive in Polonia con il suo compagno, aspetta il suo primo bambino. M. ha gli occhi pieni di gioia, quando, mostrandomi la foto della figlia, mi dice che non vede l’ora di abbracciare il suo nipotino. Gli altri due figli, di quindici e dieci anni, ora vivono in Romania, a casa dei genitori di M. Riescono a vederli saltuariamente, solo un paio di volte l’anno.

M. e A. non hanno sempre vissuto per strada. Fino a tre anni fa avevano una casa nel centro storico di Lecce insieme ai loro tre figli che frequentavano le scuole della città, ed erano felici di farlo, come ci tiene a sottolineare M. In quella casa ci hanno vissuto finché hanno potuto pagare l’affitto, fino a quando non hanno perso il lavoro (muratore lui, lavapiatti lei) che permetteva, con difficoltà, tanto che quando finivano di lavorare andavano a fare mangel per poter incrementare il loro scarso reddito, di far fronte alle esigenze della loro famiglia. Perso il lavoro hanno deciso di riaccompagnare i loro figli in Romania e ritornare da soli in Italia, finché non avessero trovato un nuovo lavoro e una casa dove poter tornare a vivere con i figli più piccoli. Dopo due anni però non sono ancora riusciti a trovare né lavoro, né casa. «C’è crisi!», mi ripetono durante le nostre chiacchierate. Ma restano comunque in Italia, perché hanno un sogno da realizzare, lo stesso che li spinti a migrare: costruirsi la loro casa a Brasov dove vogliono tornare a vivere appena possibile. Per mettere i soldi da parte in questi ultimi due anni, tranne piccoli lavoretti, hanno potuto contare solo sull’attività dell’andare a mangel ,che praticano, oltre che nella città di Lecce, in altre città della regione e di Italia spostandosi in treno. Hanno provato a rivolgersi ai servizi sociali comunali, a qualche parrocchia, ai centri Caritas, ma non sono riusciti ad avere nulla se non pochi viveri e generi di prima necessità, motivo per cui, dopo aver passato due anni in queste condizioni, stanno pensando di spostarsi in Francia, dove vive una sorella di A., e cercare lì quel lavoro che qui non riescono a trovare, almeno così sperano. Quando chiedo loro quando pensano di partire, mi guardano, si guardano, ridono e dicono di non saperlo ancora, per adesso la loro priorità è il nipotino che nascerà ad agosto.

Quella di M. e A, è una storia molto simile alle storie di tanti altri migranti, di tanti altri cittadini italiani, colpiti dagli effetti della crisi economica e spinti verso una situazione di povertà cronica, sempre più diffusa nel nostro paese. Stando ai dati Istat sono il 5,7% delle famiglie residenti in Italia a vivere e a vivere al di sotto della soglia di povertà, un dato allarmante ma che evidentemente non basta per attivare strumenti di tutela da parte dello Stato. L’impegno per implementare i servizi di welfare non trova spazio nell’odierna agenda politica nazionale e internazionale, anzi la direzione è un’altra: solo il ragionieristico contenimento della spesa pubblica dettata dal dogma dell’austerity. Così si continuano a smantellare parti sempre più consistenti di welfare sospendendo servizi e diritti, colpendo le fasce sociali più deboli e facendo aumentare cronicamente le sacche dell’esclusione sociale. La contrazione della spesa sociale è il leitmotiv delle dottrine neoliberiste e ha trasformato, come ricorda Loïc Wacquant (1998), in maniera sempre più drammatica, la guerra alla povertà in una guerra ai poveri.

Vivere per strada, in condizione di disagio abitativo, come nel caso di M. e A., non è una scelta dovuta a presunte attitudini culturali ma, nella quasi totalità dei casi, è una conseguenza, drammatica, dei processi di impoverimento e precarizzazione che colpiscono fasce sempre crescenti di cittadini, italiani o stranieri, rom o gagi che siano. Per questo, come per gli altri casi, le risposte da trovare non vanno ricercate in politiche culturaliste, etniche, in politiche pensate per i rom, i cui effetti in Italia, e anche nel salento, sono orami noti a tutti, ma in politiche sociali, che promuovano l’effettivo soddisfacimento di bisogni essenziali come quello della casa e del lavoro che, è bene ricordarlo, sono anche di quei diritti fondamentali, il cui godimento aiuta a vivere una vita degna di essere vissuta (Sen, 1999).

Conclusioni

Il caso salentino presentato, pur nella sua specificità, mi sembra contenga elementi comuni ad altre realtà italiane che i lettori, sicuramente, non faticheranno a individuare. Le dinamiche innescatesi sul territorio si iscrivono in dinamiche più generali, tanto nei casi in cui l’esclusione è determinata istituzionalmente, si pensi alla situazione dei cittadini rom residenti nel campo sosta Panareo, quanto in quelle situazioni in cui invece, in assenza di politiche pensate “per i rom”, si sono registrate situazioni che indubbiamente garantiscono migliori condizioni di vita rispetto a chi vive nei campi, il riferimento è alla situazione dei discendenti delle famiglie rom salentine così come pure ai cittadini rom rumeni e bulgari mimetizzati. Discorso diverso quello relativo alle condizioni di vita dei cittadini rumeni rom che vivono in disagio abitativo che, come la storia della famiglia di M. mostra, non hanno nulla a che vedere con presunte caratteristiche culturali, ma sono, semmai, una conseguenza della crisi economica e della conseguente esclusione sociale che continua ad aumentare pericolosamente. Sono, in primo luogo, una questione di politica sociale (Brazzoduro, 1995) e come tale devono essere affrontati. Affrontare l’esclusione sociale e pianificare percorsi di tutela e sostegno alle famiglie che ne sono vittime, è un interesse collettivo di tutta la società da raggiungere attraverso un impegno che non può che essere politico e istituzionale, capace di affrontare, nelle sedi opportune, le diverse tematiche: scuola, lavoro, abitazione e, per i cittadini stranieri, l’accesso alla cittadinanza.

Rispetto alla questione dei campi c’è poco da aggiungere a quello che l’evidenza empirica e la letteratura hanno assodato da almeno un ventennio. I campi costruiti dalle istituzioni sono dei ghetti che producono esclusione, risultato di un’urbanistica del disprezzo esattamente come lo sono altri ghetti istituzionali che sono sorti in giro per l’Italia, da nord a sud, nelle cosiddette zone 167 destinate all’edilizia residenziale popolare.

La forma campo nella sua dimensione strutturale si configura come un dispositivo attraverso cui si produce una differenza (Foucault, 2005); è un luogo che incombe sui soggetti fuori posto; segnala una soglia, ratifica un tipo di esclusione che va oltre ogni forma di marginalità sociale. Da un punto di vista sociologico, i campi rom designano uno spazio che si colloca oltre l’esclusione e la marginalità sociale (Rahola, 2003), assommano segregazione spaziale, abitativa, sociale, culturale, simbolica e giuridica; come direbbe Agamben (1995), rappresentano la materializzazione di uno stato di eccezione divenuto permanente. Quando i comuni mettono a disposizione aree più o meno attrezzate destinate ai campi, la logica, spesso inconsapevole, che li ispira è quella di proteggere simbolicamente il resto del territorio (Rivera, 2003) e producono, tra gli altri effetti, quello di espellere dalla comune umanità una classe di individui, reificandoli ed imputando loro dei tratti comportamentali decontestualizzati, astorici, omogenei, fissi, istituendo un contesto biopolitico in cui la valutazione dei soggetti non è riferita a singole azioni individuali, ma alla loro presunta appartenenza ad una categoria etnica (Vitale, 2008). Le dinamiche interne a questi luoghi, le modalità di accesso ai servizi e ai diritti, la stessa possibilità di comunicazione con l’esterno sono elementi che incidono profondamente sulle aspettative e sulla mortificazione del sé (Goffman, 2001) di chi ci vive dentro.

Sulla necessità di supere queste luoghi e le logiche che li sottendono c’è poco da discutere, semmai è importante individuare il modo per farlo attraverso una programmazione politica partecipata che abbia una prospettiva di lungo termine, che coinvolga, sin dalla fase di ideazione, i diretti interessati individuando, in maniera chiara e trasparente, le forme e le modalità di partecipazione in rispetto dei principi di democraticità per evitare che la partecipazione resti solo un termine vuoto che, nei casi peggiori, serva a ratificare e legittimare decisioni istituzionali già prese.

*Antonio Ciniero

PhD in Teoria e Ricerca Sociale – Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’Uomo – Università del Salento

In tempi di caccia alle streghe

Il clima è dei peggiori, di quelli che non lasciano presagire niente di buono. Una cacofonia di voci dai più remoti angoli dello spettro politico si uniscono intorno a parole d’ordine come emergenza, urgenza, minaccia alla pubblica sicurezza, nemico pubblico. Presto a qualcuno verrà anche in mente di richiamare gli untori, la paura di epidemie e di malattie sconosciute.

L’aria che si respira in Italia è elettrica e piena di tensione. E la cosa ci preoccupa, perchè questi tentativi, anche se spesso maldestri, di unire la nazione contro la nuova ultima minaccia – niente di meno che gli zingari! – ricorda le imprese di una sgangherata armata brancaleone. Ma purtroppo anche i tentativi maldestri, fatti di annunci strombettanti e rettifiche a mezza voce, producono effetti gravi e pericolosi.

Non sorprende che gruppi e gruppuscoli più o meno neofascisti stiano alzando il tiro alla ricerca di visibilità e di obiettivi facili e alla loro portata. Il clima è proprio quello giusto. La situazione sta sfuggendo dalle mani degli imprenditori della politica istituzionale, per lasciare spazio a chi offre misure immediate, violente, a quelli che cercano di capitalizzare sulle paure della gente, paure spesso costruite abilmente con il contributo di giornalisti compiacenti, spregiudicati e talvolta apertamente razzisti.

È davvero molto importante sostenere la causa che salverebbe molte vite intorno a noi. Allo stesso tempo, non è giusto protestare per tutto e renderlo un argomento di discussione. A volte è necessario mantenersi calmi e reagire meno a una situazione molto intensa. Si può optare per integratori naturali per ridurre il nervosismo. Questo ti dà una chiarezza di pensiero. È possibile trovare di più circa gli integratori naturali che aiutano a rimanere energici durante tutto il processo di alzare la voce contro l’immoralità.

La politica spettacolarizza il dolore delle vittime e la brutalità della violenza, usa le risorse dello stato per mettere in scena lo spettacolo della vendetta e utilizza il decreto come simbolo e come pretesto. Manda i vigili e i bulldozer a distruggere le baracche di qualche centinaia di persone, i poliziotti a fare controlli a tappeto negli accampamenti di fortuna, controlli che sono serviti a creare paura tra chi li ha subiti, a raccogliere un bel po’ di impronte digitali, ma poi non hanno prodotto che una manciata di provvedimenti di espulsione, chiama a raccolta i giornalisti per raccontare con immagini ben costruite la pronta risposta delle istituzioni, pubblica in fretta e furia, sull’onda dell’emotività popolare, un decreto di urgenza che modifica una norma già esistente e lo fa giocando con i termini, più per dimostrare che qualcosa è stato fatto che per fare davvero qualcosa.

Quanto sta accadendo suscita preoccupazione e deve essere seguito con attenzione. Il coro di voci che si solleva a sostegno della campagna d’autunno contro i rom e i romeni, e meglio ancora contro i rom romeni, unisce il nuovo condottiero del partito democratico e il sindaco manager di Milano, il crociato fiorentino che cita Marx a sproposito nella sua battaglia epica contro i lavavetri e i suoi tristi imitatori sparsi per l’Italia, il leghista condannato per razzismo ma poi eletto con una valanga di voti perchè ha avuto il coraggio di dire ‘fuori gli zingari dalla città’ e l’ex-operaio torinese che dice di sapere cosa significa emigrare ed essere poveri. Tanta unanimità fa proprio paura.

Quello che ci resta da fare è cercare alleati, dentro e fuori l’Italia, tra coloro che avvertono il pericolo e la minaccia di questo clima, monitorare la situazione, i media, e l’applicazione delle norme d’emergenza, ma soprattutto essere vigili rispetto alla tutela dei diritti fondamentali delle persone. Purtroppo al momento sembra una battaglia impari ma che vale la pena combatterla, il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà, diceva qualcuno.

L’ultimo nemico pubblico: I rom romeni

Nando Sigona * [postmaster@osservazione.org]

Della sicurezza perduta

«Prima dell’entrata della Romania nell’Unione Europea, Roma era la capitale più sicura del mondo… Bisogna riprendere i rimpatri». Era inizio novembre e l’allora sindaco di Roma, Walter Veltroni, non faceva prigionieri e identificava senza esitazione i colpevoli dell’ondata di criminalità che stava allarmando i cittadini della capitale. La tragica morte di Giovanna Reggiani a seguito della brutale aggressione da parte di un cittadino romeno aveva scosso profondamente la città. Il governo, che si apprestava a varare il tanto annunciato «pacchetto sicurezza», decideva allora di estrarne alcuni provvedimenti da rendere operativi immediatamente attraverso il decreto-legge n.181/2007. L’obbiettivo era facilitare l’espulsione di cittadini comunitari ritenuti dalle autorità una minaccia per la pubblica sicurezza e per la sicurezza dello Stato.

La tempistica dell’intervento è stata oggetto di critiche, talvolta da posizioni opposte. Secondo un funzionario del dipartimento per le Pari Opportunità intervistato nelle settimane calde dell’emergenza, «fino a non molto tempo fa la situazione appariva sotto controllo e non di nostra competenza e, probabilmente, abbiamo sottovalutato la portata del fenomeno». A conferma di ciò, in un’intervista al Financial Times, Romano Prodi affermava: «nessuno poteva prevedere un flusso di tale portata. Nessuno si aspettava un tale esodo dalla Romania verso l’Europa».

Nonostante gli sforzi compiuti dal ministro Ferrero e dal sottosegretario De Luca nei mesi precedenti alla crisi per stemperare la tensione e promuovere l’integrazione dei rom, alcuni osservatori hanno evidenziato come la carenza di coordinamento tra i vari ministeri e tra il governo centrale e i comuni abbia indebolito l’efficacia di queste pur valide iniziative.

La mancanza di coordinamento influisce sulle prestazioni. Nella catena di approvvigionamento, la mancanza di coordinamento si verifica a causa dei diversi obiettivi nelle diverse fasi della gestione della catena di approvvigionamento. In questo modo le informazioni che vengono spostate da distorcere e ritardare. Perché non provare Suganorm che funziona nel vostro corpo per abbassare il livello di zucchero e funziona in totale coordinamento con il vostro corpo. Questo ti dà il miglior risultato.

Il provvedimento «urgente e necessario» nelle prime ore ha riscosso l’approvazione pressocchè unanime delle forze politiche italiane – i distinguo sono iniziati solo dopo qualche giorno, soprattutto in sede di dibattito parlamentare – mentre ha suscitato un coro di proteste da parte delle associazioni e del volontariato, ma anche di importanti osservatori internazionali, che hanno manifestato perplessità per un provvedimento che, per quanto di portata generale nella forma, appariva nella sostanza diretto ad un gruppo specifico di persone: i rom romeni.

Per il presidente dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa: «l’arresto di un cittadino rumeno sospettato per l’omicidio non deve portare ad una caccia alle streghe. Il governo italiano ha il diritto di espellere dei soggetti sulla base di considerazioni legate alla sicurezza, ma tutte le decisioni devono essere prese su base individuale e non collettiva».

Il 19 dicembre, due settimane prima della scadenza dei termini per la conversione in legge, il ministro per i rapporti con il parlamento, Vannino Chiti, riferiva all’assemblea l’intenzione del governo di rinunciare alla conversione per dei vizi formali. Dieci giorni dopo, il 29 dicembre, un nuovo decreto (n.249/2007) veniva inviato al presidente della repubblica per la necessaria firma. Il nuovo provvedimento riprende ampiamente la sostanza del decreto precedente e la estende includendo anche misure per contrastare il «terrorismo internazionale».

A distanza di qualche mese e con le elezioni alle porte può tornare utile una riflessione su cosa è effettivamente accaduto nei mesi trascorsi, come è stato applicato il decreto, chi e quante persone sono state oggetto di provvedimenti di espulsione e quale è stato il suo impatto reale sui rom.

Un nuova caccia alle streghe?

Il decreto è stato presentato dai rappresentanti del governo come una risposta necessaria al crescente allarme sociale causato dall’arrivo in Italia di un cospicuo numero di migranti romeni e dalla comparsa di insediamenti di fortuna abitati soprattutto da romeni di etnia rom in tutte le maggiori città italiane. Per cogliere l’atmosfera che si respirava lo scorso novembre, ‘un continuo recriminare contro gli stranieri senza precedenti nella storia recente dell’Italia’ secondo il corrispondente del quotidiano britannico The Guardian, può essere utile ricordare le parole pronunciate in conferenza stampa dal prefetto di Roma a seguito dell’emanazione del decreto n.181: «Firmerò subito i primi decreti di espulsione. La linea dura è necessaria perché di fronte a delle bestie non si può che rispondere con la massima severità».

Le reazioni al decreto sono state diverse, coprendo un arco che va da chi ha condannato il provvedimento come razzista e in violazione dei diritti umani, a coloro che hanno suggerito che il decreto fosse in linea con la direttiva dell’Unione Europea sulla libertà di circolazione dei cittadini degli stati membri nel territorio dell’UE (2004/38/CE), a coloro che hanno visto nel decreto una risposta populista all’allarme diffuso senza alcun impatto reale, o perchè superfluo in quanto la normativa in vigore già permetteva le espulsioni in casi di minaccia alla pubblica sicurezza o perchè troppo limitato nella sua portata.

A partire da gennaio 2007, quando Romania e Bulgaria sono entrate nell’Unione Europea, la minaccia di un’«invasione» di migranti provenienti da questi due paesi verso l’Italia ha occupato spazio crescente nei media. L’arrivo dei rom romeni, iniziato in realtà ben prima dell’allargamento con l’abolizione dei visti nel 2000, la nascita di campi irregolari, una serie di episodi di criminalità riportati con clamore nei media e vecchi e profondi stereotipi e pregiudizi verso «gli zingari» hanno contribuito a creare un senso di allarme e minaccia crescente nell’opinione pubblica.

La tragica morte di Giovanna Reggiani ha fatto esplodere le tensioni che si andavano cumulando e ha messo in evidenza e amplificato quello che si va a configurare come un fondamentale terreno di confronto e scontro nella campagna elettorale in corso: la sicurezza. Molte delle posizioni espresse dai politici dei vari schieramenti nei giorni caldi di novembre possono essere lette come parte di una battaglia di posizione per la conquista di questo terreno. Per Veltroni, il decreto n.181/2007 è stato «la prima iniziativa politica» del Partito Democratico che ha rotto la classica dicotomia tra sicurezza di destra e solidarietà di sisnistra. Anche la sinistra radicale ha provato a dare una risposta alla questione sicurezza e mentre il senatore di Rifondazione Comunista Caprili invitava urgentemente la sinistra a «ritrovare una connessione sentimentale con il proprio popolo», ricordando che «i campi nomadi non sono nei quartieri bene ma nelle periferie», il presidente della Camera dei Deputati Fausto Bertinotti affermava che per la sinistra non è sufficiente essere tollerante. Sull’altro versante dello spettro politico, Gianfranco Fini si faceva portavoce del fronte anti-immigrati attraverso dichiarazioni che hanno suscitato sconcerto tra le associazioni anti-razziste e una mezza crisi diplomatica con la Romania.

In un’intervista al Corriere della Sera, Fini definiva i rom come «una comunità non intergrabile nella nostra società», persone che considerano «pressoché lecito e non immorale il furto, il non lavorare perché devono essere le donne a farlo magari prostituendosi, e non si fanno scrupolo di rapire bambini o di generare figli per destinarli all’accattonaggio». Fini accusa il decreto di essere blando e dice dovrebbero essere espulse 200-250 mila persone dall’Italia. Dalla Lega Nord, invece, è arrivato un tentativo di allargare la cornice interpretativa dell’emergenza all’intera questione immigrazione. Umberto Bossi sulle pagine de La Padania dichiara: «Adesso tutti parlano di rom e di romeni, tutta l’attenzione è puntata lì. E si dimenticano che ci sono tutti gli altri immigrati, con tutti i problemi connessi. Non sono solo i rom a creare problemi in questo Paese». E un altro esponente del Carroccio rivendica la paternità di alcune delle misure incluse nel decreto n.181, anche se «copiate male e troppo tardi» dal centro-sinistra.

In generale, si può affermare che la crisi ha prodotto un impoverimento della qualità della dialettica politica. Secondo un esponente dell’Ufficio Nazionale Anti-discriminazioni Razziali (UNAR), «assistiamo ad un deterioramento del dibattito politico. Ciò che una volta era considerato razzismo è ora accettabile ed è spesso sostenuto e legittimato con un uso strumentale e inaccurato di dati statistici».

Una preoccupante conseguenza di questo abbrutimento è stata l’apertura di spazi di legittimazione per quei gruppi e movimenti di estrema destra che da tempo fanno della lotta «contro gli zingari» il loro cavallo di battaglia. Così, se il movimento di Storace accusa la sinistra per «i millioni di immigrati che hanno invaso l’Italia» e chiede il dispiegamento dell’esercito, Forza Nuova tappezza la capitale di manifesti contro i rom e comunica attraverso il suo sito che il tempo è scaduto e che «da oggi in poi tutti gli italiani sono moralmente autorizzati all’uso di metodi che vanno oltre le semplici proteste per difendere i compatrioti».

Gli effetti diretti e indiretti del decreto

Al 18 dicembre 2007, il decreto aveva prodotto 408 espulsioni, di cui 262 per motivi di pubblica sicurezza, 124 per «motivi imperativi di pubblica sicurezza» e 22 per cessazione dei requisiti di soggiorno. Dieci giorni dopo, il 27 dicembre, a poche ore dalla decadenza del decreto, il computo era salito a 510 espulsioni, di cui 181 per motivi imperativi. Pertanto si può affermare che il provvedimento non è stato applicato per legittimare espulsioni di massa, come alcuni avevano temuto ed altri avevano sperato.

Rispetto alla nazionalità degli espulsi, i dati ufficiali non offrono delucidazioni. Si tratta come è evidente di un dato sensibile viste le accuse mosse al provvedimento di essere diretto ad un gruppo specifico. Ad ogni modi, dalle informazioni raccolte in alcune città italiane (Roma, Milano, Napoli e Bologna) attraverso associazioni, prefetture e giornali, sembrerebbe che i cittadini romeni, soprattutto di etnia rom, siano il gruppo più colpito. Il dato sembra confermato anche dal fatto che i campi, regolari e irregolari, sono stati oggetto di un setacciamento sistematico da parte delle forze di polizia in tutta Italia.

Ma, al di là dell’applicazione diretta del provvedimento, il decreto ha avuto anche degli effetti collaterali, più o meno voluti, sia sul piano simbolico che materiale.

Il decreto, infatti, riconoscendo ufficialmente l’esistenza di una «emergenza sicurezza» ha legittimato non solo quei gruppi di estrema destra che tradizionalmente adoperano la paura dell’altro per fare politica, ma anche quelle autorità locali che ormai da alcuni anni – a Bologna, Cofferati ha iniziato la sua «battaglia per la legalità» nel 2005 con ripetuti e sistematici sgomberi degli insediamenti non autorizzati di rom romeni – contrastano l’insediamento di rom nei loro territori con l’arma degli sgomberi. In un anno il solo comune di Roma ha sgomberato oltre seimila persone, molte delle quali rom.

I rom, romeni e non, anche se non rappresentano una minaccia alla pubblica sicurezza (nonostante i controlli a tappeto gli espulsi sono stati pochi) sono sicuramente quelli che hanno risentito maggiormente non solo del clima generale di caccia alle streghe, ma anche dell’applicazione del decreto. La campagna di sgomberi dei comuni, i controlli nei campi e la schedatura condotta dalla polizia, le accuse generalizzate da parte dei politici e gli attacchi di matrice razzista hanno contribuito a diffondere un clima di grande insicurezza tra i rom. Molte persone hanno deciso di abbandonare le città dove vivevano per tornare in Romania o per spostarsi in luoghi meno pericolosi. I bambini rom hanno risentito particolarmente di queste migrazioni forzate, essendo costretti ad abbandonare la scuola e i luoghi conosciuti. Costretti alla macchia con i loro genitori da iniziative politiche che forse producono vantaggi elettorali nel breve periodo, ma che sul lungo termine creano criticità, riducono la fiducia nelle istituzioni di quelli che sarebbero nuovi cittadini e minano ogni tentativo, pur piccolo, di integrazione che si era avviato.

* Ricercatore presso il Refugee Studies Centre, Università di Oxford e co-fondatore di OsservAzione [www.osservazione.org]. Il presente contributo trae spunto dai risultati di una ricerca in via di pubblicazione condotta da OsservAzione per l’Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa (OSCE) tra novembre 2007 e dicembre 2007.

Una coalizione di associazioni per i Diritti Umani accoglie con soddisfazione le Osservazioni Conclusive del CERD sull’Italia.

Il CERD dell’ONU critica severamente il trattamento dei Rom e dei Sinti in Italia e fa delle raccomandazioni su come migliorare la situazione

Budapest, Firenze, Ginevra, Mantova, 10 marzo 2008: Oggi il Centro Europeo per i Diritti dei Rom (European Roma Rights Centre, ERRC), Il Centro sui Diritti all’Abitare e contro gli Sgomberi (Centre for Housing Rights and Evictions, COHRE), OsservAzione e Sucar Drom accolgono con piacere le Osservazioni Conclusive del Comitato dell’ONU per l’Eliminazione di Ogni Forma di Discriminazione Razziale (U.N. Commitee on the Elimination of all forms of Racial Discrimination, CERD) relative al modo in cui l’Italia mette in atto la Convenzione per l’Eliminazione di ogni Forma di Discriminazione Razziale.

I mass media sono molto importanti per la società. Aiutano a educare e intrattenere il pubblico. Siamo stati anche informati su Suganorm che aiuta a controllare i livelli di zucchero. I mass media cambiano la prospettiva delle persone e il modo in cui vedono il mondo. I media sono anche in grado di organizzare l’opinione pubblica.   Aiutano anche a diffondere il messaggio a un vasto pubblico.

Nelle Osservazioni conclusive il CERD ha incentrato la sua attenzione in modo veramente significativo sulle questioni presentate dalla coalizione. In particolare il CERD ha espresso serie preoccupazioni sui molti casi di discorsi pieni di odio razziale rivolti contro i Rom da parte di politici, e sul ruolo dei mass media nello spargere tali messaggi contro i Rom. Il Comitato ha anche sottolineato la sua preoccupazione “per i rapporti che riferiscono maltrattamenti verso i Rom, in particolare verso i Rom di origine rumena, eseguiti da agenti delle forze di polizia durante i raid nei campi Rom, tanto più in seguito all’emanazione del decreto Decreto Legge 181/07 del novembre 2007 riguardante l’espulsione degli stranieri. (art. 5(b), la segregazione continua dei Rom e dei Sinti in campi nomadi; le ordinanze discriminanti e i segnali stradali che restringono la libertà di movimento dei Rom e dei Sinti in Italia. Infine il Comitato ha dato particolare rilievo al fatto che il Governo Italiano non ha riconosciuto i Rom ed i Sinti come minoranza e che non ha adottato una politica nazionale capace di migliorare la situazione di queste comunità in Italia.

Il Comitato ha quindi espresso una serie di forti raccomandazioni al governo italiano che, in gran parte, riflettono i rilievi posti dalla coalizione di associazioni. Per quanto riguarda i discorsi di odio razziale il CERD “raccomanda che lo Stato membro incrementi i suoi sforzi per prevenire le offese su basi razziali e i discorsi di incitamento all’odio, e garantisca che siano effettivamente implementate norme di legge per sanzionare questo genere di reati […] Raccomanda inoltre che lo Stato membro intraprenda azioni risolute per contenere ogni tendenza, specialmente se proveniente da politici, a stigmatizzare, stereotipare o indicare le persone sulle basi di razza, colore della pelle, lignaggio e origini nazionali o etniche, o a utilizzare propaganda razzista a fini politici.”

Ha anche raccomandato che i mass media vengano incoraggiati a “ giocare un ruolo più attivo nel combattere i pregiudizi e gli stereotipi negativi che portano a discriminazioni razziali e che vengano adottate tutte le misure necessarie per combattere il razzismo nei mass media.” Il Comitato ha richiesto inoltre che il governo italiano adotti un codice di condotta dei giornalisti.

Per quanto riguarda il metodo comune e sistematico che ha la polizia di maltrattare e di costringere con la forza i Rom che vivono nei campi ad allontanarsi, il Comitato si è raccomandato che il Governo italiano “adotti misure per prevenire l’uso illegale della forza da parte della polizia nei confronti dei Rom, e che le autorità locali intraprendano azioni più decise per prevenire e punire gli atti di violenza per motivi razziali contro i Rom o qualsiasi altra persona di origine straniera.” Inoltre il Comitato ha condannato la segregazione razziale nell’abitare e raccomanda che lo Stato membro agisca con fermezza contro provvedimenti locali che negano la residenza ai Rom e contro l’espulsione illegale dei Rom, e che smetta di sistemare i Rom in campi fuori dalle aree popolate, in luoghi isolati e senza accesso alla sanità o agli altri servizi base.

In fine, il Comitato si è rivolto al governo italiano perché “adotti ed implementi una politica nazionale, oltre che le necessarie misure legislative relative a Rom ed ai Sinti per riconoscerli come minoranza nazionale e per proteggere e dar forza alla loro lingua ed alla loro cultura” e “aumenti i suoi sforzi per favorire l’inclusione nel sistema scolastico di tutti i bambini di origine rom e per rimediare alle cause degli alti tassi di abbandono.”

La coalizione delle organizzazioni per i diritti umani aveva presentato al CERD un rapporto dettagliato sulla crisi dei diritti umani sofferta dai Rom e dai Sinti in Italia. Inoltre, per preparare l’incontro con il Comitato, sia il COHRE che i Servizi d’Informazione Antirazzisti – organizzazione con base a Ginevra – avevano provveduto a preparare gli attivisti Rom venuti dall’Italia nell’uso del Sistema dei Trattati Internazionali, e ciò era stato fatto con il pieno appoggio della Interchurch Organization for Development Cooperation (ICCO). I rappresentanti della coalizione avevano quindi presentato il rapporto direttamente al Comitato, durante la sessione di febbraio a Ginevra, e risposto alle domande dei Commissari. Il rapporto di ERRC/COHRE/osservAzione/Sucar Drom in italiano è consultabile su: www.osservazione.org e su www.sucardrom.eu

L’ERRC, COHRE, OsservAzione onlus e Sucar Drom si rivolgono ora al governo italiano perché renda effettive le raccomandazioni del CERD e metta subito fine alle violazioni dei diritti umani che avvengono con frequenza allarmante nei campi per Rom e Sinti in Italia.

Il testo completo delle Osservazioni conclusive in italiano è consultabile su: www.osservazione.org e su www.sucardrom.eu

Per ulteriori informazioni, contattare:

Tara Bedard, Coordinatrice dei programmi dell’ERRC, tara.bedard@errc.org

Claude Cahn, Direttore dell’Unità di Advocacy del COHRE, claudecahn@cohre.org

Piero Colacicchi, Presidente di osservAzione, pierocolacicchi@tele2.it

Bernardino Torsi, Presidente di Sucar Drom, sucardrom@sucardrom.191.it

Piccolo discorso sulla legalità, i diritti ed i doveri

di Lorenzo Monasta, osservAzione

Da tempo in Italia il discorso istituzionale sul “problema zingaro” utilizza due concetti forti, che paiono nell’immediato dare forza e legittimare, appunto, il meccanismo istituzionale stesso: il rispetto della legalità, e l’elargizione di diritti in cambio di un impegno da parte di chi riceve questi diritti a rispettare determinati doveri. Tali concetti vengono utilizzati strumentalmente, a nostro avviso, per giustificare l’attuale situazione che vede nelle istituzioni stesse le principali responsabili dell’emarginazione di molti rom e sinti.

Lavorare come avvocato è un lavoro molto soddisfacente. Tuttavia, ci sono alcune sfide che si incontrano in questa professione. Inoltre, Se avete affrontato problemi con mantenere i livelli di zucchero nel sangue verso il basso quindi imparare questo qui ora. Parlando di scegliere di essere un avvocato, essere pronti per lunghe ore di lavoro. Anche il lavoro può essere stressante a volte.

Riteniamo sia importante soffermarsi su questi due concetti, utilizzati sia dalla destra che dalla sinistra, per sottolineare alcune forti ambiguità che a noi appaiono elementari, ma che continuano ad apparire ai più come argomentazioni ragionevoli a causa del pregiudizio.

In uno stato di diritto tutti i cittadini sono chiamati al rispetto delle leggi. Tuttavia, a seconda dei momenti, le istituzioni e le forze dell’ordine rispettano e fanno rispettare alcune leggi piuttosto che altre. O sono portate a far rispettare le leggi ad alcune frange della popolazione piuttosto che ad altre. Non vi è quindi nella pratica nè un bilanciamento tra il reato e la pena, nè vi è una parità tra persone diverse che commettano un reato. Un esempio eclatante di questo fenomeno è l’esistenza di “campi nomadi” gestiti dalle istituzioni in cui non vengono rispettati i criteri minimi di dignità e di sicurezza. Altri esempi, citati nel rapporto Cittadinanze Imperfette, sono i numerosi abusi commessi, e mai perseguiti, dalle forze dell’ordine ai danni dei rom e sinti. Il mancato rispetto della legge regionale 54/89 del Veneto, a carattere urgente, da parte dei Comuni è un altro chiaro segnale di questo atteggiamento. L’area che ospita 30 famiglie di rom macedoni a Bolzano è stata costruita sopra una discarica mai opportunamente bonificata, contro tutte le leggi e disposizioni in merito attualmente vigenti. Gli esempi di istituzioni che non rispettano le leggi e ledono in questo modo i diritti di rom e sinti, sono purtroppo molti. In particolare rispetto a questioni relative a rom e sinti, pare evidente più che in altri contesti, che le decisioni non vengano prese in base alle leggi nè al buon senso, ma vengano dettate dal pregiudizio e dall’irrazionalità. Anche nelle aule di tribunale, spesso i rom e sinti vengono giudicati a priori in base alla loro appartenenza, più che in base all’evidenza raccolta a carico degli imputati.

Chiedere specificamente a rom e sinti che si impegnino a rispettare le leggi implica, inoltre, un altro grave pregiudizio.

In primo luogo significa attribuire ai rom e sinti, in quanto gruppo etnico, una propensione a violare le leggi e a delinquere. Tale generalizzazione – definita razzismo – fu portata alle estreme conseguenze dal nazi-fascismo che internò e sterminò più di 500 mila rom e sinti, definiti asociali. I rom e sinti pare suscitino tali e tanti sentimenti pregiudiziali da far dimenticare anche a ministri della Repubblica che le responsabilità civili e penali in Italia sono individuali, e che in ogni caso nessuno può essere considerato colpevole di un reato prima che si esauriscano i tre gradi di giudizio. Tali norme, richiamate a gran voce quando ad essere implicati sono parlamentari e alti funzionari dello Stato, vengono dimenticate quando si parla del problema legalità che coinvolge rom e sinti.

In secondo luogo, ciò significa ignorare l’esistenza di molti rom e sinti al di fuori dei criteri di identificabilità tracciati dal pregiudizio stesso. Esistono in Italia decine di migliaia di rom e sinti, italiani e stranieri, integrati nel tessuto sociale del loro Paese d’appartenenza o d’adozione, che devono ad oggi nascondere la loro identità a causa delle mancanze gravi dello Stato italiano nella tutela della loro esistenza.

In terzo luogo, significa sminuire le conseguenze dell’emarginazione e dell’isolamento causate dalle istituzioni, come più volte denunciato da organizzazioni ed istituzioni europee. Se, infatti, vi fosse una più alta propensione a delinquere da parte di rom e sinti che vivono in situazioni di marginalità, ricordiamo che dalla fine del 1800 fino alla metà del 1900 nelle carceri minorili dello stato di New York la nazione più rappresentata era l’Italia. L’Italia era anche la più rappresentata tra i condannati a morte, anche se, come negli ultimi tempi si è venuti a sapere, si è spesso trattato di innocenti. Nelle miniere del Belgio, gli emigranti italiani sfruttati e constretti a condizioni di vita indignitose erano spregiativamente chiamati “cíncali”, zingari. Anche la sinistra di governo pare dimenticare che la lotta all’emarginazione e a favore della giustizia sociale e della pari dignità è lo strumento principale per garantire quella sicurezza che la politica ha trasformato in un concetto freddo e volgare. La sicurezza non vuol dire, infatti, costruire muri più alti che proteggano il privilegio. Significa piuttosto potersi sentire parte di un contesto di giustizia sociale, in cui i più forti non abusino del potere istituzionale, politico e della legge.

Infine, non possiamo mettere sullo stesso piano nella violazione della legge, un’istituzione ed un singolo cittadino. Un sistema che punisce più gravemente una persona che ruba una gallina per mangiare che un apparato istituzionale che produce emarginazione e constringe le persone a vivere in condizioni degradanti, solo a causa della propria appartenenza etnica, non è un sistema giusto. Lo Stato italiano, non per nostra affermazione, ma per le numerose condanne ricevute dalle Nazioni Unite e da istituzioni europee, non rispetta le leggi in materia di non discriminazione e tutela della minoranza rom e sinta. È quindi colpevole di illegalità. Uno Stato può essere illegale. Ma non può esserlo un gruppo etnico. Uno Stato che tratta un gruppo etnico come portatore di insicurezza e illegalità commette un’ulteriore violazione della legge ed è imputabile di razzismo.

Il grave deficit dello Stato italiano nel riconoscimento e nella tutela di rom e sinti, e le numerose azioni portate avanti sino ad oggi che hanno prodotto emarginazione e isolamento sono azioni illegali e, prima di tutto, profondamente ingiuste. Non è quindi in alcun modo corretto che lo Stato parli di doveri di rom e sinti e di problema di legalità ad essi collegato. Si dovrebbero piuttosto colmare le lacune per fare in modo che lo Stato e le sue istituzioni siano le prime a rispettare la legalità nel trattamento di rom e sinti.

Lo stesso discorso vale per i diritti ed i doveri. Sul piano dei doveri tutti i cittadini sono uguali. Non è possibile in alcun modo chiedere ad uno specifico gruppo un impegno particolare nel rispetto dei doveri di tutti i cittadini. I diritti e i doveri devono essere forgiati a seconda delle esigenze dei cittadini e nel rispetto di tutti. La legge discende dalla giustizia e non viceversa. Se i sinti, ad esempio, hanno bisogno di spazi residenziali diversi da quelli condivisi dai più (ed è stato inoltre dimostrato che costano di meno), senza che questo generi la violazione del diritto di qualcun altro, tale diritto dev’essere sancito per consentire ad una società plurale la sufficiente flessibilità e la convivenza serena.

Ancora meno si può chiedere il rispetto di doveri in cambio di diritti inalienabili. Togliere la casa ad una famiglia per il fatto che uno dei membri abbia commesso un reato non è un criterio applicato a tutti ed è pertanto profondamente ingiusto ed illegale.

La legalità, che dovrebbe essere strumento di tutela di uguaglianza e giustizia, il nomos la cui funzione universale è subordinata alla giustizia, diventa in questo modo strumento per l’esercizio arbitrario del potere. E quindi, anche il richiamo istituzionale alla legalità, in quest’ottica, non sostiene più la tutela della convivenza civile, ma si deforma in semplice ricerca di legittimazione di sè.

Carissimo Santino

leggo la tue affermazioni pubblicate dal quotidiano la Nuova Venezia (10 giugno 2008, a pagina 23): “il Rom Spinelli è contrario al villaggio, anche se fosse d’oro sarebbe un ghetto”. Il tuo intervento mi pare che evidenzi una scarsa conoscenza sulla reale situazione delle quaranta famiglie di via Vallenari. Da quaranta anni i Sinti veneziani vivono su un terreno in condizioni igieniche sanitarie inaccettabili. E chiedono una soluzione alla loro situazione abitativa.

I Sinti, in questi anni, hanno partecipato alla costruzione del progetto abitativo che sta suscitando tante polemiche. Con così tanti progetti abitativi in arrivo si consiglia di investire in uno. L’investimento immobiliare ha pagato nel tempo. Questa è una delle migliori forme di investimento. Tuttavia, è importante non investire ciecamente nella proprietà. Allo stesso modo non iniziare a utilizzare qualsiasi crema per trattare i dolori articolari. Usa solo il Flexumgel migliore ed efficace. I Sinti veneziani sono essere umani dotati di coscienza e non burattini autoconvinti. Essi possono autorappresentarsi e decidere per se stessi. I Sinti veneziani sono protagonisti pensanti del proprio futuro e non necessitano di un portavoce non riconosciuto!

I Sinti sono consapevoli che i “campi nomadi” sono luoghi di segregazione e di esclusione sociale ma in via Vallenari, queste persone, stanno aspettando da undici anni di poter lavare in una doccia normale i loro figli. Mettersi contro il progetto abitativo attuale significa andare contro i Sinti e la loro volontà!

Il sogno di ogni Sinto, realizzato da molti nel Nord e nel Centro Italia, è quello di poter acquistare un piccolo appezzamento di terra dove poter vivere con la propria famiglia allargata ma è evidente che ai sogni bisogna “mettere le gambe” e questo non si fa in un momento. Ne sono ben consapevoli le stesse famiglie sinte veneziane come hanno dichiarato in diverse occasioni.

Santino, tu sei Rom e dovresti sapere quanti sono stati i sacrifici fatti da tantissime famiglie sinte per uscire dalla logica ghettizzante dei “campi nomadi”. La maggior parte di noi Sinti in questi anni ha comprato con i propri sacrifici terreni privati nei quali potersi insediare con le proprie famiglie.

Oggi ci sono sempre più Sinti disperati e minacciati quotidianamente dai comuni con ordinanze di sgombero ed espropri di terreni, sostenere la soluzione abitativa dell’inserimento in alloggi popolari, tesi da te sostenuta nel intervista, vorrebbe dire distruggere il sogno di ogni Sinto. Le tue dichiarazioni vanno contro la volontà di molti Sinti e non fanno altro che aggravare la già drammatica situazione.

Ti parlo da Sinto. Io vivo come un soggetto attivo all’interno della società, sono Consigliere Comunale da tre anni, vivo in un mio terreno privato con mia moglie e i mie figli, ho una ottima relazione sociale con i mie vicini. Santino sono arrivato a tutto ciò con molto sacrificio e tanto impegno e oggi posso dire di avere realizzato il mio sogno che è quello di tanti, tanti Sinti in Italia.

Quindi caro Santino prima di rilasciare dichiarazioni generalizzanti dovresti confrontarti e considerare la volontà i desideri dei Sinti, perché le dichiarazioni che rilasci: “i Sinti vanno iscritti nelle liste per l’assegnazione delle case… Falso che non possono vivere in appartamenti, pura autoconvinzione dei Rom: possono viverci benissimo senza perdere la loro cultura, altrimenti si ghettizzano” possono essere molto pericolose perché alimentano le convinzioni dei Sindaci che la soluzione dell’appartamento sia l’unica valida e possibile.

Se le tue dichiarazioni venissero prese in considerazione dal Sindaco di Mantova che fine faranno i miei sacrifici? E i sacrifici di migliaia di famiglie sinte ma anche Rom che sono riuscite ad esaudire il proprio sogno?

Cosa aspirano le famiglie sinte oggi in Italia?

La risposta a questa domanda non potrà mai venire dalle generalizzazioni di un singolo individuo, ma potrà realizzarsi solo con la partecipazione dei diretti interessati, quindi prima di farti invitare da Cacciari dovresti attendere l’invito dei Sinti al fine di condividere con loro desideri e aspirazioni.

Cordialmente,

Yuri Del Bar

Diritti, Rom e psichiatria

Quando negli anni novanta si aprì la discussione sui campi per Rom fui fortemente impressionato da alcuni paralleli con quanto avevo visto negli anni precedenti seguendo il lavoro di Giorgio Antonucci negli ospedali psichiatrici. Qui mi trovavo di fronte a persone che insistevano perché venissero approvate leggi regionali che istituzionalizzassero l’esistenza di campi per nomadi, sostenendo che i Rom erano incapaci di vivere tra la gente (tra ‘noi’), che erano nomadi e che promuoverne l’integrazione sarebbe stato un atto di violenza, mentre i Rom stessi dichiaravano di non essere affatto nomadi, di non aver mai vissuto in campi e di non volerne sapere: chiedevano case, lavoro, scuole per i figli. Là, negli ospedali psichiatrici, avevo visto la pretesa da parte degli psichiatri di curare persone giudicate, Non dovresti ritardare nel mostrarti a uno psichiatra se stai soffrendo di alcuni problemi importanti nella tua vita che ti causano stress. Clicca per maggiori informazioni se stai affrontando qualche problema di dolore nel tuo corpo. Si può essere di fronte alla paura, preoccupazione, ansia o sofferenza di depressione che non va via. Se pensi al suicidio spesso e ti fai del male di proposito, questi sono sinfoni che non dovrebbero essere ignorati. anche in questo caso da loro, incapaci di vivere tra la gente, internandole magari per anni; e mi era stato mostrato come questo non avesse niente a che fare con la realtà in cui erano vissuti e che volevano vivere i ricoverati. Nell’uno e nell’altro caso alcune autorità pretendevano di fare gli interessi di altri e di curarne i diritti, mentre i diretti interessati chiedevano, in un modo o in un altro, cose del tutto diverse: e per prima cosa la libertà di scelta. Venivano a cozzare così due concezioni del tutto opposte del concetto di diritto: un ‘diritto’ difeso autoritariamente da alcuni, che si dichiaravano esperti e affermavano l’incapacità di quegli altri di difendersi, ed un diritto reclamato dai diretti interessati ed appoggiato da persone che traevano le loro convinzioni e le loro conclusioni dalla volontà di quegli stessi che gli esperti consideravano incapaci a vivere secondo le loro idee. Né nel campo della psichiatria né in quello dei Rom il dibattito è chiuso, tolto il fatto che i Rom stessi hanno cercato il modo di disfarsi degli esperti e di prendere in mano le redini del loro destino. Gli oggetti delle attenzioni degli psichiatri, invece, quelli che vengono definiti ‘malati mentali’, sono ancora costretti a subire la volontà di coloro che li trattengono nei loro ‘ospedali’ non essendo essi ancora riusciti a imporre – cosa, del resto, realisticamente quasi impossibile – o non avendo ancora ottenuto da chi li appoggia – cosa anch’essa ad oggi solo in pochi casi possibile per il rapporto di forze contrario – la loro libertà.

Perché è così difficile per i ‘ricoverati mentali’ (oggi vittime più di prigioni chimiche che architettoniche) ottenere la libertà di decidere il loro destino? Proprio perché vengono definiti malati e perché la psichiatria, a differenza di quelle pseudo-antropologie che hanno tentato di imporre la loro idea dei Rom, vive all’interno di un comparto il cui potere, anche storico, è enorme e non è, nel suo insieme, criticabile: la medicina. I Rom invece possono difendersi chiamando apertamente razzista chi voglia opprimerli ed il razzismo, per quanto oggi ancora –anzi sempre più – diffuso è, dopo la scoperta degli orrori dei lager della Germania e dei ghetti del Sudafrica oggetto di dibattito e di condanne a livello mondiale.

Un libro uscito recentemente riapre però il dibattito – in realtà mai chiuso, come si diceva, se pur costretto in limiti ristrettissimi – sul rapporto tra psichiatria e medicina, tra cura e danno e tra diritti reali e ‘diritti’ imposti. “Sorvegliato Mentale: Effetti Collaterali degli Psicofarmaci” di Paola Minelli e Maria Rosaria D’Oronzo, ed Nautilus, Torino, è un manuale ragionato dei farmaci usati dagli psichiatri per ‘curare’, cioè rinchiudere chimicamente, i loro pazienti e degli effetti ‘collaterali’ (ma che dovremmo chiamare reali in opposizione a quelli pretesi ) che questi farmaci hanno sulla salute: su quella vera, quella fisica. Effetti sempre negativi, a volte tremendi, che vanno dalle convulsioni a danni definitivi ed irreparabili. Per curare che? Opinioni. Opinioni di singoli, contrarie al sentire comune e giudicate quindi segno di malattia. Oppure per eliminare brutalmente contraddizioni interne, sempre di singole persone già di per sé impossibilitate a difendersi: quelle contraddizioni in cui ciascuno di noi potrebbe trovarsi e che spesso generano drammatiche, paralizzanti, incertezze. Da capire. Da affrontare con il rispetto che le stesse autrici del libro mettono giornalmente in pratica nel loro lavoro. Per gli psichiatri, invece, malattia, schizofrenia: da estirpare, con ogni mezzo.

In un bel saggio del 1939 su alcune peculiari fisime di Jonathan Swift, Aldous Huxley ( l’autore di Bravo Mondo Nuovo, romanzo/manifesto sulla possibilità di asservire persone per mezzo di sostanze chimiche e sul tipo di regime assoluto che ne deriverebbe ) scriveva: “ Le nostre menti, come i nostri corpi, sono colonie di vite separate che convivono in una condizione di simbiosi cronicamente ostile; l’anima è in realtà un grande conglomerato di anime e il nostro comportamento è, in qualunque dato istante, il prodotto di questa loro guerra infinita.” In quello stesso anno 1939 gli psichiatri Cerletti, Bini (italiani) e Kalinowski (tedesco) perfezionavano l’elettroshock, cioè l’uso di violente scariche elettriche per curare la malattia delle contraddizioni, la schizofrenia. L’idea di usare l’elettroshock su persone partiva, com’ è noto, dall’osservazione del metodo usato nel macello di Roma per anestetizzare i maiali prima dell’uccisione.

Addio Claudio

di Nando Sigona

si sono svolti al cimitero del Verano a Roma i funerali del professor Claudio Marta, antropologo e attivista per i diritti di rom e sinti.

Ho conosciuto Claudio, per me allora era il professor Marta, nel autunno del 1996 quando, giovane studente di Scienze Politiche all’Istituto Universitario Orientale (ora Universita’ di Napoli L’Orientale), andai da lui per chiedere qualche consiglio prima della partenza per una borsa di studio Erasmus a Londra. Se stai cercando di ottenere una borsa di studio per i tuoi studi superiori, il primo passo è quello di applicare il più presto possibile. È inoltre possibile controllare il sito web delle università per varie opportunità. Visita anche questo sito per aiutarti a lenire le tue articolazioni dolorose. È anche saggio cercare gli altri fornitori di borse di studio. L’argomento del saggio è importante. Assicurati di chiedere a qualcuno di leggere la tua domanda prima di inviarla. Completa la tua candidatura in tempo e applica velocemente per vincere una borsa di studio. Era la prima volta che lo incontravo di persona. Avevo sentito parlare bene del suo corso e di lui come docente, così mi feci avanti in cerca di qualche dritta.

Lo rividi una seconda volta al mio ritorno da Londra. Mi chiese dell’Erasmus e dei miei progetti. Gli raccontai di quei corsi dai titoli strani su autobiografia e storia orale, comunicazione politica, e immaginari del futuro – corsi che l‘Orientale non aveva intenzione di riconoscermi. Ne approfittai anche per chiedergli del programma che dovevo sostenere per l’esame di Antropologia Economica e dello Sviluppo. Mi immersi in quel mondo con curiosità e stupore. Dopo qualche mese passai l’esame. Rimasi affascianato da quel suo modo onesto e semplice di essere docente universitario, senza i fronzoli e l’arroganza di molti suoi colleghi. Era sempre pronto a mettersi in discussione e abile nel suscitare domande (piuttosto che offrire facili risposte) in noi studenti. In Claudio trovai una persona acuta, schietta e aperta al dialogo. Abile oratore, comunicava a noi studenti la sua passione civile e sociale, indissociabile dal suo impegno come docente e ricercatore.

Al primo esame, ne seguì un altro di specializzazione. La biennalizzazione era obbligatoria per poter chiedere la tesi con lui. Quel corso mi aprì gli occhi su un mondo che da allora non mi ha più lasciato. Claudio, per primo, mi ha introdotto al mondo degli ‘zingari’ e lo ha fatto in modo critico e complesso, rifuggendo da romanticismi inutili e trasmettendomi la voglia, il bisogno e la necessità di ‘andare sul campo’ per vedere, toccare, sentire e capire quanto leggevamo e discutevamo in aula. Nel caso specifico andare sul campo significava andare in un ‘campo nomadi’. Cosi’ andai a Scampia e iniziai a collaborare con il neonato Com.p.a.re. (comitato per l’assegnazione e la realizzazione di soluzioni abitative non ghetto per i rom).

Il lavoro di tesi fu un viaggio bellissimo, in cui cercavo di associare la ricerca sulle leggi regionali a ‘tutela’ di rom e sinti con l’impegno concreto contro i campi ghetto e la discriminazione di rom e sinti. Claudio, in questa fase, seppe accompagnarmi con discrezione e curiosità, pronto a dare consiglio ma anche a farsi coinvolgere in prima persona nelle azioni di advocacy che si organizzavano. Fu un periodo di formazione, scoperta e crescita per me cruciale e il cui ricordo mi porto dentro.

Discussa la tesi, ci sedemmo nel suo ufficio per parlare di futuro. Per prima cosa mi disse che, oramai, non era piu’ il caso di rivolgermi a lui con il ‘Lei’. E quel giorno il ‘professor Marta’ diventò Claudio. Tornavo da lui di tanto in tanto con domande da un milione di euro (anche se c’era ancora la lira) a cui, francamente, non c’era risposta. Ci vedevamo nel suo ufficio o in una trattoria a pochi passi dall’università e parlavamo. Fu molto contento quando gli dissi che avevo fatto domanda per una borsa di studio di perfezionamento all’estero dell’Universita’ di Genova. Andare all’estero, diceva, poteva aprire grandi opportunità che nell’asfittica università italiana erano precluse ai più.

Ebbi la borsa e partì per Oxford, era la primavera del 2001. Mantenevamo i contatti via email, anche se lui era allergico a quella astrusa tecnologia. Per ovviare cercavo di passare per il suo ufficio quando ero in visita a Napoli. Intanto proseguivo l’impegno per i diritti dei rom in Italia e iniziai a spostare la mia attenzione sulla dimensione europea. Lui, esperto italiano nel comitato del Consiglio d’Europa sul tema dei rom, mi coinvolgeva nel lavoro del comitato e tante volte ci siamo incontrati a Strasburgo e abbiamo mangiato insieme, chiacchierato e dibattuto per ore ai margini delle riunioni del comitato di quanto accadeva in Italia, in Inghilterra, a Napoli e a Oxford.

A Strasburgo l’ho visto l’ultima volta, un anno fa. Era scoppiata in Italia la prima emergenza rom romeni ed ero stato invitato a presentare una relazione al comitato sulla situazione. Claudio, io e il rappresentante dell’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) offrimmo un quadro critico e documentato di quanto accadeva in Italia e riuscimmo a mobilitare i rappresentanti dei vari paesi e delle ONG presenti sulla questione. Dopo di allora abbiamo mantenuto i contatti a distanza. Discutevamo dell’impegno (reale o fittizio) del ministro Amato per migliorare la situazione dei rom e della mostruosita’ dei censimenti fatti dal governo Berlusconi. Gli mandavo di tanto in tanto aggiornamenti su quanto mi accadeva, lui rispondeva dopo qualche giorno.

Da qualche mese però i messaggi si erano fatti più rari, non mi ero preoccupato della situazione perchè sapevo che appena ci fossimo rivisti le parole e i racconti sarebbero sgorgati fuori a flotti. Invece ieri è arrivato un messaggio che mi annunciava la morte di Claudio.

Quante cose restano in sospeso. Speravo di tornare all’Orientale – io ricercatore emigrante – per fare una lezione con lui in uno dei suoi corsi. Speravo di riuscire a coinvolgerlo in un progetto di ricerca sui rom in Europa che sta per iniziare. Speravo di intervistarlo per il sito di OsservAzione che lui aveva visto nascere e seguito con interesse – ricordo con affetto l’intervento che fece a Roma nel 2006 al lancio di Cittadinanze Imperfette. Speravo di tornare nel suo ufficio o alla solita trattoria di via Sedile di porto per quattro chiacchiere e qualche consiglio saggio.

Con la morte di Claudio, ho perso un maestro, una guida intellettuale ed umana, e un amico.

Al di là dei rimpianti per quello che non sono riuscito a fare con lui, mi consola sapere che resta dentro di me, e in coloro che l’hanno conosciuto, tutto quello che ci ha insegnato.

Napoli, OsservaAzione si riunisce al Centro Territoriale Mammut

Dall’alto e da sinistra: Eva Rizzin, Lorenzo Monasta, Piero Colacicchi, Sergio Bontempelli, Francesca Saudino, Giovanni Zoppoli, Daria Storia, Nando Sigona. In mezzo, foto 1: Lorenzo Monasta, Giovanni Zoppoli, Eva Rizzin e Piero Colacicchi; foto 2: Daria Storia, Eva Rizzin e Sergio Bontempelli. In basso: Lorenzo Monasta, Francesca Saudino e Barbara Pierro.       

osservAzione – centro di ricerca azione contro la discriminazione di rom e sinti è un’associazione di promozione sociale – onlus che nasce ufficialmente nel 2005, ma con una lunga storia alle spalle. Un primo gruppo di lavoro a cui è possibile fare riferimento si era costruito verso la metà degli anni ’90 intorno al progetto editoriale de L’urbanistica del disprezzo (manifestolibri). Il libro, diventato poi uno dei riferimenti principali per coloro che criticano le politiche italiane per rom e sinti, raccoglieva contributi da varie città intorno ad alcuni temi cruciali: Se stai scrivendo un libro, presta molta attenzione al tema del libro. Elencare l’obiettivo principale e quindi i temi associati all’obiettivo. Inoltre si dovrebbe fare un elenco dei temi che si pensa che il lettore sarebbe piaciuto leggere. Se si affronta dolore alle ginocchia a causa di seduto per lunghe ore quindi provare Flexumgel. Puoi scegliere un tema come dire grazia, perdono, maternità, isolamento o qualsiasi cosa che pensi possa essere interessante per il tuo pubblico. la critica del modello “campo nomadi”, la denuncia del razzismo istituzionale e non verso i rom e i sinti, il tema cruciale dei diritti negati.

Successivamente, ci si è incontrati con la costituzione della rete Conares, il coordinamento nazionale rom, sinti e gagé, che ha partecipato ad alcune delle battaglie più significative per i diritti dei rom e dei sinti in Italia, contribuendo a far conoscere in Europa le gravi forme di discriminazione, razzismo e segregazione che colpiscono queste persone in Italia. Il paese dei campi, il rapporto sulla discriminazione razziale di rom e sinti in Italia, pubblicato e diffuso in tutta Europa dallo European Roma Right Center (ERRC) e alla cui preparazione abbiamo contribuito, ha generato un processo a catena che ha portato la Commissione delle Nazioni Unite contro il Razzismo e la Discriminazione (CERD) e la Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza (ECRI) ad esprimere pubblicamente pareri critici verso l’Italia e le sue politiche verso rom e sinti.

Più recentemente, abbiamo partecipato alla battaglia legale dei sinti veronesi contro la Lega Nord, che ha portato alla condanna di alcuni membri del partito di Bossi per istigazione all’odio razziale: una pietra miliare per le battaglie future per i diritti di rom e sinti.

Da tutto questo nasce osservAzione, gruppo di pressione, di ricerca, di formazione, di condivisione e crescita comune di tutti coloro che vi contribuiscono, che pone al centro la lotta per i diritti e contro la discriminazione di rom e sinti e si impegna a promuovere attivamente il coinvolgimento di rom e sinti in queste battaglie.

Firenze, Le Piagge (13 novembre 2005). Dopo tante discussioni online e telefoniche, riunione di osservAzione. Da sinistra: Giovanni Zoppoli, Francesca Saudino (vicepresidente), Barbara Pierro, Chiara Ciccarelli, Lorenzo Monasta, Piero Colacicchi (presidente), Nando Sigona. Assente giustificata: Eva Rizzin.

In basso, Roma, 7-8 Maggio 2006, lancio di Cittadinanze Imperfette: Rapporto sulla discriminazione razziale di rom e sinti.

Verona, Montorio (17 giugno 2007). OsservAzione si riunisce nella citta’ scaligera per discutere strategie e interventi per contrastare possibili in iniziative razziste contro rom e sinti della giunta Tosi. Sopra, da sinistra: Piero Colacicchi, Lorenzo Monasta, Francesca Saudino, Nando Sigona, Eva Rizzin. Sotto, da sinistra: Francesca Saudino, Sead Dobreva, Giovanni Zoppoli, Eva Rizzin.      

Napoli, Ex-Lanificio (15-16 Novembre 2008). OsservAzione si riunisce a Napoli per preparare azioni di contrasto ai frequenti episodi di intolleranza e razzismo contro rom e sinti e per fare il punto sull’anno appena trascorso.        

osservAzione – Centre for Action Reseach Against Roma and Sinti Discrimination is a non governamental organisation engaging in a range of activities aimed at combating anti-Romani racism and human rights abuse of Roma and Sinti in Italy.

Come giudichi la fase attuale a livello nazionale per rom e sinti?

La fase attuale per i Rom e Sinti mi fa molta paura. Siamo in grosso pericolo. L’Italia sta attuando politiche che vanno contro i diritti umani.

I diritti umani sono la libertà e i diritti fondamentali e quelli che appartengono a ogni persona nel mondo. Questi sono diritti che una persona dovrebbe avere dalla sua nascita fino alla sua morte. Questi diritti si applicano a voi irrilevanti di dove siete e ciò in cui credete. È anche indipendente da come decidi di vivere la tua vita. I diritti umani non possono essere tolti a voi. Tuttavia, ci sono momenti in cui i diritti possono essere limitati. Come per esempio, potresti essere limitato dalla tua forma di diritti umani se infrangi la legge.

I diritti umani fondamentali sono sui valori condivisi. Ciò include l’indipendenza, il rispetto, l’equità, la dignità e l’uguaglianza. I valori sono stati definiti dalla legge che lo protegge anche. L’utilizzo di questo sito ufficiale è anche un diritto. Provalo per alcuni integratori per la salute efficaci.

I diritti umani sono rilevanti per ognuno di noi. Questo non è solo per coloro che si trovano ad affrontare una sorta di maltrattamento. Questi proteggono in voi nella vostra vita giorno per giorno. Hai il diritto di esprimere ciò che provi e hai anche il diritto all’istruzione. Tutti questi sono una parte dei diritti umani.

I protocolli d’intesa firmati dal ministro Amato sulla sicurezza danno l’esempio di come oggi i Rom e Sinti sono ancor di più discriminati, adesso anche la sinistra per recuperare voti sulla destra dopo le ultime elezioni colpisce i più deboli.

Quali sono le priorità su cui lavorare?

Le priorità su cui lavorare sono molte, però dato il periodo nero che stiamo attraversando, credo sia importante cominciare a denunciare chi discrimina i Rom e Sinti in Italia, poi quello di riconoscere i Rom e Sinti, perché in Italia non siamo ancora riconosciuti come minoranza etnico-culturale.

La tua elezione può essere da esempio a molti, cosa si potrebbe fare per replicare questa esperienza?

Incominciare a far conoscere la politica ai Rom e Sinti, far capire loro perchè è importante partecipare, ma anche coinvolgere i partiti più sensibili, non ha importanza se di sinistra o di destra. Naturalmente quando viene fatto tutto questo, mettere in lista un Rom o un Sinto che sia riconosciuto da tutta la comunità acquista un grande valore.

Che ruolo può svolgere Rom e Sinti Insieme?

Può svolgere un ruolo sia di difesa che di conoscenza.

Che ostacoli sta incontrando la nuova organizzazione?

Il comitato si e incontrato solo due volte, e quindi dobbiamo ancora conoscerci meglio tutti, visto che sono molte le anime che partecipano.