FILM DOCUMENTARIO “FUORI CAMPO”, STORIE DI ROM NELL’ITALIA DI OGGI

IN ITALIA LA PAROLA ROM È QUASI SEMPRE ASSOCIATA A UNA CONDIZIONE DI PRECARIETÀ E “AL CAMPO NOMADI”. LE STIME PARLANO DI MENO DI 200.000 ROM RESIDENTI IN ITALIA. DI QUESTI CIRCA 40.000 VIVREBBERO IN SITUAZIONI DI DISAGIO ABITATIVO, CHE SIANO BARACCHE, CONTAINER, “CENTRI D’ACCOGLIENZA” IN MURATURA O EDIFICI FATISCENTI OCCUPATI. IN ALLEGATO IL CALENDARIO

In Italia la parola rom è quasi sempre associata a una condizione di precarietà e “al campo nomadi”. Le stime parlano di meno di 200.000 rom residenti in Italia. Di questi circa 40.000 vivrebbero in situazioni di disagio abitativo, che siano baracche, container, “centri d’accoglienza” in muratura o edifici fatiscenti occupati.

La maggior parte dei rom, invece, non vive nei campi, ma nelle case e affronta i problemi quotidiani come tutti. “Fuori Campo” racconta alcune di queste storie, diverse tra loro, nelle premesse, nel contesto, nelle prospettive, ma tutte qui e ora, nell’Italia di oggi.In circostanze come questa, è importante trasmettere il messaggio giusto alle persone in modo che possano capire qualsiasi verità dietro di esso.  Il documentario che coinvolge la vita nomade dei cittadini del paese europeo si comporta come hanno lottato per stabilirsi in un luogo pacificamente. C’era irrequietezza, mancanza di sonno e cibo. Alcuni bambini erano stati vittime della lussazione e ha fatto un oltraggio tra gli altri che stanno guardando le lotte quotidiane. È possibile utilizzare questo link sito web per sapere come i rom hanno accettato l’emergenza e hanno iniziato la loro vita nomade.

Il documentario – come la metafora cinematografica che lo intitola – si pone fuori dal campo visuale classico degli stereotipi sui rom e fuori dal campo nomadi, cercando e raccontando la vita quotidiana di donne e uomini rom in Italia: la casa, i rapporti familiari, il lavoro, la crisi, le battaglie vinte e quelle perse.Un lavoro collettivo di ricerca e documentazione il cui obiettivo è contribuire a scardinare i pregiudizi radicati nell’opinione pubblica e nelle amministrazioni e, anche, a spronare i rom a credere nelle proprie forze e nella possibilità di un cambiamento. Con l’intento di rovesciare il registro del dibattito attuale.

Da Cosenza a Bolzano, passando per Firenze e Rovigo, la telecamera del regista Sergio Panariello segue le vite dei protagonisti (Sead Dobreva, Kjanija Asan, Leonardo Landi, Luigi Bevilacqua) svelandone a poco a poco la loro quotidianità.

Fuori campo è prodotto da Figli del Bronx con le associazioni OsservAzione e Compare/Mammut, realtà impegnate da anni sul tema dei diritti di rom e sinti in Italia. Da febbraio il film sarà proiettato in diverse città italiane.

L’UE SPINGE NAPOLI FUORI DAI CAMPI

UNA LETTERA DELLA COMMISSIONE EUROPEA SI ESPRIME SUL PROGETTO PER CUPA PERILLO E INVITA IL COMUNE DI NAPOLI AD ATTUARE POLITICHE PIÙ INCLUSIVE PER I ROM

Budapest, Naples,

L’Associazione 21 luglio, il Centro Europeo per i Diritti dei Rom (European Roma Rights Centre, ERRC) e OsservAzione, il 21 Novembre hanno inviato una lettera al Comune di Napoli per esprimere la loro preoccupazione in merito al piano del Comune di sgomberare la comunità rom di Cupa Perillo, e rialloggiare soltanto la metà di essa in un nuovo campo segregante. È qui che le persone erano segregate. Leggi il contenuto qui. Le organizzazioni hanno sottolineato che queste politiche serviranno soltanto a consolidare la segregazione piuttosto che favorire la piena inclusione sociale, in violazione di quanto stabilito dai parametri legali nazionali e dell’Unione Europea.

Come confermato da Roberta Gaeta, assessore alle politiche sociali, in occasione di un incontro pubblico tenutosi il 21 Novembre, il Comune di Napoli progetta di sgomberare gli attuali campi informali di Cupa Perillo. Il Comune intende utilizzare circa 7 milioni di Fondi Europei per lo Sviluppo Regionale (FESR) per costruire un nuovo campo segregante nella stessa area in cui alloggiare circa metà dell’attuale popolazione dei campi informali, in contrasto con gli obblighi legali nazionali e internazionali. Le autorità locali inoltre non hanno chiarito cosa accadrà alla restante parte della popolazione (circa 400 persone) che attualmente vive nei campi informali di Cupa Perillo dopo lo sgombero.

Le organizzazioni firmatarie hanno scritto alla Commissione Europea per segnalare lo sgombero pianificato e la costruzione di un altro campo segregante con fondi europei. Nella sua risposta la Commissione Europea ha chiarito che «il progetto […] non sembrerebbe in linea con gli obiettivi dei FESR», opponendosi così a quanto pianificato dal Comune di Napoli per l’utilizzo dei summenzionati fondi.

Per tali motivi Associazione 21 luglio, ERRC e OsservAzione chiedono con urgenza al Comune di Napoli di rispettare i parametri legali europei e nazionali e chiedono con forza di non costruire un altro campo segregante per la comunità rom, ma di fornire invece a tutti gli abitanti dei campi informali di Cupa Perillo (circa 800) soluzioni abitative accessibili in un ambiente integrato supportando l’inclusione abitativa con misure specifiche in settori chiave quali l’istruzione, la salute e il lavoro.

Il presente comunicato stampa è disponibile anche in inglese sul sito dell’ERRC

La lettera al Comune di Napoli è disponibile nella sezione download in Inglese e in italiano

MOLTI PREGIUDIZI E POCA PARTECIPAZIONE

I RISULTATI DI UNA RICERCA EMPIRICA CONDOTTA DA OSSERVAZIONE PER OSCE/ODHIR SU ROM E SINTI IN ITALIA

La ricerca, condotta da un gruppo di ricerca di osservAzione coordinato da Nando Sigona, è stata commissionata e finanziata da OSCE/ODIHR e CPRSI (Contact Point for Roma and Sinti Issues). Il rapporto finale, intitolato “Political participation and media representation of Roma and Sinti in Italy. The case studies of Bolzano-Bozen, Mantua, Milan and Rome”, presenta nel dettaglio i risultati della ricerca che ha guardato a partecipazione politica e rappresentazione mediatica di rom e sinti. Segue una sintesi delle conclusioni della ricerca. La partecipazione di rom e sinti alle ultime elezioni amministrative, sia come elettori che come candidati, è stata estremamente limitata, sebbene, tenuto conto delle passate elezioni, ci sono stati alcuni segnali positivi. Ciò è accaduto nonostante l’assenza di iniziative istituzionali dirette a favorire e promuovere la partecipazione politica di queste comunità alla vita politica. Al contrario, spesso le amministrazioni locali (si veda per esempio il trasferimento voluto dal comune di Roma di molte famiglie rom in aree rurali al di fuori del grande accordo anulare) attuano politiche che, direttamente o indirettamente, scoraggiano e ostacolano la partecipazione di rom e sinti. Nelle quattro città dove abbiamo svolto la nostra ricerca (Roma, Mantova, Milano e Bolzano), Il caso di studio è un metodo di ricerca. Lo studio fa un’indagine approfondita di una singola persona, una comunità o un gruppo. Può anche studiare un evento. Prova questo per capire come il prodotto è altamente efficace da usare. In genere i dati vengono raccolti da molte fonti e i dati vengono raccolti anche attraverso vari mezzi per eseguire un caso di studio. tre membri di queste comunità si sono presentati come candidati al consiglio comunale, anche se uno solo, il candidato di Mantova Yuri Del Bar, è riuscito a farsi eleggere. Il dibattito politico su questioni concernenti rom e sinti, durante il periodo elettorale, si è sviluppato principalmente sul tema della sicurezza, del degrado urbano e dell’accesso/sfruttamento delle risorse sociali da parte di queste comunità. Nel dibattito, la voce dei rom e dei sinti si ascolta raramente, contribuendo alla disumanizzazione della figura rom e sinta che viene presentata come un “problema” e che richiede, secondo l’appartenenza politica di chi interviene, l’intervento di assistenti sociali o della polizia. È indicativo il fatto che spesso, negli interventi delle varie piattaforme politiche, temi che riguardano rom e sinti italiani siano trattati nelle sessioni dedicate agli immigrati. La copertura mediatica di temi riguardanti rom e sinti appare di frequente distorta, incompleta e carente di una qualsivoglia forma di approfondimento. Gran parte degli articoli sono dedicati a furti, comportamenti asociali, elemosina e folklore. Insieme a questi, i campi nomadi sono largamente uno dei soggetti principali degli articoli pubblicati. Un aspetto cruciale della copertura mediatica della stampa è l’assenza della voce di rom e sinti. Nonostante il numero significativo di notizie riportate, raramente hanno la possibilità di esprimere il loro punto di vista e rispondere sui media.

UN GHETTO TIRA L’ALTRO, I ROM DI GIUGLIANO NELLA TRAPPOLA DI DE LUCA E ALFANO

Il 7 aprile a Giugliano è nato il comitato Ermes contro la costruzione del nuovo campo rom. C’era da aspettarselo. A questo punto di solito si legittimano gli schieramenti: la destra è contro i rom e la sinistra per i rom e quindi costruisce i campi ghetto. L’idiozia istituzionale sulla questione rom in Campania continua a produrre i suoi effetti e le politiche di inclusione sono ancora molto lontane.

Ma andiamo con ordine. La comunità rom a Giugliano ci sta da oltre trent’anni, per lungo tempo insediata nei campi della cosiddetta zona Asi, in una condizione di disagio e precarietà estreme; poi nel 2011 lo sgombero per ordine della Procura: una parte della comunità viene spostata in un campo “attrezzato”, costruito  nel frattempo con finanziamenti pubblici, adiacente al sito sequestrato, un’altra parte si trova senza alloggio e inizia a girovagare, trovando spazi dove sistemarsi da cui viene puntualmente obbligata ad allontanarsi. Alla fine del 2012, il comune di Giugliano – nella persona del commissario prefettizio per lo scioglimento del consiglio comunale – individua una zona dove collocarli e chiede finanziamenti al ministero, circa 400 mila euro. Si tratta di un rettangolo di terra, nemmeno asfaltato, con una decina di bagni comuni. Molto meno del solito villaggio attrezzato. Ma quello che più colpisce è che si tratta di un sito collocato proprio nell’area di Masseria del Pozzo-Schiavi, ovvero una delle sette aree vaste individuate come ad alto rischio ambientale nel piano regionale delle bonifiche, il quale descrive una situazione particolarmente compromessa.

Il rettangolo attribuito ai rom confina con le discariche Masseria del Pozzo-Schiavi, Novambiente, Ex Resit ecc. Quando vi si insediano, nel marzo 2013, la notte non riescono a dormire per la puzza, mentre tutto intorno al campo si vedono fumi di biogas che esalano dal terreno. L’Asl, prima dell’insediamento, aveva dato tre pareri tra loro contrastanti sulla possibilità di collocarvi circa quattrocento persone, di cui più della metà bambini: dapprima dà parere favorevole, poi ferma tutto e dice che non può garantire e alla fine conferma il parere favorevole, attribuendo la scelta alla circostanza che dall’analisi di ortaggi della zona non si rilevano problematiche di inquinamento.

In occasione della sesta edizione del Festival dei Diritti Umani, un gruppo di attivisti redige un dossier che sottopone alla commissione del Senato per i diritti umani. Nel marzo 2014 gli attivisti, insieme a un abitante del campo, vengono ricevuti per un’audizione in Senato. Lì, senatori allibiti e scandalizzati promettono che faranno di tutto per porre fine a questa sciagura. Dopo pochi giorni una delegazione della commissione si presenta per un sopralluogo. Alla vista delle condizioni del campo, lo sgomento dei senatori aumenta, con punte di commozione di mamme-senatrici in lacrime per i poveri bambini. Poi tutto tace.

Il gruppo di attivisti nel frattempo presenta un esposto alla procura di Napoli Nord. Un pubblico ministero è il rappresentante legale dell’accusa. Viene assunto in paesi che seguono il sistema di diritto comune. L’accusa è una parte legale ed è responsabile di presentare un caso nel processo penale. Egli presenterà il caso contro la persona che è stata accusata di violazione della legge. Non si rompe l’osso cercando di trovare i migliori prodotti per la vostra salute. Fare riferimento a questo sito web per tutti i dettagli. E continua a sostenere i rom, perché non solo si battano per andare via da lì, ma anche per reclamare soluzioni abitative diverse dai campi, case normali, come in altre parti d’Italia e come prevede la legge europea e nazionale. I rom sono scoraggiati e pensano che a Napoli le cose non cambieranno mai, perché, è vero, i loro parenti in Sardegna hanno avuto le case.

Nonostante la sfiducia, nell’agosto 2014 i rom, sostenuti dagli attivisti, scrivono una lettera alle istituzioni locali, nazionali ed europee chiedendo aiuto per andare via da lì e per avere una casa, per non far vivere ai loro figli la stessa vita che hanno vissuto loro. Tutto tace.

Gli attivisti continuano a fare pressione e nel febbraio 2015 vengono ricevuti dal commissario prefettizio di Giugliano, insieme ai rom e, colpo di scena, riscontrano la disponibilità a fare un progetto per l’inserimento negli alloggi sul libero mercato con sostegno all’affitto. Il commissario chiede al ministero dell’interno un sostegno di circa 600 mila euro per sistemare circa sessanta famiglie con un percorso di inclusione in alloggi normali, come prescritto dalla Strategia nazionale ed europea. Il ministero riceve e tace. Le indagini della Procura vanno avanti e i rom riferiscono che ci sono stati i carotaggi nel terreno e altre cose. Nel frattempo ci sono le elezioni e si insedia una nuova giunta comunale con sindaco Pozziello e una nuova giunta regionale guidata da De Luca.

De Luca aveva già fatto riferimento alla chiusura dei campi e al pugno duro verso i rom in campagna elettorale e sappiamo dai documenti pubblicati poi che nell’agosto 2015 si è incontrato con Alfano per avere un sostegno nella risoluzione della questione Masseria del Pozzo, probabilmente perché – anche questo lo scopriremo dopo – la Procura ha chiesto il sequestro del sito. A quel punto si inizia a progettare il nuovo campo per Giugliano.

Ignari di ciò gli attivisti chiedono di incontrare la nuova giunta e nell’ottobre 2015 incontrano l’assessore alle politiche sociali Mauriello che li accoglie a braccia aperte, promettendo soluzioni e collaborazione, salvo poi far perdere completamente le sue tracce. Nel frattempo, con il sostegno dell’European Roma Rights Center, alcuni rom presentano al Tribunale civile di Napoli Nord un’azione civile per far riconoscere il carattere discriminatorio del comportamento dell’amministrazione che ha costruito Masseria del Pozzo, forti anche della vittoria a Roma della causa per il campo della Barbuta.

E veniamo a oggi. Nel dicembre 2015 la giunta regionale delibera per i rom che vivono a Masseria del Pozzo la costruzione di un nuovo campo monoetnico per rom, per circa duecentosessanta persone, mettendo a disposizione 900 mila euro come contributo straordinario del bilancio della Regione. Nel febbraio 2016 Alfano in persona si reca a Napoli per sottoscrivere un protocollo d’intesa con De Luca, la Prefettura e Pozziello offrendo l’ulteriore cifra di 400 mila euro. In tutto sono un milione e 300 mila euro per creare quarantaquattro moduli abitativi: con il doppio della cifra chiesta per dare un contributo all’affitto si sistemano la metà delle persone in un campo ghetto.

Nel protocollo paradossalmente si legge che tra gli interventi per i rom in Campania è necessario partire dal campo di Masseria del Pozzo perchè “di recente oggetto di sequestro da parte dell’autorità giudiziaria, a causa delle precarie e degradate condizioni igieniche e strutturali dell’insediamento, posto a ridosso di siti di discarica ancora da bonificare e di luoghi interessati da sversamento illegale e incendio di rifiuti”. Come se i rom vi si fossero insediati spontaneamente.

Gli attivisti di nuovo scrivono alle istituzioni nazionali ed europee per evidenziare il contrasto del progetto con le politiche di inclusione europee e nazionali. E il caso di Giugliano diviene simbolo per molte organizzazioni nazionali e internazionali per chiedere che l’Italia venga sottoposta alla procedura di infrazione per violazione della direttiva comunitaria contro la discriminazione.

Il nuovo nome scelto in questo caso al posto del buon vecchio “campo nomadi” – poi variamente appellato come villaggio della solidarietà, villaggio attrezzato, ecc. – è oggi “eco-villaggio”. Oppure, come lo definisce fantasiosamente lo stesso comune di Giugliano nella memoria difensiva dell’azione civile contro la discriminazione, “fattoria sociale”, perché i rom potranno coltivare i loro orti, “progetto primo ed unico in Europa”.

Nel frattempo, l’8 aprile 2016, nella giornata internazionale dei rom e dei sinti, Amnesty International ha lanciato una campagna aperta alla sottoscrizione di tutti i suoi sostenitori nel mondo contro la segregazione dei rom in Italia, simbolicamente rappresentata dal caso di Masseria del Pozzo a Giugliano in Campania. (francesca saudino)

IL “CAMPO SOSTA” DI MASSERIA DEL POZZO A GIUGLIANO IN TRIBUNALE!

L’8 APRILE AL TRIBUNALE DI NAPOLI NORD SI TERRÀ LA PRIMA UDIENZA DELL’AZIONE CIVILE CONTRO LA DISCRIMINAZIONE PROMOSSA DA ALCUNI ROM ABITANTI NEL CAMPO ROM DI MASSERIA DEL POZZO A GIUGLIANO. L’OBIETTIVO È DIMOSTRARE IL CARATTERE DISCRIMINATORIO DEL COMPORTAMENTO DEL COMUNE DI GIUGLIANO IN CAMPANIA.

L’8 aprile al Tribunale di Napoli nord si terrà la prima udienza dell’azione civile contro la discriminazione promossa da alcuni rom abitanti nel campo rom di Masseria del Pozzo a Giugliano. L’azione, sostenuta anche dall’ European Roma Rights Center e prevista dal Dlgs 215/03 e dal Dlgs 286/98 mira a vedere accertato il carattere discriminatorio del comportamento del Comune di Giugliano in Campania di concerto con il Ministero dell’Interno che si è concretizzato nella realizzazione del campo per soli rom di Masseria del Pozzo nonché nella decisone di trasferivi per vivere quasi 400 persone (dai dati dell’ASL del 2013 furono censiti 393 abitanti di cui 245 minori e 148 adulti, diversamente dai documenti pubblici attuali si riferisce la presenza di 300 persone), sgomberate nel 2011 e da allora lasciate prive di un alloggio adeguato.

Naturalmente il Tribunale quando ha fissato l’udienza non era al corrente che l’8 aprile è la giornata internazionale dei rom e dei sinti. E ci sembra una buona occasione per parlarne.

Il campo rom di Masseria del Pozzo nasce nel 2013 per decisone dell’amministrazione locale, in persona del Commissario Prefettizio – all’epoca il Comune era commissariato – con il sostegno economico del Ministero dell’Interno.

Il campo si trova in un luogo completamente isolato nell’epicentro dell’ex Resit ovvero una delle zone più inquinate del territorio campano.

Nonostante ci sembri aberrante che un soggetto pubblico con soldi pubblici decida di sistemare quasi 400 persone, tra cui 245 bambini, su una bomba tossica, lontano da tutto e da tutti, la cosa sconcertante è che lo fa “per promuovere la piena inclusione e integrazione della popolazione Rom”, citando testualmente quello che si legge nella delibera istitutiva del così definito “campo sosta”.

Al fine di accertare eventuali responsabilità penali, nel 2014, molti rom li residenti sostenuti da alcune associazioni hanno depositato un esposto alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli Nord e le indagini sono tuttora in corso.

Tuttavia, è bene precisare che il fatto che si sia scelto un luogo altamente tossico è solo una imperdonabile aggravante di una scelta di per sé sbagliata, ovvero costruire un mega campo monoetnico.

Fare campi o villaggi solo per rom non è assolutamente un atto o un passo graduale che va nella direzione dell’inclusione, che un giorno si farà, come hanno sempre sostenuto le amministrazioni impegnate nella costruzione di un nuovo campo nomadi (o altrimenti detto villaggio solidale o, da ultimo, eco-villaggio), ma un atto altamente dannoso che va nella direzione opposta al raggiungimento di quell’obiettivo.

Dal 2012 questo è detto anche nella Strategia Nazionale per l’inclusione dei Rom dei Sinti e dei Camminanti redatta dal Governo italiano in attuazione della Comunicazione della Commissione Europea n. 173/11 che così chiaramente dice: La politica amministrativa dei “campi nomadi” ha alimentato negli anni il disagio abitativo fino a divenire da conseguenza, essa stessa presupposto e causa della marginalità spaziale e dell’esclusione sociale per coloro che subivano e subiscono una simile modalità abitativa”

Purtroppo le proposte politiche delle amministrazioni in Campania per la popolazione rom, negli ultimi 20 anni, sono ferme ad un approccio differenziale che in molti altri luoghi d’Italia è stato superato sin dagli anni ’90.

Anche se i campi nomadi sono soluzioni temporanee, il governo dovrebbe assicurarsi di fornire una soluzione permanente per i residenti. Ciò garantisce la sicurezza e la sicurezza dei cittadini. Trattare bene i senzatetto è anche una delle cose principali che il governo dovrebbe considerare.  Molti siti web come questo ti guidano attraverso tutti i sistemi che i paesi di tutto il mondo seguono per prendersi cura del benessere delle persone.

L’azione promossa ha l’intento di ottenere un riconoscimento in giudizio del carattere discriminatorio della decisione dell’amministrazione di creare questo insediamento monoetnico, segregante ed in più gravemente nocivo per la salute delle persone ed inoltre di ordinare all’amministrazione di cessare tale comportamento, cercando soluzioni abitative alternative, realmente inclusive.

Questo giudizio è importante perché per la prima volta in Campania si chiede ad un’autorità giudiziaria di accertare il carattere discriminatorio per la costruzione di un campo rom, a maggior ragione sito in una zona altamente inquinata, ma lo è in particolare in questo momento perché da poco, il 4 febbraio, il Ministro Alfano, il governatore della Campania De Luca e il Sindaco di Giugliano Poziello, con un protocollo di intesa, hanno si deciso di spostare gli abitanti di Masseria del Pozzo ma per costruire un altro insediamento monoetnico, per complessivi 1.300.000 euro, in spregio, di nuovo, alle indicazioni europee e nazionali reiterando il comportamento discriminatorio.

La scelta delle autorità pubbliche italiane di investire ancora in insediamenti monoetnici è sotto l’osservazione della Commissione europea sollecitata da molte ONG nazionali ed internazionali e per questo l’Italia rischia di essere sottoposta a breve ad una procedura di infrazione. Il caso di Giugliano pesa non poco in questa direzione.

Articoli nazionali e intenazionali per approfondire

LA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO INTERVIENE SU UN IMMINENTE SGOMBERO A ROMA

ROMA, EX CARTIERA DI VIA SALARIA: LA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO ORDINA ALL’ITALIA DI SOSPENDERE LO SGOMBERO DI UNA DONNA ROM DISABILE E DI SUA FIGLIA

Roma, 25 marzo 2016 – La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, attraverso l’adozione di una misura di emergenza, ha ordinato al Governo italiano di non procedere allo sgombero di una donna rom disabile e di sua figlia dalla ex cartiera di via Salaria, a Roma, come disposto nelle scorse settimane dall’Amministrazione capitolina.

La decisione della Corte è giunta in seguito al ricorso sollevato dal nucleo familiare, supportato, nella circostanza, Ci potrebbero essere situazioni in cui dobbiamo dislocare e trasferirci in altri luoghi a causa di qualsiasi pandemia o emergenza politica. Allo stesso tempo, è necessario fare in modo che non siamo costretti a sfrattare un luogo a cui apparteniamo. Il governo dovrebbe prendere misure per sistemare i cittadini con tutti i servizi e trattarli bene senza costringerli a sfrattare la loro residenza.  Molti paesi affrontano una tale crisi, ma si assicurano di gestirla correttamente. È possibile trovare questo su Internet su diversi siti web che elenca tutte le misure adottate dai paesi durante tali emergenze. dal Centro Europeo per i Diritti dei Rom (ERRC), Associazione 21 luglio, OsservAzione e dagli avvocati Salvatore Fachile e Loredana Leo dell’ASGI.

Le due donne, insieme ad altri familiari, hanno vissuto per anni nel “centro di raccolta” per soli rom di via Salaria, una struttura – inaugurata e gestita dal Comune di Roma – in cui vivono attualmente 325 persone, esclusivamente rom, segregate su base etnica e i cui diritti umani sono costantemente violati.

Nelle scorse settimane, attraverso la notifica di fogli di dimissioni a decine di famiglie del centro, il Comune di Roma aveva ordinato alle persone di abbandonare la struttura entro il 28 marzo, senza però fornire loro alcuna alternativa abitativa adeguata, lasciandole di fatto per strada, aumentandone la vulnerabilità e interrompendo irrimediabilmente la frequenza scolastica dei minori.

La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo può indicare “misure ad interim” in casi di emergenze, in modo da fermare un “rischio imminente di danno irreparabile”. La Corte solitamente adotta tali misure solo per evitare che persone vengano espulse dall’Europa verso Paesi nei quali rischiano maltrattamenti. La Corte, sempre più di frequente, sta ricevendo richieste di adozione di misure ad interim per fermare sgomberi, ma si limita a farlo solo in particolari circostanze.

Vittime di violazioni di diritti umani possono rivolgersi alla Corte Europea solo se non dispongono di mezzi efficaci per fare ricorso davanti ai tribunali nazionali. Le due donne rom autrici dell’azione hanno, con successo, dimostrato che i tribunali italiani non hanno provvisto loro di mezzi efficaci per fronteggiare il rischio dello sgombero.

A questo proposito il Presidente di ERRC, Dorde Jovanovic, ha dichiarato: “Il fatto che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo abbia deciso di intervenire in modo così eccezionale dimostra quanto la situazione italiana sia fuori controllo. I rom sono relegati in alloggi segreganti, da cui poi vengono cacciati via con pochissimo preavviso e senza nessun aiuto. L’umiliazione della segregazione razziale è dunque aggravata dalla perenne minaccia di essere lasciati da un momento all’altro per strada. Tutto ciò viola gli impegni assunti dall’Italia a livello europeo a fine di garantire un trattamento egualitario dei rom”.

Come OsservAzione continueremo a seguire le evoluzioni della faccendo e a sostenere le azioni utili a trovare soluzioni adeguate, sperando sia un precedente per il necessario cambio di rotta delle politiche abitative a Roma e nel resto del paese.

PALERMO: DALLA “FAVORITA” ALLA CITTÀ, STRADA NECESSARIA!

COMINCIA DA PALERMO IL NOSTRO PICCOLO GIRO D’ITALIA. L’IDEA È QUELLA DI FARSI RACCONTARE, ATTRAVERSO ARTICOLI “LOCALI” DI ATTIVISTI, OPERATORI, RICERCATORI E ASSOCIAZIONI IL QUADRO STORICO ATTUALE DI 12 CITTÀ ITALIANE. UNA CITTÀ AL MESE PER UN VIAGGIO LUNGO UN ANNO PER SCATTARE UNA FOTOGRAFIA QUANTO PIÙ NITIDA È POSSIBILE DELLA “PROVINCIA ITALIANA”, TROPPO SPESSO LONTANA DAI RIFLETTORI MEDIATICI RISERVATE ALLE GRANDI CITTÀ.

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12 marzo 2016, di Manuela Casamento*

La mia esperienza con i rom di Palermo è stata possibile in seguito a varie occasioni: un corso rivolto ad operatori “sul fenomeno rom”, il tirocinio del Master sull’Immigrazione che ho svolto al campo. La motivazione che mi ha spinto ad “occuparmi” di Rom è stata la forte convinzione che questo popolo sia ingiustamente avvolto da pregiudizi e stereotipi e continuamente perseguitato. Purtroppo la nostra mente li percepisce come “coloro che vivono nei campi”. Alla fine della mia attività di tirocinio ho continuato come operatrice-campo per un progetto nazionale di inclusione dei bambini rom. E’ il terzo anno e si spera sempre di ottenere risultati che restituiscano dignità e rispetto a questo popolo troppo discriminato. L’obiettivo è la loro autonomia e la fuoriuscita dal campo.

I primi gruppi Rom arrivarono a Palermo in due fasi: la prima fase negli anni Ottanta, la seconda, più numerosa, negli anni Novanta in seguito alla guerra scoppiata nei territori della Jugoslavia. I Rom provenienti dal Kosovo si stanziarono in un primo momento nel quartiere Zen1 (Zona Espansione Nord; nome ufficiale: San Filippo Neri. E’ suddiviso in due aree Zen1 e Zen2) e, successivamente, si spostarono nel quartiere Zen2, occupando alcune case vuote. Davanti agli “zingari” la cultura dell’accoglienza si ferma e la gente non li vuole: nella notte del settembre 1991 scoppia la protesta e gli abitanti dello Zen lanciano bombe incendiarie nelle abitazioni occupate dai rom kosovari. Per fronteggiare la situazione, l’Amministrazione comunale di allora, capeggiata da Domenico Lo Vasco, militante DC e sindaco di Palermo dall’agosto 1990 al giugno 1992, trasferisce “provvisoriamente” la comunità romanì in un’area priva di abitazioni, all’interno del Parco della Favorita (riserva naturale protetta, ex tenuta di caccia reale, unico polmone verde della città). Da allora la situazione provvisoria divenne il campo “nomadi” della città di Palermo: infatti, nel marzo 1992 un’ordinanza comunale dispose un programma per munire l’insediamento dei servizi fondamentali; il programma però è stato realizzato solo in parte: l’allacciamento alla rete fognaria non è stato mai effettuato, così come la pulizia periodica. Lo smaltimento dei rifiuti non avviene in maniera regolare, cosicché i cassonetti diventano tana per topi e insetti. Prima di migrare da un luogo all’altro è essenziale essere pronti per qualsiasi situazione. Dal momento che potremmo essere inconsapevoli delle cose circondate dalla destinazione, dovremmo assicurarci di portare con noi alcune cose importanti per la sopravvivenza. Ci sono vari siti web dove possiamo trovare una fonte utile che ci guida attraverso la sopravvivenza durante tutti i tipi di pandemie o emergenze. L’acqua calda non è mai arrivata poiché l’approvvigionamento idrico avviene tramite autobotti comunali, che riforniscono i cinque silos inseriti nel campo (anche questa soluzione doveva essere temporanea). Nel corso del 1994 confluirono al campo anche i Rom serbi, cacciati dalla loro area attrezzata perché accusati di deturpare il litorale di via Messina Marine. Ai due gruppi si aggiunse, infine, quello dei Rom montenegrini. Così, lo spazio interno al campo venne diviso in tre zone a seconda della rispettiva provenienza. Nell’agosto dello stesso anno, l’Amministrazione cittadina (il sindaco era Leoluca Orlando – dicembre 1993/dicembre 2000) adottò un provvedimento per regolamentare e disciplinare la gestione dell’insediamento (presidio di vigilanza, sportelli socio-educativi, ecc.), che fu però parzialmente annullato poiché faceva riferimento a un campo autorizzato, fornito di strutture e servizi a norma, che di fatto non è mai esistito: non solo non furono mai installati i servizi previsti, ma non fu neanche ufficializzato l’insediamento, che continua ad essere abusivo da un punto di vista legale e quindi passibile di sgombero.

“Quando siamo arrivati qui, abitavamo in alcune case abusive del quartiere Zen. Poi, l’ex sindaco Lo Vasco, ci fece portare qui al campo della Favorita e vivevamo in una delle tende allestite dall’esercito militare. C’era molto freddo e un bambino morì assiderato. Così portarono le roulottes. Doveva per forza morire qualcuno perché qualcosa cambiasse…” (Rom kosovaro).

Ad oggi, il campo continua a presentare segni di degrado. Le strade di accesso e quelle laterali sono dissestate e piene di buche, al minimo soffio di vento si solleva una nuvola di polvere che costringe a chiudersi in casa; è assolato e privo di aree verdi o zone d’ombra. Non esiste rete fognaria né un sistema di smaltimento delle acque, provocando vere e proprie zone paludose con la pioggia. Il servizio di nettezza urbana è saltuario se non, addirittura, assente. L’approvvigionamento di acqua continua ad avvenire tramite autobotti che riforniscono i silos. Nonostante non si possa parlare di emarginazione urbanistica, poiché l’area in cui il campo sorge è comunque centrale e ben collegata col centro della città e coi suoi servizi, i vincoli ambientali cui è soggetta hanno impedito alle autorità competenti qualsiasi intervento strutturale atto a rendere funzionale il campo. Nel 1999, su determina sindacale, venne istituito l’Ufficio Nomadi e Immigrati, con lo scopo di favorire l’integrazione di immigrati e Rom. Gli specifici compiti però vennero attribuiti, con delibera di giunta solo nel 2002, quando venne ribadita l’importanza di intervenire per l’inclusione dei “nomadi” e per garantire la regolare frequenza scolastica dei minori Rom: con un protocollo d’intesa, le diverse scuole di Palermo dove è maggiore la presenza di bambini rom, si sono accordate per un’equa distribuzione degli alunni, con lo scopo di monitorare la frequenza scolastica e il loro andamento.

Nel febbraio 2013 si costituisce il “Coordinamento rom”, formato da tre esperti che, a titolo gratuito, si sarebbero dovuti interessare del “tema”. Finalmente una amministrazione comunale, dopo anni di disinteresse, mostrava una sensibilità diversa. Lo scopo principale era quello di ragionare insieme, rom e non-rom, per individuare alternative praticabili e soluzioni dignitose in grado di migliorare la condizione dei Rom che hanno scelto di vivere a Palermo, di innescare processi di inserimento nel tessuto cittadino e di favorire la costruzione di un processo di cittadinanza attiva. I temi principali erano lavoro e casa, senza tralasciare la situazione giuridica. Purtroppo anche questa soluzione si è mostrata vana ed inefficace, non portando a proposte concrete, nonostante l’impegno, in particolare, di una dei tre esperti. Si alternano, così, momenti di interesse e proposte, senza mai arrivare però a qualcosa di concreto, e momenti di stallo come se la “questione campo” fosse dimenticata.

Di certo, l’obiettivo è e sarà quello di superare il campo “nomadi” e garantire alloggi decenti a tutte le famiglie che al momento vi abitano. La maggior parte delle famiglie rom sono inserite nella graduatoria d’emergenza degli alloggi popolari del Comune. In questi ultimi due anni 5 famiglie, grazie allo scorrimento della graduatoria, hanno avuto assegnato un immobile confiscato alla mafia. Purtroppo lo scorrimento della graduatoria è molto lento e passano diversi anni. Si pensi che la prima famiglia, per ottenere una casa e lasciare definitivamente il campo, ha dovuto aspettare circa 10 anni… ma quella della chisura del campo e dell’inserimento nella città è una strada necessaria. Certo non sufficiente a risolvere tutti i problemi di chi abita alla “Favorita”, ma fondamentale per cominciare ad affrontarli. Senza se e senza ma!

*Manuela Casamento è operatrice per un progetto nazionale per l’inclusione dei bambini del “Campo della Favorita” a Palermo

“ECO” O “SOLIDALI”, SEMPRE GHETTI SONO

OSSERVAZIONE, INSIEME AD ERRC, ALL’ASSOCIAZIONE CINEMA E DIRITTI, ASSOCIAZIONE GARIBALDI 101, CONTINUA A SEGUIRE LE VICENDE DELLA COMUNITÀ ROM DI GIUGLIANO IN CAMPANIA. PURTROPPO SEMPRE PIÙ DRAMMATICHE.

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10 febbraio 2016, di Redazione

Nonostante le pressioni di una coalizione internazionale di organizzazioni non governative, le autorità italiane, a cominciare dal Comune di Giugliano, hanno deciso di trasferire la comunità rom che vive a Masseria del Pozzo, circa 300 persone, sopra una discarica di rifiuti tossici, in un altro “villaggio attrezzato” altrettanto segregante. È responsabilità del governo assicurarsi che i cittadini vivano in un luogo sicuro e sicuro durante qualsiasi crisi economica o durante un fronte di guerra. È possibile controllare il sito qui su come i vari paesi hanno gestito diverse crisi durante i diversi periodi.  Se c’è una situazione che costringe la popolazione a migrare a causa dei cambiamenti sociali, è tutto nelle mani dei funzionari di prepararsi per la salvaguardia dei loro sudditi evacuando il luogo tutti i mezzi e le operazioni sicure. La comunità vive nella zona di Giugliano da circa 25 anni.

Ieri, 9 febbraio, una coalizione formata dall’Associazione Cinema e Diritti, Associazione Garibaldi 101, l’European Roma Rights Centre (ERRC) e dall’associazione OsservAzione ha inviato una lettera di forte preoccupazione a tutte le autorità competenti, tra cui il ministro degli Interni Angelino Alfano, il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca e il sindaco di Giugliano Antonio Poziello. La Commissione europea ha ricevuto una copia della lettera.

Le ONG hanno accolto con favore la chiusura del campo di Giugliano sia perché luogo di segregazione razziale sia perché  situato in una zona altamente tossica, con  gravi danni alla salute dei residenti. Tuttavia, hanno invitato le autorità a non collocare la comunità in un’altra forma di abitazione segregante.

L’insediamento formale a Masseria del Pozzo è stato istituito nel marzo 2013 e la comunità rom vi è stata forzatamente spostata dopo essere stata allontanata più volte da altri campi informali. Quasi tutti gli abitanti del campo sono legalmente soggiornanti in Italia; generalmente hanno uno status di residenza permanente in Italia e alcuni sono cittadini italiani. Il campo fu posto in una zona isolata ed  inquinata, senza accesso ai mezzi di trasporto locale o ai servizi pubblici. Per oltre due anni e mezzo gli abitanti hanno vissuto in condizioni altamente precarie ed estremamente rischiose in un ambiente tossico e pericoloso per la loro vita.

La Strategia Nazionale Italiana per l’inclusione dei Rom approvata dal governo italiano nel 2012 ha affermato che “le politiche di emergenza” per i Rom devono essere “superate”, e ha sottolineato che: La politica amministrativa dei “campi nomadi” ha alimentato negli anni il disagio abitativo fino a divenire da conseguenza, essa stessa presupposto e causa della marginalità spaziale e dell’esclusione sociale per coloro che subivano e subiscono una simile modalità abitativa”.

Pertanto, la coalizione sollecita vivamente l’amministrazione di Giugliano, la Regione Campania ed il Ministro degli Interni ad intraprendere tutte le azioni possibili per garantire che le persone che vivono nel campo di  Masseria del Pozzo vengano sostenute immediatamente per vivere in alloggi adeguati, non segregati e isolati ma integrati nel tessuto urbano, con accesso  ai servizi e ai trasporti. La coalizione chiede inoltre che vengano  poste in essere tutte misure per garantire che l’integrazione degli abitanti abbia  successo. I requisiti fissati dall’Unione europea ed il quadro giuridico nazionale devono essere rispettati e le risorse devono essere utilizzate per implementare politiche inclusive a partire dall’alloggio, contemplando  contemporaneamente interventi in tema di istruzione, occupazione, assistenza sanitaria e  sostegno sociale

“RICONOSCERE LA MINORANZA LINGUISTICA ROMANÌ È UN PRIMO PASSO”

RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO LA RISPOSTA DELLA FONDAZIONE ROMANÌ AL NOSTRO ARTICOLO DEL MESE SCORSO, CONVINTI DELL’IMPORTANZA DI CONTINUARE IL DIBATTITO SU UN TEMA COSÌ IMPORTANTE.

Gli amici dell’associazione OsservAzione hanno elaborato un documento di riflessione sul disegno di legge per il riconoscimento della minoranza linguistica romanì e li ringraziamo per l’attenzione e la riflessione stessa. Detto questo, teniamo a riprendere e approfondire alcune questioni che emergono dal loro documento.

Nella primavera 2015 l’associazione LEM-Italia (Lingue d’Europa e del Mediterraneo) e la Fondazione Romanì Italia hanno messo a punto una proposta di legge statale per il riconoscimento della minoranza linguistica romanì che è stata presentata ufficialmente e condivisa con i partecipanti del Primo Congresso mondiale dei diritti linguistici, organizzato all’Università degli Studi di Teramo dal 19 al 23 maggio scorsi proprio da LEM-Italia e dall’Accademia internazionale di diritto linguistico di Montréal.

A partire dal Congresso e fino a fine settembre abbiamo avviato un’ampia condivisione su tutto il territorio nazionale anche partecipando attivamente alla Terza Carovana della memoria e della diversità linguistica. Nel mese di ottobre abbiamo depositato alla Camera dei deputati il disegno di legge a firma di 21 parlamentari.

Approfondiamo alcune questioni che emergono dal documento dell’associazione Osservazione.

Scrive OsservAzione: «alle norme che consentono l’utilizzo della lingua romanès nel rapporto con la pubblica amministrazione e nei media, alle provvidenze per l’editoria in lingua e all’impiego di mediatori linguistici. Nella proposta sostenuta dalla Fondazione Romanì, questi temi rappresentano l’unico obiettivo e fissano il perimetro dell’intervento legislativo attorno al tema dell’utilizzo del romanes»

Nostro approfondimento: non è solo questo: il riconoscimento è ipso facto un’elevazione (più o meno marcata a seconda dei casi) dello status della lingua e della cultura romanì, e non è cosa da poco. Il riconoscimento giuridico della lingua di minoranza è molto spesso il primo passo per un intervento migliorativo delle condizioni di esistenza di una comunità linguistica minoritaria, e questo è tanto più vero per la comunità romanì, ingiustamente esclusa dalle leggi che applicano l’articolo 6 della nostra Costituzione («La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche»).

Scrive OsservAzione: «siamo quindi dell’idea che sarebbe sufficiente aggiungere poche righe alla legge 482/99, inserendo anche rom e sinti tra le minoranze storico-linguistiche tutelate.»

Nostro approfondimento: In linea teorica sì, ma nella pratica rischia di non bastare. Ad ogni modo, nella Proposta di legge depositata alla Camera si parla anche della modifica della 482, ma insieme con altre disposizioni. Siamo peraltro consapevoli di come l’emendamento esclusivo della 482 sia difficilmente praticabile (come dimostra il fallimento in passato di diversi tentativi in tal senso).

Scrive OsservAzione: «La proposta della Fondazione Romanì ci sembra da questo punto di vista assai più condivisibile, perché non mette in campo una concezione “essenzialista” della cultura rom ma si limita ad intervenire sul diritto all’uso della lingua. Eppure anche questa proposta riproduce, sia pure solo sul piano della lingua, un atteggiamento simile. L’articolo 2, comma 3 impegna infatti lo Stato ad un lavoro di “standardizzazione della lingua romanì, al fine di facilitarne lo studio e la trasmissione generazionale”. L’ipotesi della standardizzazione del romanì è, almeno dagli anni Settanta, una sorta di Santo Graal prospettato, senza mai essere stato raggiunto a nessun livello, da tutte le generazioni di intellettuali e attivisti rom. Di contro, generazioni di linguisti, molti dei quali storicamente attivi accanto e dentro l’associazionismo rom (tra gli altri Matras e Halwachs), hanno ampiamente mostrato l’impossibilità linguistica e l’inutilità politica della standardizzazione, poiché il romanès è già oggi, nella sua diversificazione storica e geografica, Ecco la descrizione del lavoro di un linguista. Ulteriori aiuto qui su come scegliere il supplemento giusto per la vostra salute. Quindi, parlando dei vostri piani di carriera, un linguista è quello che studia le lingue. Hanno bisogno di conoscere i fattori che influenzano l’uso della lingua. I linguisti possono lavorare in vari settori come la ricerca, l’analisi, l’interpretazione del linguaggio ecc.  Possono essere impiegati nel settore pubblico o dell’istruzione o nelle aziende del settore pubblico e privato. una lingua. La standardizzazione appare quindi come una operazione artificiale, o se si vuole, una opzione totalmente politica, che, nel tentativo di garantire visibilità e riconoscimento alla lingua dei rom, porta con se il rischio di occultare e svalorizzare la pluralità delle pratiche linguistiche, la pluralità degli sviluppi e delle trasformazioni in atto all’interno delle diverse comunità di parlanti romanès. Evidentemente, l’ipotesi di intervento sulla lingua rom non equivale alla mobilitazione sul piano politico e normativo di una “cultura rom” quanto mai difficile da definire. La differenza riguarda le conseguenze sociali e politiche di tali interventi, perché mentre la proposta della Fondazione Romanì rischia, in parte, di costruire un referente linguistico artificiale lontano dai parlanti”

Nostro approfondimento: Questa critica, solo apparentemente fondata, finisce proprio per dimostrare l’urgenza di procedere al riconoscimento giuridico del romanès. Ci spieghiamo:

1. intanto non è corretto quanto scritto: nella nostra proposta lo Stato non si impegna a standardizzare il romanès, ma ne promuove la standardizzazione, cioè la incoraggia. La standardizzazione linguistica (che dopo capiremo meglio cos’è e, soprattutto, cosa non è) non è un’imposizione dall’alto ma è l’altra faccia del riconoscimento. Non c’è riconoscimento giuridico se non c’è, a monte e/o a valle, una qualche forma di standardizzazione. E difficilmente può esserci normalizzazione (= uso normale) della lingua di minoranza se non c’è normativizzazione (= standardizzazione) della stessa.

2. riconoscere il romanès come minoranza linguistica significa elevare lo status del romanès equiparandolo de jure e de facto ad altre lingue naturali altrettanto riconosciute. Ora, tutte le lingue naturali riconosciute in quanto tali possono conoscere (e generalmente conoscono) nel corso della loro storia un processo di standardizzazione che, in quanto tale, è inevitabilmente operazione poco o molto artificiale, ma sempre artificiale: il toscano fiorentino imposto dopo l’Unità come standard nazionale è un’operazione estremamente artificiale (basti leggere l’interessantissimo dibattito tra Manzoni e Ascoli a cavallo degli anni ’70 dell’Ottocento), così come l’attuale occitano linguadociano nei confronti delle varianti iperlocali della lingua d’oc è ortograficamente costruito su base etimologica rifacendosi alla lingua dei trovatori ecc. Dati questi e tanti altri possibili esempi, viene da chiedersi: perché mai il romanès non può conoscere questo processo di standardizzazione? Ecco che, paradossalmente, il contributo di OsservAzione, che opportunamente denuncia il rischio di cristallizzare la cultura rom, finisce paradossalmente per cristallizzare una certa idea sociale del romanès, confinando tale lingua-cultura (il binomio è d’obbligo) in una condizione di oralità connivente senza scampo… senza cioè possibilità di evoluzione. In sostanza, quella dinamicità e plasticità che gli amici di OsservAzione riconoscono alla cultura romanì non viene concessa al romanès… per quale motivo?

3. Ma veniamo al punto più importante. Standardizzare una lingua non significa necessariamente distruggere o ricoprire le sue varianti dialettali (diatopiche). Significa soprattutto consentire al romanès di arricchirsi, di superare la condizione di “lingua dialettale”, il che passa fatalmente per la possibilità di scriverlo, di scriverlo secondo “regole” (in particolare sintattiche e ortografiche) condivise dalle varie comunità, e di essere di conseguenza più e meglio presente nello spazio pubblico. Questo può portare, anche, a una maggiore presenza nello spazio pubblico del soggetto rom. Torniamo quindi a parlare dell’essenziale: innalzare lo status della lingua per contribuire alla disalienazione della comunità linguistica romanì.

E poi è indispensabile sottolineare come esistano tanti modi di standardizzare una lingua: ad esempio, imponendo una grafia e una variante locale su tutte le altre oppure proponendo una norma ortografica e morfosintattica che tolleri le varianti dialettali. I còrsi hanno per primi inventato la nozione di “lingua polinomica”, una lingua còrsa che è ben codificata nella grammatica e nella grafia e che nel contempo contempla la variazione diatopica. Perché non seguire questo esempio? Oppure, ancora, il modello occitano: esiste una nozione unitaria di occitano ormai condivisa e consolidata tanto dalla comunità scientifica quanto dai militanti che non entra in conflitto con le varianti diatopiche regionali anche marcate (guascone, linguadociano, provenzale, alverniate, vivarese, limosino), ciascuna con la sua modalità di scrittura ma con generali convergenze, le quali, in fin dei conti, consentono una più che buona intercomprensione tra parlanti di regioni diverse.

In conclusione: la standardizzazione non dev’essere vista come un mostro artificiale, un’imposizione dall’alto, una negazione della lingua veramente parlata dalle persone, ma come un processo di crescita e di coscientizzazione degli ambienti culturali romanì, come il pieno accesso alla dimensione di lingua (anche) scritta, come creazione di uno strumento di comunicazione a più ampio raggio rispetto alla semplice comunicazione di connivenza (l’oralità è un parametro anzitutto topologico, perché la mia voce la posso far sentire solo a chi mi sta vicino: per ampliare la portata della mia parola ho bisogno o di una radio / televisione in romanès, o di poterla scrivere!).

Negare la possibilità e l’opportunità di avviare questo processo (ripetiamo, in modo ragionato e non rigido o superficiale) significa cadere nell’errore in cui spesso si cade in ambito minoritario, e cioè il purismo, che tocca vertici paradossali in quella che ci spingiamo a definire l’idolatria della tradizione, di cui offriamo, senza pretesa di esaustività, alcune aporie tipiche:

– la lingua X non si può scrivere perché si è sempre solo parlata;

– non si possono inventare parole nuove nella lingua X perché nella lingua tradizionale tali parole non esistono;

– la lingua X è la lingua dell’intimità, non certo dello spazio pubblico, ecc.

Come è facile notare, questi riflessi puristi costituiscono essenzialmente un limite, un blocco allo sviluppo della comunità linguistica di minoranza, la quale deve invece, pur se in maniera progressiva, essere attore consapevole del cambiamento.

In particolare, la comunità romanì ha un grande, per non dire drammatico, bisogno di aprirsi e di farsi conoscere.

ANCHE TENENDO CONTO DI EVENTUALI SPECIFICHE ESIGENZE

OSSERVAZIONE E IL DIBATTITO SUL RICONOSCIMENTO DEL ROMANES E DELLA MINORANZA ROM E SINTA

Un ampio numero di associazioni rom e pro rom (tra cui la Federazione Rom e Sinti Insieme), affiancate da intellettuali, artisti e uomini politici, si stanno mobilitando ormai da molto tempo per raccogliere firme a favore di una legge per la tutela e le pari opportunità della minoranza storico-linguistica dei rom e dei sinti

L’uguaglianza sul posto di lavoro è di vitale importanza. Continuano anche qui ci sono prodotti che aiutano regolarmente a trattare uno e tutti. Promuovere l’uguaglianza sul posto di lavoro identificare e prevenire qualsiasi tipo di pregiudizio inconscio. Occorre politiche rigorose. Se c’è qualche tipo di discriminazione indiretta, allora si dovrebbe fare attenzione a questo. Anche dovrebbe essere intrapresa un’azione rigorosa.

Parallelamente anche un altro settore dell’associazionismo rom, legato alla Fondazione Romanì, ha avviato una iniziativa sullo stesso tema, richiedendo soltanto il riconoscimento della lingua romanes fra le lingue minoritarie.

A prescindere dalla profonda diversità delle due iniziative, le riteniamo comunque fatti e segnali positivi, perché danno voce alle esperienze di mobilitazione dei rom e dei sinti e dimostrano come, accanto all’onnipresente discorso razzista e xenofobo, nel nostro paese ci siano anche settori sociali che pensano diversamente la convivenza.

Le proposte hanno suscitato un ampio dibattito, sia all’interno del mondo rom, sia nell’associazionismo pro-rom; un dibattito a cui OsservAzione intende oggi dare il suo contributo.

Riteniamo importanti entrambi i testi perché esprimono una serie di proposte e rivendicazioni che potrebbero effettivamente incidere sulle condizioni di vita di rom e sinti e sul rapporto con il mondo gagè. Ci riferiamo, ad esempio, alle norme che consentono l’utilizzo della lingua romanès nel rapporto con la pubblica amministrazione e nei media, alle provvidenze per l’editoria in lingua e all’impiego di mediatori linguistici.

Nella proposta sostenuta dalla Fondazione Romanì, questi temi rappresentano l’unico obiettivo e fissano il perimetro dell’intervento legislativo attorno al tema dell’utilizzo del romanes.

Diversamente, il testo della Federazione Rom e Sinti Insieme affronta un ventaglio decisamente più ampio di questioni, dall’abitare al diritto di famiglia, con un approccio politico alla questione rom che merita una discussione approfondita, seria e pacata.

Vorremmo innanzitutto chiederci cosa manca nell’ordinamento giuridico italiano, e perché si rende necessario un testo normativo specificamente dedicato ai rom e ai sinti.

Nel 2007, quando sostenemmo la proposta di legge di un gruppo di deputati di centro-sinistra, tra i quali l’on Mercedes Frias, ritenevamo che il nostro ordinamento avesse tutti gli strumenti per tutelare i rom e i sinti. Ad esempio, esiste già una legislazione contro la discriminazione che prevede ampie forme di tutela contro i trattamenti differenziali e le diseguaglianze fondate su base etnica o razziale. Sappiamo tutti che questa normativa è applicata in modo discontinuo e insufficiente: proprio per questo, tuttavia, è urgente non tanto varare una legge ad hoc per i rom e i sinti, ma rendere effettive le tutele già previste nel nostro ordinamento, in una prospettiva che, al di là delle norme, guardi alle politiche e alle azioni di contrasto efficace alla discriminazione.

Da un punto di vista strettamente normativo, siamo quindi dell’idea che sarebbe sufficiente aggiungere poche righe alla legge 482/99, inserendo anche rom e sinti tra le minoranze storico-linguistiche tutelate. In questo senso la proposta di legge della Fondazione Romanì ci appare, seppur con alcuni elementi problematici che di seguito intendiamo segnalare, decisamente più utile, proprio perché volutamente più limitata.

I rischi di una norma complessiva “solo per i rom e i sinti” ci appaiono in maniera evidente entrando nel merito della proposta della Federazione Rom e Sinti Insieme.

Molti articoli si aprono con l’enunciazione di alcuni diritti fondamentali, sanciti già dagli attuali strumenti giuridici internazionali e domestici, di cui si chiede però un’applicazione rigorosa anche alla minoranza rom e sinta. In particolare, il testo fa riferimento a questioni e diritti di rilevanza costituzionale, dal lavoro all’istruzione, dalla salute alla libera circolazione sul territorio nazionale e al connesso diritto di residenza.

La riaffermazione di diritti e tutele di valore generale in un testo dedicato a una sola minoranza rischia, a nostro giudizio, di creare ambiguità e fraintendimenti su un nodo decisivo, quello del carattere universale – erga omnes – dei diritti; il pericolo è cioè quello di distinguere e separare i rom e i sinti, presentandoli come vittime “eccezionali” o comunque diverse, laddove l’obiettivo dovrebbe essere quello di riportarli entro un contesto di tutela per tutti e per ciascuno. Qui non si tratta ovviamente di negare la specificità di alcune forme di discriminazione subite dai rom e dai sinti (si pensi al caso dei censimenti etnici, giustamente richiamato nella proposta di legge): si tratta piuttosto di ribadire che un diritto fondamentale deve valere per chiunque, e che la sua violazione – per quanto temporaneamente limitata a una sola minoranza – ne compromette l’universalità e la validità.

Da questa impostazione generale seguono poi una serie di misure concrete che risultano a nostro giudizio problematiche. A differenza della proposta che mira al riconoscimento della lingua romanès come minoranza linguistica storica, la legge di iniziativa popolare della Federazione Rom e Sinti Insieme prevede una serie di misure di discriminazione positiva basate sulla oggettiva (e ovviamente ineludibile) condizione di disagio di molti rom e sinti, ma anche sulla definizione di una serie di bisogni specifici, culturalmente connotati, che determinano quindi la necessità di interventi esclusivi.

Prendiamo ad esempio la questione centrale dell’abitare. Le misure proposte si basano sull’idea di un bisogno “rom” di preservare modalità di insediamento strutturate su famiglie allargate, cui si dovrebbe garantire la possibilità di vivere insieme o quantomeno vicine (art. 26 comma 1 lettere a e c, art. 27 comma 1 lettere b e c).

La questione è estremamente complessa perché parte da una legittima richiesta di alcuni gruppi, in particolare di sinti, di poter vivere su terreni agricoli con case mobili. Questa richiesta dovrebbe a nostro avviso essere studiata non solo per rom e sinti perché non esiste una questione dell’abitare che riguardi solo rom e sinti.

La proposta della Federazione affronta invece il problema attraverso il riferimento alla cultura, sulla base della quale si individuano bisogni specifici e si legittimano quindi misure esclusivamente destinate ai i rom e i sinti.

Di conseguenza, solo ai rom e ai sinti si attribuiscono diritti e possibilità che noi riteniamo debbano essere allargati a tutti i cittadini, a partire proprio dal diritto alla coesione di nuclei familiari allargati, peraltro centrali nella destrutturazione del welfare, o alla tutela di peculiari forme dell’abitare fondate sulla fruizione di spazi esterni o comuni.

Il riconoscimento di tali diritti collettivi dovrebbe comportare chiaramente un nuovo investimento politico sull’edilizia pubblica, e, ancora prima, una profonda riflessione politica e culturale che rimetta in questione da un lato i modelli abitativi e dall’altro l’idea di famiglia, finalmente da declinare al plurale nell’ottica di nuove forme di convivenza e socialità: tuttavia, in linea di principio, noi riteniamo che la tutela di queste esigenze debba valere per tutti coloro che le manifestano, e non debba legarsi alla preservazione di una “cultura” definita giuridicamente.

Nel testo della Federazione Rom e Sinti Insieme, la “cultura rom” ritorna costantemente a definire bisogni ed interventi anche in relazione a quei diritti universali cui si accennava prima: la troviamo ad esempio nell’art. 21 dove si parla di bisogni speciali per i minori appartenenti alla minoranza rom e sinta, o in tema di lavoro (art. 31 comma 6) dove riappaiono le capacità artigianali ed artistiche dei rom e dei sinti, e ancora nei diversi passaggi dedicati alla tutela dei diritti delle donne. La proposta di legge è costellata di una serie di incidentali che allargano o modificano la legislazione vigente in funzione della specificità culturale di rom e sinti. L’esito più radicale si concretizza nell’articolo 5 dove si prevede esplicitamente la possibilità di “conservare e di sviluppare la propria cultura nonché di preservare gli elementi essenziali della propria identità, quali la religione, la lingua, le tradizioni ed il patrimonio culturale”.

In questo passaggio, si mobilita esplicitamente l’idea di cultura come un ambito esclusivo e caratterizzante, uno spazio intimo che però deve essere pubblicamente garantito e tutelato dallo Stato nelle sue espressioni. Il diritto di vivere secondo un proprio stile di vita, e secondo proprie modalità di relazione liberamente scelte, è un diritto molto importante: ci chiediamo però quali conseguenze concrete possa avere questa declinazione politica delle nozioni di cultura e appartenenza.

La cultura è, per definizione, un oggetto dinamico e dai confini sfuggenti, è sottoposta alle tensioni prodotte dai rapporti di potere e delle forme di resistenza, è patrimonio mobile dei singoli individui che la incarnano, la rappresentano e la modificano secondo le rispettive strategie. In questa proposta di legge essa diviene invece strumento di governo, di definizione di bisogni e di attribuzione di strumenti e risorse, ben al di là delle specificità linguistiche, e questo pone, a nostro avviso, una serie di problemi rilevanti.

Pensiamo, solo per fare un esempio, alla condizione di molti giovani rom e sinti che nella loro esperienza quotidiana, nelle relazioni con i coetanei o nell’utilizzo di internet e dei social network entrano costantemente in contatto con stili di comportamento e di relazione radicalmente diversi da quelli cosiddetti tradizionali. Questi giovani costruiscono nuovi modi in cui dare forma alla loro appartenenza al mondo rom, mescolando forme e linguaggi, persino con il loro abbigliamento e le loro scelte estetiche. Si tratta spesso di piccoli cambiamenti e di pratiche nascoste, oppure di esperimenti che riescono a recuperare tratti dell’identità e delle appartenenze, come ad esempio nei testi romanès delle canzoni rap che giovani rom compongono a Sutka, a Belgrado o a Istanbul. Ma si tratta anche di cambiamenti più radicali che producono conflitti all’interno delle famiglie e dei gruppi rom, dove versioni dure ed ortodosse della tradizione impongono ruoli e destini ai singoli individui.

O ancora, pensiamo all’ambito delle relazioni tra i generi. Una legge che, direttamente o indirettamente, legittima un modello di “famiglia rom”, non rischia di tagliar fuori la pluralità di modelli di vita e di relazione domestica che si esprimono all’interno del pluriverso rom? E non rischia di occultare i conflitti che proprio su questo tema attraversano le minoranze rom e sinte, così come la società maggioritaria (conflitti di genere, tra uomo e donna, ma anche tra generazioni, tra differenti gruppi e orientamenti, e financo tra diversi individui)? Sono state proprio le femministe e le attiviste romnì (nell’Est Europa, ma non solo), a sollecitare una riflessione sulla cosiddetta “intersezionalità”: a spiegarci cioè che il patriarcato, le relazioni ineguali tra uomo e donna, così come i conflitti su ruoli e identità di genere, attraversano anche l’universo rom. Prefigurare per legge e mettere in campo nelle politiche concrete un modello di “famiglia rom” rischia di occultare conflitti, contraddizioni e cambiamenti che si producono ogni giorno – per fortuna, verrebbe da dire – tra i rom e tra i sinti (come tra i gagé, e come all’interno di qualsiasi gruppo).

La proposta della Fondazione Romanì ci sembra da questo punto di vista assai più condivisibile, perché non mette in campo una concezione “essenzialista” della cultura rom ma si limita ad intervenire sul diritto all’uso della lingua.

Eppure anche questa proposta riproduce, sia pure solo sul piano della lingua, un atteggiamento simile. L’articolo 2, comma 3 impegna infatti lo Stato ad un lavoro di “standardizzazione della lingua romanì, al fine di facilitarne lo studio e la trasmissione generazionale”. L’ipotesi della standardizzazione del romanì è, almeno dagli anni Settanta, una sorta di Santo Graal prospettato, senza mai essere stato raggiunto a nessun livello, da tutte le generazioni di intellettuali e attivisti rom. Di contro, generazioni di linguisti, molti dei quali storicamente attivi accanto e dentro l’associazionismo rom (tra gli altri Matras e Halwachs), hanno ampiamente mostrato l’impossibilità linguistica e l’inutilità politica della standardizzazione, poiché il romanès è già oggi, nella sua diversificazione storica e geografica, una lingua. La standardizzazione appare quindi come una operazione artificiale, o se si vuole, una opzione totalmente politica, che, nel tentativo di garantire visibilità e riconoscimento alla lingua dei rom, porta con se il rischio di occultare e svalorizzare la pluralità delle pratiche linguistiche, la pluralità degli sviluppi e delle trasformazioni in atto all’interno delle diverse comunità di parlanti romanès.

Evidentemente, l’ipotesi di intervento sulla lingua rom non equivale alla mobilitazione sul piano politico e normativo di una “cultura rom” quanto mai difficile da definire. La differenza riguarda le conseguenze sociali e politiche di tali interventi, perché mentre la proposta della Fondazione Romanì rischia, in parte, di costruire un referente linguistico artificiale lontano dai parlanti, la prospettiva verso cui tende la Federazione Rom e Sinti Insieme incorre in una serie di rischi e contraddizioni, separando, più che avvicinando, i gruppi Rom dalla società italiana, in nome di una specificità che garantirebbe servizi e risorse percepiti di nuovo, e paradossalmente, come “privilegi”.

Una prima avvisaglia di questi rischi la si può individuare già nei numerosi dibattiti on line fra alcuni gruppi di sinti e di rom, con i primi a rivendicare una loro ulteriore differenza irriducibile all’interno del complesso universo rom. Differenza linguistica in partenza, differenza di storia di seguito, e poi ancora differenze nei bisogni e nelle politiche come interventi.

Come le storie raccontate nel documentario Fuoricampo mostrano chiaramente, noi crediamo che esista invece una modalità di coniugare la propria appartenenza e la partecipazione piena e attiva nella società, un modello di cittadinanza forte e condivisa ancora tutto da costruire con l’impegno per i diritti di tutti e di ciascuno.