LA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO INTERVIENE SU UN IMMINENTE SGOMBERO A ROMA

ROMA, EX CARTIERA DI VIA SALARIA: LA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO ORDINA ALL’ITALIA DI SOSPENDERE LO SGOMBERO DI UNA DONNA ROM DISABILE E DI SUA FIGLIA

Roma, 25 marzo 2016 – La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, attraverso l’adozione di una misura di emergenza, ha ordinato al Governo italiano di non procedere allo sgombero di una donna rom disabile e di sua figlia dalla ex cartiera di via Salaria, a Roma, come disposto nelle scorse settimane dall’Amministrazione capitolina.

La decisione della Corte è giunta in seguito al ricorso sollevato dal nucleo familiare, supportato, nella circostanza, dal Centro Europeo per i Diritti dei Rom (ERRC), Associazione 21 luglio, OsservAzione e dagli avvocati Salvatore Fachile e Loredana Leo dell’ASGI.

Le due donne, insieme ad altri familiari, hanno vissuto per anni nel “centro di raccolta” per soli rom di via Salaria, una struttura – inaugurata e gestita dal Comune di Roma – in cui vivono attualmente 325 persone, esclusivamente rom, segregate su base etnica e i cui diritti umani sono costantemente violati.

Nelle scorse settimane, attraverso la notifica di fogli di dimissioni a decine di famiglie del centro, il Comune di Roma aveva ordinato alle persone di abbandonare la struttura entro il 28 marzo, senza però fornire loro alcuna alternativa abitativa adeguata, lasciandole di fatto per strada, aumentandone la vulnerabilità e interrompendo irrimediabilmente la frequenza scolastica dei minori.

La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo può indicare “misure ad interim” in casi di emergenze, in modo da fermare un “rischio imminente di danno irreparabile”. La Corte solitamente adotta tali misure solo per evitare che persone vengano espulse dall’Europa verso Paesi nei quali rischiano maltrattamenti. La Corte, sempre più di frequente, sta ricevendo richieste di adozione di misure ad interim per fermare sgomberi, ma si limita a farlo solo in particolari circostanze.

Vittime di violazioni di diritti umani possono rivolgersi alla Corte Europea solo se non dispongono di mezzi efficaci per fare ricorso davanti ai tribunali nazionali. Le due donne rom autrici dell’azione hanno, con successo, dimostrato che i tribunali italiani non hanno provvisto loro di mezzi efficaci per fronteggiare il rischio dello sgombero.

A questo proposito il Presidente di ERRC, Dorde Jovanovic, ha dichiarato: “Il fatto che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo abbia deciso di intervenire in modo così eccezionale dimostra quanto la situazione italiana sia fuori controllo. I rom sono relegati in alloggi segreganti, da cui poi vengono cacciati via con pochissimo preavviso e senza nessun aiuto. L’umiliazione della segregazione razziale è dunque aggravata dalla perenne minaccia di essere lasciati da un momento all’altro per strada. Tutto ciò viola gli impegni assunti dall’Italia a livello europeo a fine di garantire un trattamento egualitario dei rom”.

Come OsservAzione continueremo a seguire le evoluzioni della faccendo e a sostenere le azioni utili a trovare soluzioni adeguate, sperando sia un precedente per il necessario cambio di rotta delle politiche abitative a Roma e nel resto del paese.

PALERMO: DALLA “FAVORITA” ALLA CITTÀ, STRADA NECESSARIA!

COMINCIA DA PALERMO IL NOSTRO PICCOLO GIRO D’ITALIA. L’IDEA È QUELLA DI FARSI RACCONTARE, ATTRAVERSO ARTICOLI “LOCALI” DI ATTIVISTI, OPERATORI, RICERCATORI E ASSOCIAZIONI IL QUADRO STORICO ATTUALE DI 12 CITTÀ ITALIANE. UNA CITTÀ AL MESE PER UN VIAGGIO LUNGO UN ANNO PER SCATTARE UNA FOTOGRAFIA QUANTO PIÙ NITIDA È POSSIBILE DELLA “PROVINCIA ITALIANA”, TROPPO SPESSO LONTANA DAI RIFLETTORI MEDIATICI RISERVATE ALLE GRANDI CITTÀ.

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12 marzo 2016, di Manuela Casamento*

La mia esperienza con i rom di Palermo è stata possibile in seguito a varie occasioni: un corso rivolto ad operatori “sul fenomeno rom”, il tirocinio del Master sull’Immigrazione che ho svolto al campo. La motivazione che mi ha spinto ad “occuparmi” di Rom è stata la forte convinzione che questo popolo sia ingiustamente avvolto da pregiudizi e stereotipi e continuamente perseguitato. Purtroppo la nostra mente li percepisce come “coloro che vivono nei campi”. Alla fine della mia attività di tirocinio ho continuato come operatrice-campo per un progetto nazionale di inclusione dei bambini rom. E’ il terzo anno e si spera sempre di ottenere risultati che restituiscano dignità e rispetto a questo popolo troppo discriminato. L’obiettivo è la loro autonomia e la fuoriuscita dal campo.

I primi gruppi Rom arrivarono a Palermo in due fasi: la prima fase negli anni Ottanta, la seconda, più numerosa, negli anni Novanta in seguito alla guerra scoppiata nei territori della Jugoslavia. I Rom provenienti dal Kosovo si stanziarono in un primo momento nel quartiere Zen1 (Zona Espansione Nord; nome ufficiale: San Filippo Neri. E’ suddiviso in due aree Zen1 e Zen2) e, successivamente, si spostarono nel quartiere Zen2, occupando alcune case vuote. Davanti agli “zingari” la cultura dell’accoglienza si ferma e la gente non li vuole: nella notte del settembre 1991 scoppia la protesta e gli abitanti dello Zen lanciano bombe incendiarie nelle abitazioni occupate dai rom kosovari. Per fronteggiare la situazione, l’Amministrazione comunale di allora, capeggiata da Domenico Lo Vasco, militante DC e sindaco di Palermo dall’agosto 1990 al giugno 1992, trasferisce “provvisoriamente” la comunità romanì in un’area priva di abitazioni, all’interno del Parco della Favorita (riserva naturale protetta, ex tenuta di caccia reale, unico polmone verde della città). Da allora la situazione provvisoria divenne il campo “nomadi” della città di Palermo: infatti, nel marzo 1992 un’ordinanza comunale dispose un programma per munire l’insediamento dei servizi fondamentali; il programma però è stato realizzato solo in parte: l’allacciamento alla rete fognaria non è stato mai effettuato, così come la pulizia periodica. Lo smaltimento dei rifiuti non avviene in maniera regolare, cosicché i cassonetti diventano tana per topi e insetti. L’acqua calda non è mai arrivata poiché l’approvvigionamento idrico avviene tramite autobotti comunali, che riforniscono i cinque silos inseriti nel campo (anche questa soluzione doveva essere temporanea). Nel corso del 1994 confluirono al campo anche i Rom serbi, cacciati dalla loro area attrezzata perché accusati di deturpare il litorale di via Messina Marine. Ai due gruppi si aggiunse, infine, quello dei Rom montenegrini. Così, lo spazio interno al campo venne diviso in tre zone a seconda della rispettiva provenienza. Nell’agosto dello stesso anno, l’Amministrazione cittadina (il sindaco era Leoluca Orlando – dicembre 1993/dicembre 2000) adottò un provvedimento per regolamentare e disciplinare la gestione dell’insediamento (presidio di vigilanza, sportelli socio-educativi, ecc.), che fu però parzialmente annullato poiché faceva riferimento a un campo autorizzato, fornito di strutture e servizi a norma, che di fatto non è mai esistito: non solo non furono mai installati i servizi previsti, ma non fu neanche ufficializzato l’insediamento, che continua ad essere abusivo da un punto di vista legale e quindi passibile di sgombero.

“Quando siamo arrivati qui, abitavamo in alcune case abusive del quartiere Zen. Poi, l’ex sindaco Lo Vasco, ci fece portare qui al campo della Favorita e vivevamo in una delle tende allestite dall’esercito militare. C’era molto freddo e un bambino morì assiderato. Così portarono le roulottes. Doveva per forza morire qualcuno perché qualcosa cambiasse…” (Rom kosovaro).

Ad oggi, il campo continua a presentare segni di degrado. Le strade di accesso e quelle laterali sono dissestate e piene di buche, al minimo soffio di vento si solleva una nuvola di polvere che costringe a chiudersi in casa; è assolato e privo di aree verdi o zone d’ombra. Non esiste rete fognaria né un sistema di smaltimento delle acque, provocando vere e proprie zone paludose con la pioggia. Il servizio di nettezza urbana è saltuario se non, addirittura, assente. L’approvvigionamento di acqua continua ad avvenire tramite autobotti che riforniscono i silos. Nonostante non si possa parlare di emarginazione urbanistica, poiché l’area in cui il campo sorge è comunque centrale e ben collegata col centro della città e coi suoi servizi, i vincoli ambientali cui è soggetta hanno impedito alle autorità competenti qualsiasi intervento strutturale atto a rendere funzionale il campo. Nel 1999, su determina sindacale, venne istituito l’Ufficio Nomadi e Immigrati, con lo scopo di favorire l’integrazione di immigrati e Rom. Gli specifici compiti però vennero attribuiti, con delibera di giunta solo nel 2002, quando venne ribadita l’importanza di intervenire per l’inclusione dei “nomadi” e per garantire la regolare frequenza scolastica dei minori Rom: con un protocollo d’intesa, le diverse scuole di Palermo dove è maggiore la presenza di bambini rom, si sono accordate per un’equa distribuzione degli alunni, con lo scopo di monitorare la frequenza scolastica e il loro andamento.

Nel febbraio 2013 si costituisce il “Coordinamento rom”, formato da tre esperti che, a titolo gratuito, si sarebbero dovuti interessare del “tema”. Finalmente una amministrazione comunale, dopo anni di disinteresse, mostrava una sensibilità diversa. Lo scopo principale era quello di ragionare insieme, rom e non-rom, per individuare alternative praticabili e soluzioni dignitose in grado di migliorare la condizione dei Rom che hanno scelto di vivere a Palermo, di innescare processi di inserimento nel tessuto cittadino e di favorire la costruzione di un processo di cittadinanza attiva. I temi principali erano lavoro e casa, senza tralasciare la situazione giuridica. Purtroppo anche questa soluzione si è mostrata vana ed inefficace, non portando a proposte concrete, nonostante l’impegno, in particolare, di una dei tre esperti. Si alternano, così, momenti di interesse e proposte, senza mai arrivare però a qualcosa di concreto, e momenti di stallo come se la “questione campo” fosse dimenticata.

Di certo, l’obiettivo è e sarà quello di superare il campo “nomadi” e garantire alloggi decenti a tutte le famiglie che al momento vi abitano. La maggior parte delle famiglie rom sono inserite nella graduatoria d’emergenza degli alloggi popolari del Comune. In questi ultimi due anni 5 famiglie, grazie allo scorrimento della graduatoria, hanno avuto assegnato un immobile confiscato alla mafia. Purtroppo lo scorrimento della graduatoria è molto lento e passano diversi anni. Si pensi che la prima famiglia, per ottenere una casa e lasciare definitivamente il campo, ha dovuto aspettare circa 10 anni… ma quella della chisura del campo e dell’inserimento nella città è una strada necessaria. Certo non sufficiente a risolvere tutti i problemi di chi abita alla “Favorita”, ma fondamentale per cominciare ad affrontarli. Senza se e senza ma!

*Manuela Casamento è operatrice per un progetto nazionale per l’inclusione dei bambini del “Campo della Favorita” a Palermo

“ECO” O “SOLIDALI”, SEMPRE GHETTI SONO

OSSERVAZIONE, INSIEME AD ERRC, ALL’ASSOCIAZIONE CINEMA E DIRITTI, ASSOCIAZIONE GARIBALDI 101, CONTINUA A SEGUIRE LE VICENDE DELLA COMUNITÀ ROM DI GIUGLIANO IN CAMPANIA. PURTROPPO SEMPRE PIÙ DRAMMATICHE.

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10 febbraio 2016, di Redazione

Nonostante le pressioni di una coalizione internazionale di organizzazioni non governative, le autorità italiane, a cominciare dal Comune di Giugliano, hanno deciso di trasferire la comunità rom che vive a Masseria del Pozzo, circa 300 persone, sopra una discarica di rifiuti tossici, in un altro “villaggio attrezzato” altrettanto segregante. La comunità vive nella zona di Giugliano da circa 25 anni.

Ieri, 9 febbraio, una coalizione formata dall’Associazione Cinema e Diritti, Associazione Garibaldi 101, l’European Roma Rights Centre (ERRC) e dall’associazione OsservAzione ha inviato una lettera di forte preoccupazione a tutte le autorità competenti, tra cui il ministro degli Interni Angelino Alfano, il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca e il sindaco di Giugliano Antonio Poziello. La Commissione europea ha ricevuto una copia della lettera.

Le ONG hanno accolto con favore la chiusura del campo di Giugliano sia perché luogo di segregazione razziale sia perché  situato in una zona altamente tossica, con  gravi danni alla salute dei residenti. Tuttavia, hanno invitato le autorità a non collocare la comunità in un’altra forma di abitazione segregante.

L’insediamento formale a Masseria del Pozzo è stato istituito nel marzo 2013 e la comunità rom vi è stata forzatamente spostata dopo essere stata allontanata più volte da altri campi informali. Quasi tutti gli abitanti del campo sono legalmente soggiornanti in Italia; generalmente hanno uno status di residenza permanente in Italia e alcuni sono cittadini italiani. Il campo fu posto in una zona isolata ed  inquinata, senza accesso ai mezzi di trasporto locale o ai servizi pubblici. Per oltre due anni e mezzo gli abitanti hanno vissuto in condizioni altamente precarie ed estremamente rischiose in un ambiente tossico e pericoloso per la loro vita.

La Strategia Nazionale Italiana per l’inclusione dei Rom approvata dal governo italiano nel 2012 ha affermato che “le politiche di emergenza” per i Rom devono essere “superate”, e ha sottolineato che: La politica amministrativa dei “campi nomadi” ha alimentato negli anni il disagio abitativo fino a divenire da conseguenza, essa stessa presupposto e causa della marginalità spaziale e dell’esclusione sociale per coloro che subivano e subiscono una simile modalità abitativa”.

Pertanto, la coalizione sollecita vivamente l’amministrazione di Giugliano, la Regione Campania ed il Ministro degli Interni ad intraprendere tutte le azioni possibili per garantire che le persone che vivono nel campo di  Masseria del Pozzo vengano sostenute immediatamente per vivere in alloggi adeguati, non segregati e isolati ma integrati nel tessuto urbano, con accesso  ai servizi e ai trasporti. La coalizione chiede inoltre che vengano  poste in essere tutte misure per garantire che l’integrazione degli abitanti abbia  successo. I requisiti fissati dall’Unione europea ed il quadro giuridico nazionale devono essere rispettati e le risorse devono essere utilizzate per implementare politiche inclusive a partire dall’alloggio, contemplando  contemporaneamente interventi in tema di istruzione, occupazione, assistenza sanitaria e  sostegno sociale

“RICONOSCERE LA MINORANZA LINGUISTICA ROMANÌ È UN PRIMO PASSO”

RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO LA RISPOSTA DELLA FONDAZIONE ROMANÌ AL NOSTRO ARTICOLO DEL MESE SCORSO, CONVINTI DELL’IMPORTANZA DI CONTINUARE IL DIBATTITO SU UN TEMA COSÌ IMPORTANTE.

Gli amici dell’associazione OsservAzione hanno elaborato un documento di riflessione sul disegno di legge per il riconoscimento della minoranza linguistica romanì e li ringraziamo per l’attenzione e la riflessione stessa. Detto questo, teniamo a riprendere e approfondire alcune questioni che emergono dal loro documento.

Nella primavera 2015 l’associazione LEM-Italia (Lingue d’Europa e del Mediterraneo) e la Fondazione Romanì Italia hanno messo a punto una proposta di legge statale per il riconoscimento della minoranza linguistica romanì che è stata presentata ufficialmente e condivisa con i partecipanti del Primo Congresso mondiale dei diritti linguistici, organizzato all’Università degli Studi di Teramo dal 19 al 23 maggio scorsi proprio da LEM-Italia e dall’Accademia internazionale di diritto linguistico di Montréal.

A partire dal Congresso e fino a fine settembre abbiamo avviato un’ampia condivisione su tutto il territorio nazionale anche partecipando attivamente alla Terza Carovana della memoria e della diversità linguistica. Nel mese di ottobre abbiamo depositato alla Camera dei deputati il disegno di legge a firma di 21 parlamentari.

Approfondiamo alcune questioni che emergono dal documento dell’associazione Osservazione.

Scrive OsservAzione: «alle norme che consentono l’utilizzo della lingua romanès nel rapporto con la pubblica amministrazione e nei media, alle provvidenze per l’editoria in lingua e all’impiego di mediatori linguistici. Nella proposta sostenuta dalla Fondazione Romanì, questi temi rappresentano l’unico obiettivo e fissano il perimetro dell’intervento legislativo attorno al tema dell’utilizzo del romanes»

Nostro approfondimento: non è solo questo: il riconoscimento è ipso facto un’elevazione (più o meno marcata a seconda dei casi) dello status della lingua e della cultura romanì, e non è cosa da poco. Il riconoscimento giuridico della lingua di minoranza è molto spesso il primo passo per un intervento migliorativo delle condizioni di esistenza di una comunità linguistica minoritaria, e questo è tanto più vero per la comunità romanì, ingiustamente esclusa dalle leggi che applicano l’articolo 6 della nostra Costituzione («La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche»).

Scrive OsservAzione: «siamo quindi dell’idea che sarebbe sufficiente aggiungere poche righe alla legge 482/99, inserendo anche rom e sinti tra le minoranze storico-linguistiche tutelate.»

Nostro approfondimento: In linea teorica sì, ma nella pratica rischia di non bastare. Ad ogni modo, nella Proposta di legge depositata alla Camera si parla anche della modifica della 482, ma insieme con altre disposizioni. Siamo peraltro consapevoli di come l’emendamento esclusivo della 482 sia difficilmente praticabile (come dimostra il fallimento in passato di diversi tentativi in tal senso).

Scrive OsservAzione: «La proposta della Fondazione Romanì ci sembra da questo punto di vista assai più condivisibile, perché non mette in campo una concezione “essenzialista” della cultura rom ma si limita ad intervenire sul diritto all’uso della lingua. Eppure anche questa proposta riproduce, sia pure solo sul piano della lingua, un atteggiamento simile. L’articolo 2, comma 3 impegna infatti lo Stato ad un lavoro di “standardizzazione della lingua romanì, al fine di facilitarne lo studio e la trasmissione generazionale”. L’ipotesi della standardizzazione del romanì è, almeno dagli anni Settanta, una sorta di Santo Graal prospettato, senza mai essere stato raggiunto a nessun livello, da tutte le generazioni di intellettuali e attivisti rom. Di contro, generazioni di linguisti, molti dei quali storicamente attivi accanto e dentro l’associazionismo rom (tra gli altri Matras e Halwachs), hanno ampiamente mostrato l’impossibilità linguistica e l’inutilità politica della standardizzazione, poiché il romanès è già oggi, nella sua diversificazione storica e geografica, una lingua. La standardizzazione appare quindi come una operazione artificiale, o se si vuole, una opzione totalmente politica, che, nel tentativo di garantire visibilità e riconoscimento alla lingua dei rom, porta con se il rischio di occultare e svalorizzare la pluralità delle pratiche linguistiche, la pluralità degli sviluppi e delle trasformazioni in atto all’interno delle diverse comunità di parlanti romanès. Evidentemente, l’ipotesi di intervento sulla lingua rom non equivale alla mobilitazione sul piano politico e normativo di una “cultura rom” quanto mai difficile da definire. La differenza riguarda le conseguenze sociali e politiche di tali interventi, perché mentre la proposta della Fondazione Romanì rischia, in parte, di costruire un referente linguistico artificiale lontano dai parlanti”

Nostro approfondimento: Questa critica, solo apparentemente fondata, finisce proprio per dimostrare l’urgenza di procedere al riconoscimento giuridico del romanès. Ci spieghiamo:

1. intanto non è corretto quanto scritto: nella nostra proposta lo Stato non si impegna a standardizzare il romanès, ma ne promuove la standardizzazione, cioè la incoraggia. La standardizzazione linguistica (che dopo capiremo meglio cos’è e, soprattutto, cosa non è) non è un’imposizione dall’alto ma è l’altra faccia del riconoscimento. Non c’è riconoscimento giuridico se non c’è, a monte e/o a valle, una qualche forma di standardizzazione. E difficilmente può esserci normalizzazione (= uso normale) della lingua di minoranza se non c’è normativizzazione (= standardizzazione) della stessa.

2. riconoscere il romanès come minoranza linguistica significa elevare lo status del romanès equiparandolo de jure e de facto ad altre lingue naturali altrettanto riconosciute. Ora, tutte le lingue naturali riconosciute in quanto tali possono conoscere (e generalmente conoscono) nel corso della loro storia un processo di standardizzazione che, in quanto tale, è inevitabilmente operazione poco o molto artificiale, ma sempre artificiale: il toscano fiorentino imposto dopo l’Unità come standard nazionale è un’operazione estremamente artificiale (basti leggere l’interessantissimo dibattito tra Manzoni e Ascoli a cavallo degli anni ’70 dell’Ottocento), così come l’attuale occitano linguadociano nei confronti delle varianti iperlocali della lingua d’oc è ortograficamente costruito su base etimologica rifacendosi alla lingua dei trovatori ecc. Dati questi e tanti altri possibili esempi, viene da chiedersi: perché mai il romanès non può conoscere questo processo di standardizzazione? Ecco che, paradossalmente, il contributo di OsservAzione, che opportunamente denuncia il rischio di cristallizzare la cultura rom, finisce paradossalmente per cristallizzare una certa idea sociale del romanès, confinando tale lingua-cultura (il binomio è d’obbligo) in una condizione di oralità connivente senza scampo… senza cioè possibilità di evoluzione. In sostanza, quella dinamicità e plasticità che gli amici di OsservAzione riconoscono alla cultura romanì non viene concessa al romanès… per quale motivo?

3. Ma veniamo al punto più importante. Standardizzare una lingua non significa necessariamente distruggere o ricoprire le sue varianti dialettali (diatopiche). Significa soprattutto consentire al romanès di arricchirsi, di superare la condizione di “lingua dialettale”, il che passa fatalmente per la possibilità di scriverlo, di scriverlo secondo “regole” (in particolare sintattiche e ortografiche) condivise dalle varie comunità, e di essere di conseguenza più e meglio presente nello spazio pubblico. Questo può portare, anche, a una maggiore presenza nello spazio pubblico del soggetto rom. Torniamo quindi a parlare dell’essenziale: innalzare lo status della lingua per contribuire alla disalienazione della comunità linguistica romanì.

E poi è indispensabile sottolineare come esistano tanti modi di standardizzare una lingua: ad esempio, imponendo una grafia e una variante locale su tutte le altre oppure proponendo una norma ortografica e morfosintattica che tolleri le varianti dialettali. I còrsi hanno per primi inventato la nozione di “lingua polinomica”, una lingua còrsa che è ben codificata nella grammatica e nella grafia e che nel contempo contempla la variazione diatopica. Perché non seguire questo esempio? Oppure, ancora, il modello occitano: esiste una nozione unitaria di occitano ormai condivisa e consolidata tanto dalla comunità scientifica quanto dai militanti che non entra in conflitto con le varianti diatopiche regionali anche marcate (guascone, linguadociano, provenzale, alverniate, vivarese, limosino), ciascuna con la sua modalità di scrittura ma con generali convergenze, le quali, in fin dei conti, consentono una più che buona intercomprensione tra parlanti di regioni diverse.

In conclusione: la standardizzazione non dev’essere vista come un mostro artificiale, un’imposizione dall’alto, una negazione della lingua veramente parlata dalle persone, ma come un processo di crescita e di coscientizzazione degli ambienti culturali romanì, come il pieno accesso alla dimensione di lingua (anche) scritta, come creazione di uno strumento di comunicazione a più ampio raggio rispetto alla semplice comunicazione di connivenza (l’oralità è un parametro anzitutto topologico, perché la mia voce la posso far sentire solo a chi mi sta vicino: per ampliare la portata della mia parola ho bisogno o di una radio / televisione in romanès, o di poterla scrivere!).

Negare la possibilità e l’opportunità di avviare questo processo (ripetiamo, in modo ragionato e non rigido o superficiale) significa cadere nell’errore in cui spesso si cade in ambito minoritario, e cioè il purismo, che tocca vertici paradossali in quella che ci spingiamo a definire l’idolatria della tradizione, di cui offriamo, senza pretesa di esaustività, alcune aporie tipiche:

– la lingua X non si può scrivere perché si è sempre solo parlata;

– non si possono inventare parole nuove nella lingua X perché nella lingua tradizionale tali parole non esistono;

– la lingua X è la lingua dell’intimità, non certo dello spazio pubblico, ecc.

Come è facile notare, questi riflessi puristi costituiscono essenzialmente un limite, un blocco allo sviluppo della comunità linguistica di minoranza, la quale deve invece, pur se in maniera progressiva, essere attore consapevole del cambiamento.

In particolare, la comunità romanì ha un grande, per non dire drammatico, bisogno di aprirsi e di farsi conoscere.

ANCHE TENENDO CONTO DI EVENTUALI SPECIFICHE ESIGENZE

OSSERVAZIONE E IL DIBATTITO SUL RICONOSCIMENTO DEL ROMANES E DELLA MINORANZA ROM E SINTA

Un ampio numero di associazioni rom e pro rom (tra cui la Federazione Rom e Sinti Insieme), affiancate da intellettuali, artisti e uomini politici, si stanno mobilitando ormai da molto tempo per raccogliere firme a favore di una legge per la tutela e le pari opportunità della minoranza storico-linguistica dei rom e dei sinti

Parallelamente anche un altro settore dell’associazionismo rom, legato alla Fondazione Romanì, ha avviato una iniziativa sullo stesso tema, richiedendo soltanto il riconoscimento della lingua romanes fra le lingue minoritarie.

A prescindere dalla profonda diversità delle due iniziative, le riteniamo comunque fatti e segnali positivi, perché danno voce alle esperienze di mobilitazione dei rom e dei sinti e dimostrano come, accanto all’onnipresente discorso razzista e xenofobo, nel nostro paese ci siano anche settori sociali che pensano diversamente la convivenza.

Le proposte hanno suscitato un ampio dibattito, sia all’interno del mondo rom, sia nell’associazionismo pro-rom; un dibattito a cui OsservAzione intende oggi dare il suo contributo.

Riteniamo importanti entrambi i testi perché esprimono una serie di proposte e rivendicazioni che potrebbero effettivamente incidere sulle condizioni di vita di rom e sinti e sul rapporto con il mondo gagè. Ci riferiamo, ad esempio, alle norme che consentono l’utilizzo della lingua romanès nel rapporto con la pubblica amministrazione e nei media, alle provvidenze per l’editoria in lingua e all’impiego di mediatori linguistici.

Nella proposta sostenuta dalla Fondazione Romanì, questi temi rappresentano l’unico obiettivo e fissano il perimetro dell’intervento legislativo attorno al tema dell’utilizzo del romanes.

Diversamente, il testo della Federazione Rom e Sinti Insieme affronta un ventaglio decisamente più ampio di questioni, dall’abitare al diritto di famiglia, con un approccio politico alla questione rom che merita una discussione approfondita, seria e pacata.

Vorremmo innanzitutto chiederci cosa manca nell’ordinamento giuridico italiano, e perché si rende necessario un testo normativo specificamente dedicato ai rom e ai sinti.

Nel 2007, quando sostenemmo la proposta di legge di un gruppo di deputati di centro-sinistra, tra i quali l’on Mercedes Frias, ritenevamo che il nostro ordinamento avesse tutti gli strumenti per tutelare i rom e i sinti. Ad esempio, esiste già una legislazione contro la discriminazione che prevede ampie forme di tutela contro i trattamenti differenziali e le diseguaglianze fondate su base etnica o razziale. Sappiamo tutti che questa normativa è applicata in modo discontinuo e insufficiente: proprio per questo, tuttavia, è urgente non tanto varare una legge ad hoc per i rom e i sinti, ma rendere effettive le tutele già previste nel nostro ordinamento, in una prospettiva che, al di là delle norme, guardi alle politiche e alle azioni di contrasto efficace alla discriminazione.

Da un punto di vista strettamente normativo, siamo quindi dell’idea che sarebbe sufficiente aggiungere poche righe alla legge 482/99, inserendo anche rom e sinti tra le minoranze storico-linguistiche tutelate. In questo senso la proposta di legge della Fondazione Romanì ci appare, seppur con alcuni elementi problematici che di seguito intendiamo segnalare, decisamente più utile, proprio perché volutamente più limitata.

I rischi di una norma complessiva “solo per i rom e i sinti” ci appaiono in maniera evidente entrando nel merito della proposta della Federazione Rom e Sinti Insieme.

Molti articoli si aprono con l’enunciazione di alcuni diritti fondamentali, sanciti già dagli attuali strumenti giuridici internazionali e domestici, di cui si chiede però un’applicazione rigorosa anche alla minoranza rom e sinta. In particolare, il testo fa riferimento a questioni e diritti di rilevanza costituzionale, dal lavoro all’istruzione, dalla salute alla libera circolazione sul territorio nazionale e al connesso diritto di residenza.

La riaffermazione di diritti e tutele di valore generale in un testo dedicato a una sola minoranza rischia, a nostro giudizio, di creare ambiguità e fraintendimenti su un nodo decisivo, quello del carattere universale – erga omnes – dei diritti; il pericolo è cioè quello di distinguere e separare i rom e i sinti, presentandoli come vittime “eccezionali” o comunque diverse, laddove l’obiettivo dovrebbe essere quello di riportarli entro un contesto di tutela per tutti e per ciascuno. Qui non si tratta ovviamente di negare la specificità di alcune forme di discriminazione subite dai rom e dai sinti (si pensi al caso dei censimenti etnici, giustamente richiamato nella proposta di legge): si tratta piuttosto di ribadire che un diritto fondamentale deve valere per chiunque, e che la sua violazione – per quanto temporaneamente limitata a una sola minoranza – ne compromette l’universalità e la validità.

Da questa impostazione generale seguono poi una serie di misure concrete che risultano a nostro giudizio problematiche. A differenza della proposta che mira al riconoscimento della lingua romanès come minoranza linguistica storica, la legge di iniziativa popolare della Federazione Rom e Sinti Insieme prevede una serie di misure di discriminazione positiva basate sulla oggettiva (e ovviamente ineludibile) condizione di disagio di molti rom e sinti, ma anche sulla definizione di una serie di bisogni specifici, culturalmente connotati, che determinano quindi la necessità di interventi esclusivi.

Prendiamo ad esempio la questione centrale dell’abitare. Le misure proposte si basano sull’idea di un bisogno “rom” di preservare modalità di insediamento strutturate su famiglie allargate, cui si dovrebbe garantire la possibilità di vivere insieme o quantomeno vicine (art. 26 comma 1 lettere a e c, art. 27 comma 1 lettere b e c).

La questione è estremamente complessa perché parte da una legittima richiesta di alcuni gruppi, in particolare di sinti, di poter vivere su terreni agricoli con case mobili. Questa richiesta dovrebbe a nostro avviso essere studiata non solo per rom e sinti perché non esiste una questione dell’abitare che riguardi solo rom e sinti.

La proposta della Federazione affronta invece il problema attraverso il riferimento alla cultura, sulla base della quale si individuano bisogni specifici e si legittimano quindi misure esclusivamente destinate ai i rom e i sinti.

Di conseguenza, solo ai rom e ai sinti si attribuiscono diritti e possibilità che noi riteniamo debbano essere allargati a tutti i cittadini, a partire proprio dal diritto alla coesione di nuclei familiari allargati, peraltro centrali nella destrutturazione del welfare, o alla tutela di peculiari forme dell’abitare fondate sulla fruizione di spazi esterni o comuni.

Il riconoscimento di tali diritti collettivi dovrebbe comportare chiaramente un nuovo investimento politico sull’edilizia pubblica, e, ancora prima, una profonda riflessione politica e culturale che rimetta in questione da un lato i modelli abitativi e dall’altro l’idea di famiglia, finalmente da declinare al plurale nell’ottica di nuove forme di convivenza e socialità: tuttavia, in linea di principio, noi riteniamo che la tutela di queste esigenze debba valere per tutti coloro che le manifestano, e non debba legarsi alla preservazione di una “cultura” definita giuridicamente.

Nel testo della Federazione Rom e Sinti Insieme, la “cultura rom” ritorna costantemente a definire bisogni ed interventi anche in relazione a quei diritti universali cui si accennava prima: la troviamo ad esempio nell’art. 21 dove si parla di bisogni speciali per i minori appartenenti alla minoranza rom e sinta, o in tema di lavoro (art. 31 comma 6) dove riappaiono le capacità artigianali ed artistiche dei rom e dei sinti, e ancora nei diversi passaggi dedicati alla tutela dei diritti delle donne. La proposta di legge è costellata di una serie di incidentali che allargano o modificano la legislazione vigente in funzione della specificità culturale di rom e sinti. L’esito più radicale si concretizza nell’articolo 5 dove si prevede esplicitamente la possibilità di “conservare e di sviluppare la propria cultura nonché di preservare gli elementi essenziali della propria identità, quali la religione, la lingua, le tradizioni ed il patrimonio culturale”.

In questo passaggio, si mobilita esplicitamente l’idea di cultura come un ambito esclusivo e caratterizzante, uno spazio intimo che però deve essere pubblicamente garantito e tutelato dallo Stato nelle sue espressioni. Il diritto di vivere secondo un proprio stile di vita, e secondo proprie modalità di relazione liberamente scelte, è un diritto molto importante: ci chiediamo però quali conseguenze concrete possa avere questa declinazione politica delle nozioni di cultura e appartenenza.

La cultura è, per definizione, un oggetto dinamico e dai confini sfuggenti, è sottoposta alle tensioni prodotte dai rapporti di potere e delle forme di resistenza, è patrimonio mobile dei singoli individui che la incarnano, la rappresentano e la modificano secondo le rispettive strategie. In questa proposta di legge essa diviene invece strumento di governo, di definizione di bisogni e di attribuzione di strumenti e risorse, ben al di là delle specificità linguistiche, e questo pone, a nostro avviso, una serie di problemi rilevanti.

Pensiamo, solo per fare un esempio, alla condizione di molti giovani rom e sinti che nella loro esperienza quotidiana, nelle relazioni con i coetanei o nell’utilizzo di internet e dei social network entrano costantemente in contatto con stili di comportamento e di relazione radicalmente diversi da quelli cosiddetti tradizionali. Questi giovani costruiscono nuovi modi in cui dare forma alla loro appartenenza al mondo rom, mescolando forme e linguaggi, persino con il loro abbigliamento e le loro scelte estetiche. Si tratta spesso di piccoli cambiamenti e di pratiche nascoste, oppure di esperimenti che riescono a recuperare tratti dell’identità e delle appartenenze, come ad esempio nei testi romanès delle canzoni rap che giovani rom compongono a Sutka, a Belgrado o a Istanbul. Ma si tratta anche di cambiamenti più radicali che producono conflitti all’interno delle famiglie e dei gruppi rom, dove versioni dure ed ortodosse della tradizione impongono ruoli e destini ai singoli individui.

O ancora, pensiamo all’ambito delle relazioni tra i generi. Una legge che, direttamente o indirettamente, legittima un modello di “famiglia rom”, non rischia di tagliar fuori la pluralità di modelli di vita e di relazione domestica che si esprimono all’interno del pluriverso rom? E non rischia di occultare i conflitti che proprio su questo tema attraversano le minoranze rom e sinte, così come la società maggioritaria (conflitti di genere, tra uomo e donna, ma anche tra generazioni, tra differenti gruppi e orientamenti, e financo tra diversi individui)? Sono state proprio le femministe e le attiviste romnì (nell’Est Europa, ma non solo), a sollecitare una riflessione sulla cosiddetta “intersezionalità”: a spiegarci cioè che il patriarcato, le relazioni ineguali tra uomo e donna, così come i conflitti su ruoli e identità di genere, attraversano anche l’universo rom. Prefigurare per legge e mettere in campo nelle politiche concrete un modello di “famiglia rom” rischia di occultare conflitti, contraddizioni e cambiamenti che si producono ogni giorno – per fortuna, verrebbe da dire – tra i rom e tra i sinti (come tra i gagé, e come all’interno di qualsiasi gruppo).

La proposta della Fondazione Romanì ci sembra da questo punto di vista assai più condivisibile, perché non mette in campo una concezione “essenzialista” della cultura rom ma si limita ad intervenire sul diritto all’uso della lingua.

Eppure anche questa proposta riproduce, sia pure solo sul piano della lingua, un atteggiamento simile. L’articolo 2, comma 3 impegna infatti lo Stato ad un lavoro di “standardizzazione della lingua romanì, al fine di facilitarne lo studio e la trasmissione generazionale”. L’ipotesi della standardizzazione del romanì è, almeno dagli anni Settanta, una sorta di Santo Graal prospettato, senza mai essere stato raggiunto a nessun livello, da tutte le generazioni di intellettuali e attivisti rom. Di contro, generazioni di linguisti, molti dei quali storicamente attivi accanto e dentro l’associazionismo rom (tra gli altri Matras e Halwachs), hanno ampiamente mostrato l’impossibilità linguistica e l’inutilità politica della standardizzazione, poiché il romanès è già oggi, nella sua diversificazione storica e geografica, una lingua. La standardizzazione appare quindi come una operazione artificiale, o se si vuole, una opzione totalmente politica, che, nel tentativo di garantire visibilità e riconoscimento alla lingua dei rom, porta con se il rischio di occultare e svalorizzare la pluralità delle pratiche linguistiche, la pluralità degli sviluppi e delle trasformazioni in atto all’interno delle diverse comunità di parlanti romanès.

Evidentemente, l’ipotesi di intervento sulla lingua rom non equivale alla mobilitazione sul piano politico e normativo di una “cultura rom” quanto mai difficile da definire. La differenza riguarda le conseguenze sociali e politiche di tali interventi, perché mentre la proposta della Fondazione Romanì rischia, in parte, di costruire un referente linguistico artificiale lontano dai parlanti, la prospettiva verso cui tende la Federazione Rom e Sinti Insieme incorre in una serie di rischi e contraddizioni, separando, più che avvicinando, i gruppi Rom dalla società italiana, in nome di una specificità che garantirebbe servizi e risorse percepiti di nuovo, e paradossalmente, come “privilegi”.

Una prima avvisaglia di questi rischi la si può individuare già nei numerosi dibattiti on line fra alcuni gruppi di sinti e di rom, con i primi a rivendicare una loro ulteriore differenza irriducibile all’interno del complesso universo rom. Differenza linguistica in partenza, differenza di storia di seguito, e poi ancora differenze nei bisogni e nelle politiche come interventi.

Come le storie raccontate nel documentario Fuoricampo mostrano chiaramente, noi crediamo che esista invece una modalità di coniugare la propria appartenenza e la partecipazione piena e attiva nella società, un modello di cittadinanza forte e condivisa ancora tutto da costruire con l’impegno per i diritti di tutti e di ciascuno.

PERCHÈ “FUORI CAMPO”

I MATERIALI DI RICERCA, LE INTERVISTE, REPORT DALLE CITTÀ ,CHE FANNO DI FUORI CAMPO NON SOLO UN FILM MA UN ESPERIMENTO DI CO-RICERCA

Dopo le anteprime del 30 e 31 gennaio, Il film documentario “Fuori Campo” comincia a girare l’Italia. Ma Fuori Campo non è solo il film in sè.

Consulta qui le date delle presentazione in Italia

Fuoricampo è un esperimento di co-ricerca, il tentativo di un gruppo composito di documentaristi, giuristi, antropologi, attivisti rom e non rom di raccontare l’altra realtà dei rom in Italia – quella di cui i giornali non parlano e di cui la politica non si occupa – girando l’Italia alla ricerca di realtà altre, raccogliendo storie di vita di donne e uomini rom che non hanno mai vissuto in un campo o hanno scelto di uscirne, spesso contando solo sulle proprie forze, tra mille ostacoli e difficoltà, non ultimo il pregiudizio. Il regista Sergio Panariello, coadiuvato da attivisti rom residenti in diverse città italiane (Bolzano, Rovigo, Firenze, Cosenza), ha realizzato il documentario Fuoricampo che sarà proiettato in diverse città italiane, durante festival cinematografici ed  eventi organizzati da associazioni locali e nelle scuole.

Le stime parlano di meno di 200.000 rom residenti in Italia. Di questi circa 40.000 vivrebbero in situazioni di disagio abitativo, che siano baracche, container, “centri d’accoglienza” in muratura o edifici fatiscenti occupati. Eppure per il senso comune essere rom, ancora, vuol dire “campi nomadi”. Chi vive nei campi è costretto da una società che proprio sui rom ha recuperato vecchi confini e inventato nuove forme di confinamento. Oltre che un mezzo di esclusione, il campo è un potente dispositivo discorsivo che trasforma in causa ciò che, invero, è l’effetto di una lunga e attuale storia di discriminazioni, esili coatti e resistenza. Il campo costringe molti rom in condizioni di estrema marginalità sociale e allo stesso tempo avalla la comune opinione per la quale sono loro stessi a sceglierlo come stile di vita. Diceva Bernard Shaw:”l’Americano bianco, in sostanza, relega il negro al rango di lustrascarpe: e ne conclude che è capace solo di lustrare scarpe”. Fuoricampo sfata l’ingannevole rappresentazione mediatica dei rom fondata sul comune pregiudizio che li vuole popolo votato al nomadismo, all’illegalità e all’asocialità; dimostra l’infondatezza delle politiche nazionali e locali che in Italia da più di vent’anni pensano queste popolazioni solo come un problema di ordine pubblico e all’integrazione come un processo che passa per la continua delega al terzo settore investito di un ruolo di mediazione con la società di accoglienza.

Fuoricampo interpella i politici, gli operatori sociali, gli attivisti, i semplici cittadini e gli studenti, raccontando la complessità dell’essere rom, attraverso storie di vita donne e uomini dal Nord al Sud dell’Italia nelle loro case, nei condomini, nelle fabbriche, nei sindacati, nelle associazioni, nei luoghi di culto, nell’intreccio delle loro relazioni dentro e fuori la famiglia, nelle lotte quotidiane contro il pregiudizio, nel loro protagonismo politico e sociale.

Un acuto e sensibile attivista come Piero Colacicchi a cui Fuoricampo è dedicato notava che il campo nomadi è stato il prototipo dei centri di identificazione ed espulsione e degli altri dispositivi di segregazione ed esclusione dalla cittadinanza che proliferano nell’Italia contemporanea. Il campo nomadi è specchio dell’Italia di oggi, un Paese in cui si rafforzano i sistemi di repressione, l’istituzionalizzazione della deportabilità di alcuni gruppi sociali, la sovrapposizione tra meccanismi disciplinari, securitari e assistenziali, la complicità tra politica, sistema giudiziario e forze di polizia. Allo stesso modo, le piccole grandi storie raccontate in Fuoricampo di donne e uomini rom che scelgono di non vivere in un ghetto, che rifiutano un’integrazione intesa come passiva accettazione dei diktat della società di accoglienza, che percorrono strade complesse e originali di resistenza ed emancipazione parla del nostro paese, del suo rapporto nevrotico con l’alterità, del senso vero della partecipazione politica e del complesso e mai risolto rapporto con le proprie radici.

ATTACCO AI ROM, ATTACCO A TUTTI.

QUELLA DI QUESTI GIORNI È UNA DINAMICA SOCIALE E POLITICA GIÀ VISTA ED È NECESSARIO CHE CI SIA UNA RISPOSTA GENERALE SIN DA SUBITO, PRIMA CHE GENERALE DIVENTI L’ATTACCO.

Il nostro nuovo sito non è nato per seguire quotidianamente i fatti di cronaca, ma ci sentiamo di commentare subito i fatti di questi giorni nella periferia nord di Roma, perché sono emblematici di quello che sta succedendo in questo paese.

Una manifestazione nel piazzale di tre scuole superiori della periferia romana per dire “stop alla violenza dei rom” (letterale dallo striscione utilizzato). Le pagine di cronaca e di commenti sono già piene, ma noi vi invitiamo a soffermarvi su due aspetti in particolare. Il primo è l’evidente intreccio media-destra. Il Messaggero tre giorni fa usciva con un articolo che denunciava che “rom attaccano tre scuole, lanci di pietre contro gli studenti”. Le scuole hanno categoricamente smentito già il giorno successivo. Ma venerdì il Blocco Studentesco, organizzazione giovanile legata a Casa Pound, ha fatto lo stesso un presidio che poi è diventata manifestazione davanti alle scuole “attaccate”, provando ad impedire ad altri alunni di entrare, come denunciano una delle Dirigenti Scolastiche delle scuole coinvolte. Come se non bastasse sia Il Messaggero che Il Tempo, riprendendo un gravissimo comunicato della Questura che sminuisce il presidio davanti all’entrata del campo, hanno criticato le associazioni che hanno denunciato la cosa, che invece è confermata anche dalle foto di chi era presente. Come vedete dalla foto che pubblichiamo, scattata intorno alle 8.00 di ieri dall’ingresso del campo di via Cesare Lombroso poco prima della manifestazione c’erano più di venti persone e già uno schieramento di volanti. Se non è “impedire fisicamente” lo è stato nei fatti, ed è gravissimo che parte della stampa continui a strumentalizzare e bisogna rispondere anche a chi sta sminuendo l’accaduto. Bisogna utilizzare tutti i mezzi necessari per denunciare le falsità e fermare una propaganda che diventerà azioni e che tra l’altro è anche vietata dalle leggi che si continua ad invocare che i rom debbano rispettare! Il secondo aspetto da approfondire è la ormai evidente capacità di aggregazione e visibilità che la destra romana, largamente intesa, riesce ad avere nei quartieri periferici, vista la totale assenza di mobilitazioni e discorsi alternativi. Dopo i fatti di Tor Sapienza, il presidio, più ancora della manifestazione, dimostra la sfrontatezza e la sicurezza che hanno ormai nel fare anche cose pesantissime come queste. Senza entrare, per ora, nel merito di questo dibattito, ci sembra necessario segnalare un tratto che contraddistingue queste presunte e reali situazioni di conflitto: i rom sono, al solito, il nemico più semplice da attaccare, attacco legittimato dal senso comune anti-rom ad essere sempre più esplicito e violento e, come altre volte nella storia passata e recente, sarà la chiave di volta per poi fare attacchi più larghi e generalizzati, come dimostra la prevista manifestazione di Torino, a Mirafiori.

Ecco, chi vuole comprendere e mobilitarsi sui conflitti nelle periferie delle grandi e medie città non può ignorare questa triangolazione che vede i rom come bersaglio di movimenti di estrema destra, che si appoggiano su una stampa e altri poteri forti della città. E’ una dinamica sociale e politica già vista ed è necessario che ci sia una risposta generale sin da subito, prima che generale diventi l’attacco.

SE DICO ROM…

VISIBILI O INVISIBILI? STRATEGIE DI SOPRAVVIVENZA ROM TRA POVERTÀ, STIGMA E LUOGHI COMUNI.

nando-sigona

26 novembre 2014, da Naga Notizie

Intervista apparsa su Nagazzetta n. 56, 2014. Scarica la rivista nei documenti allegati

Nando Sigona, docente di sociologia delle migrazioni e cittadinanza presso l’Università di Birmingham, è tra i fondatori di osservAzione (www.osservazione.org) – centro di ricerca azione per i diritti di rom e sinti. Si occupa di asilo politico e migrazioni forzate in ambito europeo e di rom e sinti in Italia e Europa.

Ritieni che i rom utilizzino una strategia di sopravvivenza “liquida”, che tende a scivolare attraverso le maglie della società e del potere piuttosto che a rivendicare pubblicamente diritti?

La strategia della visibilità e della rivendicazione dei diritti comporta anche dei rischi. Per alcune comunità rom tali rischi sono superiori che per altre. La visibilità ha permesso a una nuova élite rom di emergere, ma ha anche reso alcune comunità particolarmente vulnerabili. Penso per esempio al forte movimento anti-rom in Ungheria, quartier generale di alcune delle principali organizzazioni che lavorano a difesa dei diritti dei rom. La mia tesi è che si sia sottovalutato il collegamentotra questi due fatti. Anche in Kosovo, dove ho fatto ricerca sul campo subito dopo la dichiarazione d’indipendenza, ho verificato di persona come il discorso dei diritti su base etnica possa diventare causa di conflitto ed esasperazione in alcuni contesti.

Pensi quindi che alcuni rom siano in grado e abbiano la volontà di rivendicare i propri diritti (la chiami élite) e altri preferiscano rimanere non visibili per sopravvivere?

Credo che il numero di rom che sente l’esigenza di rivendicare pubblicamente i propri diritti sia cresciuto ed è un cambiamento importante. C’è però da tener conto che non sempre gli attivisti esprimono necessariamente la voce e, cosa ancor più importante, gli interessi di tutti. Bisogna rendersi conto che i rom non sono un gruppo omogeneo, come non lo sono gli italiani! La strategia dell’invisibilità, come scriveva anni fa l’antropologo Piasere, è stata per secoli la modalità che ha consentito ai rom (una parte di loro) di scampare a persecuzioni, bandi, violenza etnica.

Esiste una cultura rom? Quali valori la caratterizzano?

Esistono tante culture rom con importanti punti di contatto ma anche significative differenze, spesso dovute ai contesti dove si sono sviluppate. Bisogna tenere a mente che i rom hanno sempre vissuto insieme ad altri popoli, e la loro cultura è sempre e comunque una cultura di relazione, fluida e capace

di adattarsi ai cambiamenti sociali. Questo è vero per tutte le culture, in particolare per quelle dei gruppi minoritari.

Parli di punti di contatto tra culture rom, sapresti indicarne i più importanti?

I punti di contatto non valgono necessariamente per tutti. Per alcuni, ad esempio, vale un certo modo di gestire le relazioni parentali e il matrimonio tra famiglie. La lingua costituisce un ponte tra comunità diverse, ma non tutte le forme di romanes sono intellegibili tra loro. E non tutti parlano romanes. La musica è un altro tratto importante, sia come strategia lavorativa che come modalità di relazionarsi alla comunità maggioritaria – in qualche modo si tratta di una forma identitaria che è percepita come più positiva – un percorso simile per certi aspetti al jazz di New Orleans e alla cultura afroamericana.

Chi vuole contrastare gli stereotipi dilaganti sui rom fatica ad ammettere fatti frequenti come la commissione di furti, la discriminazione delle donne, l’accattonaggio a mezzo di minori. Evitare considerazioni negative è necessario per bilanciare gli attacchi oppure concorre al fraintendimento della situazione?

Domanda complessa. Dovendo rispondere in breve, direi che certo ci sono episodi di criminalità da marginalità sociale tra i rom, ma questo non implica che tutti siano colpevoli di tali comportamenti devianti. Quando mi si dice che i rom sono ladri e rifiutano di integrarsi e di comportarsi da buoni cittadini, ricordo che in Italia c’è una lunga lista di politici, amministratori pubblici, imprenditori e faccendieri indagati per furti di ben altra grandezza. E nessuno si sogna d’accusarli di non essere integrati. In definitiva, che ci siano comportamenti devianti non va negato, va contestualizzato e vanno accuratamente evitate le generalizzazioni.

I rom hanno bisogno di politiche speciali in quanto rom?

Ci sono tre aspetti distinti da considerare: il riconoscimento dei rom in quanto minoranza etnico-culturale, il riconoscimento delle condizioni di disagio socio-economico di una parte dei rom e sinti, la questione del razzismo/stigma. La questione del riconoscimento come minoranza etnicoculturale accomuna i rom ad altre

minoranze, non è specifica dei rom; la questione della povertà richiede interventi che riguardino i rom in quanto poveri, insieme ad altri gruppi socio-economicamente

marginali; la questione dello stigma andrebbe affrontata all’interno di un discorso sui diritti umani e l’antidiscriminazione, per questo richiede d’intervenire in maniera forte anche sul resto della popolazione.

CAPITALE DELL’ESCLUSIONE

PER CAPIRE IL “PROBLEMA” ROM A ROMA

Puntuale, virale, feroce. La campagna politica e di stampa contro la popolazione romanì italiana è ripartita. Con una velocità e una violenza verbale forse senza precedenti. Forse perché nel 2008 l’ultima grossa campagna, quella che culminò con i pogrom di Ponticelli, non disponeva della potenza di fuoco che ormai i social nerwork hanno raggiunto. Forse è quindi solo più evidente. Ma, senza forse, perché la crisi economica e sociale in questo Paese è devastante e ha bisogno più di altre passate di “nemici pubblici”, come dimostra la campagna politica in atto nelle periferie romane.

E quindi servizi giornalistici di media nazionali e di testate di quartiere, talk show, trasmissioni di intrattenimento pomeridiano. Nessuno si tira indietro nel fare il “proprio lavoro”. E, soprattutto, non si tirano indietro gli esponenti politici. Quelli che stanno facendo propaganda per occupare il posto lasciato da un centro destra al tracollo, quelli che stanno soffiando sul fuoco del malcontento del vivere nei ghetti urbani e pure quelli che veleggiano al governo del Paese e delle grandi città. Ecco. E da questi che ho deciso di partire nel primo di una serie di articoli per il nuovo sito di OsservAzione. Da chi i “campi nomadi” li ha creati e, oggi, quando va bene non sa gestirli, quando va male li usa a proprio piacimento. E a questo proposito non si prescinde da Roma, Capitale dell’esclusione e della segregazione dei rom immigrati negli ultimi 4 decenni.

“Rom a Roma” è argomento preferito, anche in questi giorni, di cronache e dibattiti. Ma in nessuno di questi si chiarisce che rom a Roma è una presenza storica come nel resto d’Italia, una presenza raccontata e analizzata da molte ricerche scientifiche.

Anche senza andare indietro nei secoli ma limitandoci al 900, moltissime famiglie rom sono arrivati con l’esplosione demografica della città del dopoguerra, Roma è cresciuta di un milione di abitanti tra il 1951 e il 1971. Come il resto degli “immigrati” di allora provenivano dall’Abruzzo, dalla Ciociaria, dalla Campania, dal Molise. E come il resto dei figli e degli immigrati di quegli anni oggi abitano in case proprie nella zona sud-est della città, in quartieri come Torre Angela, Borghesiana, Finocchio oppure in case popolari a Spinaceto, Nuova Ostia, Laurentino e Casilino. Ne parla la propaganda? No.. “Rom a Roma” significa parlare di “campi nomadi”, di furti e di (inventati, sia chiaro!) casi di rapimenti di bambini.

Ebbene, quindi.. parliamo di questi di rom. “Emergenza” è ancora una volta la parola usata e abusata. Ma l’ultimo arrivo di rom a Roma è quello coinciso con la forte immigrazione con la Romania, alla fine degli anni ’90 e inizi 2000. 15 anni fa. Si può parlare di emergenza? No. E quanti sono i rom “stranieri” negli ultimi 30 anni, quelli che per la cronaca e la propaganda politica “devono andare a casa loro”? La percezione di “assedio” non corrisponde alla realtà neanche in questo caso. I numeri ufficiali (un censimento riportato dal Piano Regolatore Sociale 2011-2015 di Roma Capitale) parlano di 7877 persone distribuite tra campi “abusivi”, “tollerati” e “Villaggi Attrezzati”. L’ultimo censimento nazionale, quello del 2011, ha contato 2.600.000 abitanti per la capitale. Vuol dire 0,3 della popolazione romana. Si può parlare di emergenza? No.

Che queste 7800 persone vivano in una condizione di esclusione sociale ed economica e, come tutto il resto della popolazione dei ghetti urbani, molti vivano dentro o ai margini di quella che si definisce, volta per volta, illegalità è un dato di fatto. Si può parlare di emergenza? Facciamo un passo in dietro per capirne le radici.

E’ negli anni ’80 che Roma comincia a confrontarsi con la presenza “rom immigrati”

sul proprio territorio ovvero quelli che, contrariamente a quelli già presenti, arrivano innanzitutto dall’allora Jugoslavia. E da subito gli interventi pubblici hanno privilegiato i “campi” come spazio abitativo e sociale adatti alla “cultura nomade”. Risale al 1985 la legge regionale n. 82 “Norme in favore dei rom” che prevede “l’erogazione di contributi a comuni e comunità montane per la realizzazione, gestione e manutenzione di campi di sosta e transito appositamente attrezzati” (Art. 2). Subito dopo, nel 1986, il Comune di Roma istituisce i “campi attrezzati per le comunità nomadi”. Da allora i diversi “piani nomadi” succedutisi nel corso degli anni hanno proposto il “campo”, come la forma dell’abitare da “concedere” a chi viveva nelle baracche di allora. Questo nonostante che quasi tutte le famiglie arrivate a Roma in quegli anni non avessero alle spalle una storia di nomadismo. Così come storie abitative urbane sono quelle delle famiglie rumene arrivate negli anni

novanta. E invece anche negli anni ’90 l’intervento pubblico fa suo il pregiudizio atavico degli “zingari nomadi” lasciando quindi fuori i rom dal resto delle politiche sul resto degli immigrati di quegli anni. Addirittura istituisce l’Ufficio Nomadi, una struttura interna all’allora Dipartimento Politiche Sociali che anche se oggi ha cambiato nome è, come si può leggere nei documenti ufficiali, ancora preposta al “coordinamento delle attività di allestimento, ristrutturazione, gestione, manutenzione ordinaria e straordinaria dei campi rom, comprese le attività di bonifica delle aree, nonché degli interventi socio-assistenziali”. Quindi sviluppo dei campi e “assistenza”, tra l’altro separata da tutto il resto della città.

Con la seconda giunta Rutelli comincia l’iter politico e amministrativo che porta alla situazione attuale. Nel 1999 il Consiglio Comunale impegnò il Sindaco e la Giunta (delibera 31/99) a costituire “un coordinamento interassessorile” che, tra gli altri, aveva come compito “l’individuazione delle aree destinate agli insediamenti abitativi”.

Campi e solo campi, contrariamente ad altre città che nello stesso periodo andarono in direzione diversa. E, ancor peggio, quella stagione iniziò con una serie di sgomberi dei campi abusivi senza nessuna soluzione alternativa che sparpagliò migliaia di persone distruggendo tutto quello che avevano e creando in altri quartieri un clima, appunto, di emergenza e di “invasione”.

Ma è tra il 2005 e il 2009, con le amministrazioni Veltroni prima e Alemanno poi, che la situazione prende definitivamente la piega di cui oggi si occupano continuamente i media nazionali e locali. Prima la costruzione dei due mega villaggi di via di Salone e di Castel Romano, ancora oggi i più grandi e più ingestibili campi romani. Poi nel 2007 il primo Patto per Roma Sicura, che prevede la costruzione di quattro villaggi della solidarietà in aree attrezzate in grado di ospitare 1.000 persone e attività di “abbattimento di insediamenti abusivi” con successiva riqualificazione delle aree liberate. Poi nel 2008il decreto che dichiara lo “stato di emergenza” in relazione agli insediamenti di

“nomadi” in Campania, Lombardia e Lazio e che da ai Prefetti della Repubblica poteri straordinari e milioni di euro per “gestire l’emergenza”. Solo per Roma 32 milioni di euro.

Come sono stati spesi? L’attuale Prefetto che in questi giorni si è detto “pronto ad intervenire” è lo stesso di allora: Giuseppe Pecoraro. Assieme al sindaco

Alemanno, ha firmato un “Piano Nomadi” che prevedeva la costruzione, fuori dall’area urbana, di 13 “villaggi autorizzati” 14 in grado di ospitare 6mila persone provenienti dagli oltre 100 campi presenti nella città. Nei “villaggi” sono previsti un presidio fisso di vigilanza h24, l’uso di telecamere, l’identificazione delle persone che entrano nel campo (compresi i residenti). I principali obiettivi del piano sono, oltre alla costruzione dei nuovi “villaggi” dotati di presidisocio-educativi, la chiusura di oltre 80 campi abusivi e di 9 tollerati, la ristrutturazione dei villaggiautorizzati e la realizzazione di nuovi insediamenti, la bonifica e il recupero delle aree sgomberate,la distribuzione della popolazione rom tra i campi e la realizzazione di un censimento.

Campi, costruzione di campi, ristrutturazione di campi, gestione e “controllo” di campi. 32 milioni di euro che si sono aggiunti ai 10 milioni annui che, con la ricerca “Segregare Costa” abbiamo certificato vengano spesi per la gestione ordinaria dei capi stessi.

Soldi che avrebbero invece essere spesi per politiche abitative inclusive e diffuse in tutto il territorio. E poi in scuole, servizi socio-sanitari, trasporto pubblico, politiche del lavoro. E non per “i nomadi”, ma per tutti i cittadini. Ma di questo parliamo nel prossimo articolo. Questo serviva per mettere le cose in chiaro. I “campi nomadi” non c’entrano niente con i rom. Sono il prodotto di una politica escludente e segregazionista che ha contraddistinto tutto il Paese, e in particolare la sua capitale, e che ha fatto dell’Italia quello che la ricerca “ERRC” del 2000 definì “Il Paese dei Campi” e che ancora oggi non accenna a cambiare.

UNO SGOMBERO “INSOLITO”

Potrebbe sembrare il solito sgombero, con la scenografia che vediamo sempre in questi casi: un campo “abusivo”, i “residenti” che protestano, il Comune che interviene, le baracche abbattute dalla Polizia Municipale, i rom cacciati non si sa dove. Una storia come ce ne sono tante, in Italia. Ma il caso del campo della “Bigattiera” è un po’ particolare. E merita di essere raccontato.

Siamo a Pisa, a due passi dal litorale, in una strada che serpeggia tra aree coltivate, cascinali di campagna e boschi di pini marittimi. “Residenti” veri e propri, qui, non ce ne sono: l’insediamento dei rom è isolato, e gli unici “vicini” sono i turisti di un campeggio aperto solo d’estate.

Un campo “abusivo”?

Il campo della “Bigattiera” – questa è la prima particolarità della vicenda – non è propriamente “abusivo”: lo aveva aperto la stessa amministrazione locale, dieci anni fa, riadattando un vecchio campeggio per dipendenti della Polizia di Stato. All’epoca, il Comune si era dotato di un ambizioso programma – “Città Sottili”, nome ripreso da un racconto di Italo Calvino – finalizzato all’inserimento abitativo dei rom. L’idea era semplicissima: chiudere tutti i campi (regolari o “abusivi” che fossero) e trovare una casa a tutte le famiglie rom.

C’erano stati dei problemi, si doveva chiudere urgentemente un insediamento ma non si trovavano le case per tutti: così, per far presto, si decise di aprire un “campo sosta” provvisorio. Le famiglie furono trasferite in fretta e in furia, in attesa di reperire sistemazioni migliori.

La “Bigattiera” è nata così, come area “di transito” aperta dal Comune. Un campo “regolare” che però – a un certo punto – è stato derubricato a campo “abusivo”, senza alcun atto amministrativo che sancisse il cambiamento di status (e infatti nella rilevazione ufficiale della Regione figura ancora come insediamento “riconosciuto”). E poiché la Bigattiera era diventata improvvisamente “abusiva”, tutti gli abitanti divennero “illegali”. Una strana concezione della legalità, più simile all’idea borbonica dell’«obbedienza al sovrano» che a quella democratica della «certezza del diritto».

Se “la gente” li vuole

La seconda particolarità di questa piccola vicenda è il ruolo giocato dalla cittadinanza, dagli “autoctoni”. Sono loro che, di solito, invocano gli sgomberi, chiedono a gran voce l’allontanamento dei rom, esercitano pressioni sulle autorità locali: nel gioco perverso della politica di oggi, è la stessa «democrazia» – la «sovranità del popolo» – a mettere al bando gli «esclusi», ad espellerli dalla cinta daziaria delle nostre città-fortezza. Se ne lamentano spesso gli amministratori toscani: come si possono promuovere politiche inclusive, se gli elettori le rifiutano? Come facciamo a metterci contro «la nostra gente»? Non è andata così, alla Bigattiera. Anzi. Da circa due anni – da quando il Comune ha avviato le prime procedure di sgombero, togliendo alle famiglie l’erogazione dell’acqua, la luce elettrica e lo scuolabus per i bambini – una generosa mobilitazione «popolare» ha chiesto di garantire diritti e servizi ai rom. Si sono mossi gli insegnanti, i genitori delle scuole, le associazioni, i volontari della Pubblica Assistenza del Litorale. Un appello pubblico «per i diritti dei bambini e delle bambine della Bigattiera» è stato firmato da più di duecento cittadini, tra i quali l’allenatore della squadra di calcio…

Una mobilitazione così insolita avrebbe consentito agli amministratori “democratici” di muoversi con relativa tranquillità: la “gente”, almeno per una volta, non chiedeva la “messa al bando” dei rom. Gli eletti non erano ostaggio degli elettori. Eppure, gli “eletti” hanno seguito le strade di sempre: sgomberi e allontanamenti. A dimostrazione di quanto il cosiddetto “razzismo diffuso” sia spesso un alibi per perseguire scelte decise in proprio. E’ la politica (soprattutto quella locale) che promuove l’esclusione dei rom: i “cittadini delle periferie” fanno da specchio e da legittimazione “democratica”…

Legalità, democrazia, istituzioni

A un certo punto – nell’Agosto 2013 – la mobilitazione dei “cittadini” è stata così forte da imporre un cambiamento di rotta all’amministrazione. Il primo Agosto 2013, il consiglio comunale ha dovuto discutere una mozione presentata dalle associazioni, e supportata da un ampio numero di firme. La mozione – in parte modificata dalla Commissione Sociale del Consiglio – chiedeva il ripristino dell’acqua, della luce e dello scuolabus per i bambini. E impegnava la Giunta a presentare un piano di superamento del campo, finalizzato all’inserimento abitativo delle famiglie.

La mozione è stata approvata, ed è diventata un atto politicamente vincolante per la  Giunta. La legalità – quella “legalità” sempre invocata dai Sindaci – imponeva dunque di muoversi lungo strade diverse da quelle consuete. In una città ormai abituata agli sgomberi, la vicenda Bigattiera stava diventando una vera e propria “rivoluzione culturale”.

La dottrina della “terra bruciata”

Dal primo di Agosto dell’anno passato, nulla è stato fatto per garantire diritti e servizi ai rom della Bigattiera. L’acqua e la luce non sono state riallacciate, lo scuolabus non è ripartito, di inserimento abitativo non si è nemmeno cominciato a ragionare. Le famiglie sono rimaste dove sono, in un luogo isolato e marginale. A bloccare tutto è stata la Giunta Comunale, che da anni ha una sua propria “dottrina”, più volte espressa sulla stampa e nei documenti ufficiali: la potremmo definire “dottrina della terra bruciata”. Vediamo in breve cosa prevede, e come funziona.

Il Sindaco sostiene da anni che il territorio pisano non può sopportare un carico eccessivo di rom: i rom e i sinti, evidentemente, sono un problema in quanto rom e sinti, e la loro presenza va contingentata entro numeri sostenibili. Ogni “beneficio” che concediamo a una famiglia – che si tratti della luce, dell’acqua o dello scuolabus – rappresenta un incentivo a rimanere sul territorio, e forse anche a chiamare altre persone (parenti, amici, conoscenti). Dunque, una seria politica di contenimento deve essere inflessibile: chi è “di troppo” non deve avere nulla, nemmeno i servizi minimi che corrispondono a diritti. Fare “terra bruciata”, in modo che i rom in eccesso se ne vadano.

Nelle ultime settimane, poi, l’azione della Giunta si è fatta più aggressiva. Un mese fa tutti i rom della Bigattiera sono stati convocati dagli assistenti sociali, che hanno annunciato l’imminente sgombero del campo. Le “proposte alternative” sono vaghe e generiche: un contributo monetario ai rom senza permesso di soggiorno, in cambio del rimpatrio volontario, e un contributo all’affitto alle famiglie regolari che trovino una casa, «possibilmente fuori dal territorio». Qualche spicciolo, insomma, purché se ne vadano.

Stremata dagli insuccessi, travolta dall’ennesima “emergenza sicurezza” che agita i quotidiani locali, la rete che in questi anni ha sostenuto i rom ha fatto fatica a muoversi. Ma si è mossa. In una conferenza stampa, le famiglie della Bigattiera hanno denunciato l’imminente sgombero. Le associazioni hanno chiesto e ottenuto la convocazione di una Commissione comunale. Con fatica, è stato riaperto un dibattito in città.

Proprio mentre i consiglieri comunali venivano sollecitati a esprimersi, è arrivata la doccia fredda. E’ notizia degli ultimi giorni: un blitz della Polizia Municipale ha distrutto alcune baracche della Bigattiera. Lo sgombero, a piccoli passi, marcia comunque. Oltre alla terra bruciata, l’amministrazione pisana mette in pratica un’altra strategia: quella del fatto compiuto.