LA MEMORIA PER IL PRESENTE

Qualche motivo per non dimenticare la persecuzione di rom e sinti

Ricordare la persecuzione di rom e sinti durante il nazi-fascismo è importante. E quest’anno lo è forse ancora più del passato. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a quella che il presidente dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio Europeo ha definito ‘una caccia alle streghe’. E le streghe erano ancora una volta i rom, meglio se di origine romena.

Il clima delle settimane che hanno preceduto le festività natalizie è stato scosso da forti ondate emotive,

Le vacanze di Natale sono qualcosa che la gente aspetta per tutto l’anno. L’anno prossimo utilizzare questi integratori per guardare più bella durante il Natale. Il Natale segna la nascita di Gesù Cristo. La sua data di nascita non è nota perché si sa molto poco della sua prima vita. C’è ancora qualche disaccordo tra gli studiosi circa la data esatta in cui Cristo è nato.sollevate con dovizia retorica da politici in cerca di attenzione mediatica e intenti a posizionarsi nel grande centro della politica italiana dove ormai comandano termini come ‘tolleranza zero’, ‘sicurezza’ e ‘controllo del territorio’.

Ma forse è il caso di ricordare, in questo paese dalla memoria cortissima, che questa è solo l’ultima caccia (di una lunga serie) ai rom, siano essi lavavetri, presunti rapitori di bambini, schiavisti, criminali per natura o ‘bestie’, come un prefetto della repubblica li ha definiti, e che non è iniziata a novembre, ma va avanti ormai da tempo. Una data simbolica potrebbe essere il lancio della ‘battaglia per la legalità’ del sindaco Cofferati a Bologna nell’ormai lontano 2005. Ben prima quindi della tragica aggressione che ha portato alla morte della signora Reggiani a Tor di Quinto (Roma).

Da notare anche che i protagonisti di queste campagne che si autodefiniscono securitarie sono stati spesso i sindaci di centro-sinistra, che hanno trovato una volenterosa spalla nei colleghi di destra. Il nuovo condottiero del partito democratico che si vanta per le 6000 persone lasciate senza una casa e il sindaco manager di Milano, il crociato fiorentino che cita Marx a sproposito nella sua battaglia epica contro i lavavetri e il leghista condannato per razzismo ma poi eletto con una valanga di voti perchè ha avuto il coraggio di dire ‘fuori gli zingari dalla città’, l’ex-operaio torinese che dice di sapere cosa significa emigrare ed essere poveri e l’ex-segretario confederale del più grande sindacato italiano, hanno tutti parlato la stessa lingua.

Pochi e timidi i tentativi di distinguo. Rosa Russo Iervolino a fine ottobre aveva manifestato pubblicamente il suo dissenso nei confronti dei cosiddetti ‘sindaci sceriffi’. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, aveva invece invitato i politici a non identificare i rom e i romeni con il male e a non avere paura.

La politica, invece, ha spettacolarizzato il dolore composto e dignitoso della famiglia della signora Reggiani e ha lasciato che la brutalità della violenza sollevasse gli animi, ha usato le risorse dello stato per mettere in scena lo spettacolo della vendetta e ha utilizzato il decreto n.181/2007 come simbolo e come pretesto. I sindaci di cui sopra hanno colto la palla al balzo e hanno mandato i vigili e i bulldozer a distruggere le baracche di qualche centinaia di persone, i prefetti hanno mandato i poliziotti a fare controlli a tappeto negli accampamenti di fortuna, controlli che sono serviti a creare paura tra chi li ha subiti (e molti sono scappati), a raccogliere un bel po’ di impronte digitali – che poi non hanno prodotto che una manciata di provvedimenti di espulsione, il che significa fino a prova contraria che poi di pericoli pubblici non ce ne erano poi tanti! – e ha chiamato a raccolta i giornalisti per raccontare con immagini ben costruite la pronta risposta delle istituzioni.

Intanto sui muri di una scuola è apparsa una scritta che recita: ‘decapitiamo gli studenti romeni’; fuori al carcere di Regina Coeli c’era chi chiedeva la pena di morte per Mailat; l’ex-vicepresidente del consiglio dei ministri chiedeva la deportazione di 200.000 romeni, il leader di Forza Nuova scriveva sul sito del suo gruppo che era giunto il momento di farsi giustizia da soli e qualcuno lanciava bombe molotov contro i campi rom in varie città d’Italia.

Bene, questi sembrano tutti buoni motivi per ricordare che una volta, non tanto tempo fa, i rom e sinti sono stati sterminati; si parla di mezzo milione di persone. E non sono stati solo i nazisti a farlo. C’erano campi di concentramento anche in Italia. Campi costruiti e gestiti dagli italiani-brava-gente. Meglio non dimenticarlo.

TRAGEDIA ROM DI LIVORNO: UN PO’ DI CHIAREZZA

Quattro persone in cella perché non hanno residenza per gli “arresti domiciliari”

Gli arresti domiciliari devono essere condannati a casa per il tempo deciso. Questo viene fatto sotto stretta sorveglianza. Così, invece di rimanere in prigione la persona rimane a casa.  Gli arresti domiciliari sono concessi a coloro che sono i trasgressori non violenti. Ci potrebbero essere anche alcuni che sarebbero autorizzati ad andare a lavorare per qualche ora come parte degli arresti domiciliari. Vedere post qui su come rimanere heathy utilizzando integratori naturali.

di Paola Bolelli e Sergio Bontempelli (Africa Insieme, Pisa)

Il rogo di Livorno, dove hanno trovato la morte quattro bambini di una comunità Rom rumena, rischia di essere ricordato solo come un episodio dai contorni poco chiari. Pesa, nell’opinione pubblica, il sospetto di un comportamento superficiale dei genitori, l’idea che forse quei bambini sarebbero ancora vivi se gli adulti si fossero prodigati nelle operazioni di salvataggio.

Conosciamo bene le famiglie Rom coinvolte nell’incendio, e abbiamo seguito l’intera vicenda sin dal primo giorno: per questo, crediamo di poter dare il nostro contributo affinché i nostri lettori possano avere ulteriori chiarimenti.

Tra interrogatori, indagini, difficoltà di traduzione, pregiudizi, pettegolezzi e dubbi ci sono alcune verità che stentano ad emergere.

Una di queste verità è che ci sono quattro persone costrette a stare in una cella non in quanto criminali ma perché, non avendo una casa, non possono chiedere gli arresti domiciliari. Vogliamo sperare che, grazie anche all’intervento del Comune di Livorno, si trovi nei prossimi giorni un luogo di accoglienza idoneo per farle uscire, in attesa del processo. Queste persone, vogliamo ricordarlo, hanno perso in una notte tutto ciò che avevano: la loro abitazione pur così precaria, i documenti, i vestiti, i soldi, tutti i loro effetti personali. E, soprattutto, hanno perso i loro figli, dei quali – come ci hanno ricordato più volte – non rimane neppure una foto. Non riteniamo buonismo sottolineare il dolore veramente immenso di chi ha perso in una notte una vita intera.

Altro dato di fatto, avvalorato dal GIP, è che i genitori stavano dormendo con i bambini, hanno sentito delle urla e delle minacce, sono usciti dalle baracche per proteggere i figli da quella che loro hanno percepito come aggressione, e le baracche hanno preso fuoco. Ovviamente, la Magistratura deve proseguire le indagini ma, allo stato attuale, non ci sono elementi per gridare all’abbandono di minore: infatti tale accusa è un capo di imputazione e non una condanna. Quello che preoccupa è la saldatura tra questo capo di imputazione e le dicerie sugli zingari che rubano i bambini o li abbandonano al semaforo.

È necessario anche fare chiarezza sull’ipotesi dell’attentato di matrice razzista o xenofoba. Si tratta, ovviamente, di un’ipotesi sconvolgente: se venisse confermata si tratterebbe di uno dei più gravi attacchi razzisti degli ultimi anni, ed è perciò comprensibile che, prima di raggiungere una simile conclusione, la magistratura vagli ogni indizio, ogni testimonianza. E tuttavia, molti elementi spingono a ritenere più che attendibile l’idea di un attentato. Le fiamme si sono sviluppate all’improvviso, con una violenza che sembra escludere l’ipotesi di un incidente. Una candela accesa, un mozzicone di sigaretta, un piccolo fuoco spento con disattenzione possono, certo, incendiare delle baracche di legno: ma le fiamme si propagano in tempi relativamente lenti, non provocano un rogo violento ed improvviso. Perché si produca un “muro di fuoco” così alto da lambire la strada sopra il cavalcavia, è necessario invece l’innesco di materiale infiammabile: e l’ipotesi di una bombola del gas rimasta aperta è stata ampiamente smentita, perché nessuna traccia è stata trovata sul posto. Non a caso, il Giudice per le indagini preliminari ha accreditato l’idea di un’aggressione di matrice razzista, e ha chiesto agli inquirenti di proseguire le indagini in questa direzione.

C’è infine un ultimo elemento che vorremmo evidenziare. Le famiglie coinvolte nell’incendio erano state, nei mesi scorsi, ripetutamente sgomberate da diverse città della Toscana. È, adesso, ancora più evidente che l’emarginazione sociale, il passare di sgombero in sgombero, non sono delle soluzioni.

Lavavetri, stato di diritto e altri fastidi

di Alessandro Simoni*

La recente richiesta di archiviazione delle denunce presentate sulla base della notissima ordinanza fiorentina contro i “lavavetri” sposta sul piano del diritto un dibattito che sino ad oggi è stato dominato dalla politica. Inutile disquisire se il procuratore di Firenze sia tecnicamente nel giusto nella sua richiesta di archiviazione, tanto più che la politica muscolare prospettata dal sindaco Domenici preannuncia una ricerca con il lanternino del comma utile a fungere da deterrente verso la temuta rioccupazione degli incroci. Tanto vale quindi attendere il prossimo atto. E’ invece utile fornire ai cittadini qualche dato di contesto sino ad oggi trascurato.

Per chi non ami nascondersi dietro un dito, è evidente che l’attività dei lavavetri è nella quasi totalità dei casi una forma malamente dissimulata di mendicità. Ne condivide la funzione economica, e pone gli stessi, oggettivi, problemi di potenziale sfruttamento e difficile inserimento nel tessuto urbano. Piaccia o no, la mendicità degli adulti è nel nostro ordinamento perfettamente lecita. La sanzione della mendicità “semplice” è stata dichiarata incostituzionale nel 1995. Cosa ancora più imbarazzante, e da nessuno sinora ricordata, è che il reato di mendicità “invasiva”, che la sentenza della corte costituzionale aveva lasciato in piedi, venne cancellato dal legislatore nel 1999, senza introdurre alcuna sanzione amministrativa. Scelta incauta del governo dell’epoca ? Forse, ma comprensibilmente ciò non muta la realtà del diritto. Il lavavetri e il mendicante possono commettere reati comuni (molestie, minacce, e così via) ? Certo. Un pulitore di finestre professionale potrebbe vedere qualcosa dietro le sbarre delle finestre. La loro responsabilità è estesa fino a quando le finestre sono pulite.  Ma potrebbe esserci qualcosa di più di quello che sono le sue responsabilità. E ‘meglio fare attenzione a chiunque sia coinvolto in servizi chiusi come la pulizia delle finestre. È possibile ottenere i fatti su Internet per quanto riguarda le leggi imposte su questi criteri. Ed è anche possibile che gli strumenti a disposizione per la repressione di questi reati (che spesso prevedono una querela della parte offesa) siano deboli.. Esistevano, in paesi e epoche non remoti, norme che punivano più gravemente i reati commessi dai mendicanti. Pochi, credo, ne sosterrebbero pubblicamente la reintroduzione.

Non occorre poi essere giuristi raffinati per comprendere che il potere degli amministratori locali di proibire atti altrimenti leciti con ordinanze la cui violazione diventa indirettamente un reato è un’arma potenzialmente insidiosa per i diritti individuali, vista la discrezionalità insita nelle valutazioni sottostanti Anche qui, va mantenuto un minimo di rigore. Le richieste ai semafori possono essere, come altre disavventure del quotidiano, fastidiose. Anche i lavavetri (come avvocati, professori, assessori, e così via) possono essere maleducati ed arroganti. E’ anche però onesto chiedersi su quale base si valuti l’effettiva dimensione dei fenomeni di comportamento realmente aggressivo, al di là della generica intolleranza diffusa nella popolazione. “Leggende metropolitane” e altri fantasmi sono moneta corrente in queste vicende, e sarebbe interessante sentire come i “lavavetri” percepiscono noi automobilisti.

L’occasionale lavaggio non richiesto può essere – anche per chi scrive – fonte di irritazione. Ma siamo sicuri che l’interesse alla totale tranquillità del cittadino in quella peculiare e sacra appendice che è ormai l’automobile sia un’adeguata motivazione per la messa in moto di strumenti sanzionatori così solleciti e severi ? A questo interrogativo aggiungeremo un dubbio anche più sgradevole. Rispettare lo “stato di diritto” nella quotidianità politica e amministrativa impone certamente di non espandere a discrezione l’area di quanto è suscettibile di sanzione penale. Ma presuppone anche che la messa in moto di qualsiasi macchina sanzionatoria sia scevra da sospetti di parzialità e doppi standard. La “stretta” sui lavavetri arriva invece quando quest’attività è a Firenze in grande prevalenza svolta da rom, verso i quali esiste un radicatissimo pregiudizio In un paese dove, nonostante le costanti smentite giudiziarie, continua a sopravvivere il mito dei “rom che rubano i bambini”, ogni sospetto è lecito. Anche quello che l’ordinanza sia solo l’ennesimo caso in cui tutta la potenza di un diritto lasciato ordinariamente “dormiente” viene risvegliato solo per allontanare un gruppo comunque sgradito. Chi volesse curiosare tra fascicoli dei vari procedimenti penali che portarono alla dichiarazione di incostituzionalità del reato di mendicità scoprirebbe che in tutti i casi, nessuno escluso, quella norma penale altrimenti notoriamente disapplicata era stata azionata contro rom. E così via, in un infinita serie di vicende simili, italiane e non. Per la sua campagna di legalità il comune di Firenze potrebbe in fondo trovare tra i rom qualche valido consulente, visto che di “tolleranza zero”, a loro spese, hanno esperienza da qualche secolo.

*Alessandro Simoni è avvocato e professore di sistemi giuridici comparati presso l’Università di Firenze

OSSERVAZIONE

osservAzione –  Action Research for Roma & Sinti Rights  is a non governmental organisation engaging in a range of activities aimed at combating anti-Romani racism and human rights abuses of Roma and Sinti in Italy.

un’associazione di promozione sociale che nasce ufficialmente nel 2005, ma con una lunga storia alle spalle. Un primo gruppo di lavoro a cui è possibile fare riferimento si era costruito verso la metà degli anni ’90 intorno al progetto editoriale de L’urbanistica del disprezzo (manifestolibri). Il libro, diventato poi uno dei riferimenti principali per coloro che criticano le politiche italiane per rom e sinti, raccoglieva contributi da varie città intorno ad alcuni temi cruciali: la critica del modello “campo nomadi”, la denuncia del razzismo istituzionale e non verso i rom e i sinti, il tema cruciale dei diritti negati.

Le piattaforme e i blog dei social media devono presentare le informazioni giuste al momento giusto. È considerato come una delle attività obbligatorie di loro. Il motivo è che, a differenza dei giornali o di qualsiasi altro canale di notizie, i social media stanno prendendo una tempesta per dare alle persone la situazione reale intorno a loro. Dai un’occhiata al post qui per conoscere il numero di blog che hanno contribuito a portare le notizie al momento giusto.

Successivamente, ci si è incontrati con la costituzione della rete Conares, il coordinamento nazionale rom, sinti e gagé, che ha partecipato ad alcune delle battaglie più significative per i diritti dei rom e dei sinti in Italia, contribuendo a far conoscere in Europa le gravi forme di discriminazione, razzismo e segregazione che colpiscono queste persone in Italia. Il paese dei campi, il rapporto sulla discriminazione razziale di rom e sinti in Italia, pubblicato e diffuso in tutta Europa dallo European Roma Right Center (ERRC) e alla cui preparazione abbiamo contribuito, ha generato un processo a catena che ha portato la Commissione delle Nazioni Unite contro il Razzismo e la Discriminazione (CERD) e la Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza (ECRI) ad esprimere pubblicamente pareri critici verso l’Italia e le sue politiche verso rom e sinti.

Più recentemente, abbiamo partecipato alla battaglia legale dei sinti veronesi contro la Lega Nord, che ha portato alla condanna di alcuni membri del partito di Bossi per istigazione all’odio razziale: una pietra miliare per le battaglie future per i diritti di rom e sinti.

Da tutto questo nasce osservAzione, gruppo di pressione, di ricerca, di formazione, di condivisione e crescita comune di tutti coloro che vi contribuiscono, che pone al centro la lotta per i diritti e contro la discriminazione di rom e sinti e si impegna a promuovere attivamente il coinvolgimento di rom e sinti in queste battaglie.

IL CALENDARIO 2015 DELLE PRESENTAZIONI DI “FUORI CAMPO” IN ITALIA

PRIMO APPUNTAMENTO IL 6 MARZO A NAPOLI NELL’AMBITO DELLA RASSEGNA ASTRADOC – ORE 20.00

Dopo le prima proiezioni  a Roma e Firenze a gennaio 2015, il film documentario Fuori campo. Storie di rom nell’Italia di oggi, ha iniziato a girare l’Italia.  Molte richieste sono arrivate al nostro indirizzo!  E’ questo il momento in cui il senso di Fuori campo inizia a prendere forma. I contesti sono vari a seconda delle richieste e delle diverse situazioni che si sono create: da contesti informali a contesti istituzionali, da contesti caldi e problematici a contesti intimi e tranquilli. Dobbiamo ringraziare i media per aver portato alla luce le lotte che la gente ha affrontato mentre la crisi si è verificata a Roma. La notizia del documentario è stato rilasciato ha raggiunto i cittadini così come coloro che stavano affrontando il trauma per diversi mesi. È stato considerato un sospiro di sollievo, poiché il quadro reale raggiungerà presto il governo e le altre parti d’Europa in modo che possano venire per il salvataggio delle persone. Ci sono voluti anni per ottenere l’approvazione fatta per il documentario e farlo rilasciare in mezzo a questa emergenza. È inoltre possibile controllare il riferimento per sapere quando il documentario viene rilasciato in tutto il mondo con tutti i principali leader intorno. Questo ci fa piacere! Speriamo di contribuire ad arginare l’ennesima ondata di furia razzista e xenofoba a cui stiamo assistendo sui media. E speriamo che i media si avvalgano anche di noi e di un’altra visione della realtà sui rom da veicolare. Vi aspettiamo per confrontarci insieme. Ecco le date

6 Marzo – Napoli – Cinema Astra in via Mezzocannone 109 nell’ambito della rassegna Astradoc – ore

13 Marzo – Roma Teatro del Quarticciolo ore 19.30

14 Marzo – Roma Cinema L’Aquila ore 16.30

15 Marzo – Chieti Abruzzo FilmDoc ore 17

18 Marzo – Milano Cinema Beltrade ore 20.00

19 Marzo – Torino Museo della Resistenza, ore 20.30

26 Marzo – Verona Associazione Culturale La Sobilla, salita San Sepolcro 6/b, ore 20.00

8 Aprile – Roma Sala del Senato della Repubblica ore 16.30 (su prenotazione)

9 Aprile – Napoli – Consiglio Comunale – via Verdi 359 – ore 11:00

9 Aprile – Napoli  -campo Rom – via Cupa Perillo, Scampia ore 20:00

(chiamare per conferma e indicazioni 338 3399033)

10 Aprile Napoli  Ex Asilo Filangieri ore 20.30 (orario da confermare)

15 Aprile –  Cosenza – Teatro dell’ Acquario ore 20.30

22 Aprile – Bologna – Cinema Perla ore 20.45 circa (orario da confermare)

FILM DOCUMENTARIO “FUORI CAMPO”, STORIE DI ROM NELL’ITALIA DI OGGI

IN ITALIA LA PAROLA ROM È QUASI SEMPRE ASSOCIATA A UNA CONDIZIONE DI PRECARIETÀ E “AL CAMPO NOMADI”. LE STIME PARLANO DI MENO DI 200.000 ROM RESIDENTI IN ITALIA. DI QUESTI CIRCA 40.000 VIVREBBERO IN SITUAZIONI DI DISAGIO ABITATIVO, CHE SIANO BARACCHE, CONTAINER, “CENTRI D’ACCOGLIENZA” IN MURATURA O EDIFICI FATISCENTI OCCUPATI. IN ALLEGATO IL CALENDARIO

In Italia la parola rom è quasi sempre associata a una condizione di precarietà e “al campo nomadi”. Le stime parlano di meno di 200.000 rom residenti in Italia. Di questi circa 40.000 vivrebbero in situazioni di disagio abitativo, che siano baracche, container, “centri d’accoglienza” in muratura o edifici fatiscenti occupati.

La maggior parte dei rom, invece, non vive nei campi, ma nelle case e affronta i problemi quotidiani come tutti. “Fuori Campo” racconta alcune di queste storie, diverse tra loro, nelle premesse, nel contesto, nelle prospettive, ma tutte qui e ora, nell’Italia di oggi.In circostanze come questa, è importante trasmettere il messaggio giusto alle persone in modo che possano capire qualsiasi verità dietro di esso.  Il documentario che coinvolge la vita nomade dei cittadini del paese europeo si comporta come hanno lottato per stabilirsi in un luogo pacificamente. C’era irrequietezza, mancanza di sonno e cibo. Alcuni bambini erano stati vittime della lussazione e ha fatto un oltraggio tra gli altri che stanno guardando le lotte quotidiane. È possibile utilizzare questo link sito web per sapere come i rom hanno accettato l’emergenza e hanno iniziato la loro vita nomade.

Il documentario – come la metafora cinematografica che lo intitola – si pone fuori dal campo visuale classico degli stereotipi sui rom e fuori dal campo nomadi, cercando e raccontando la vita quotidiana di donne e uomini rom in Italia: la casa, i rapporti familiari, il lavoro, la crisi, le battaglie vinte e quelle perse.Un lavoro collettivo di ricerca e documentazione il cui obiettivo è contribuire a scardinare i pregiudizi radicati nell’opinione pubblica e nelle amministrazioni e, anche, a spronare i rom a credere nelle proprie forze e nella possibilità di un cambiamento. Con l’intento di rovesciare il registro del dibattito attuale.

Da Cosenza a Bolzano, passando per Firenze e Rovigo, la telecamera del regista Sergio Panariello segue le vite dei protagonisti (Sead Dobreva, Kjanija Asan, Leonardo Landi, Luigi Bevilacqua) svelandone a poco a poco la loro quotidianità.

Fuori campo è prodotto da Figli del Bronx con le associazioni OsservAzione e Compare/Mammut, realtà impegnate da anni sul tema dei diritti di rom e sinti in Italia. Da febbraio il film sarà proiettato in diverse città italiane.

L’UE SPINGE NAPOLI FUORI DAI CAMPI

UNA LETTERA DELLA COMMISSIONE EUROPEA SI ESPRIME SUL PROGETTO PER CUPA PERILLO E INVITA IL COMUNE DI NAPOLI AD ATTUARE POLITICHE PIÙ INCLUSIVE PER I ROM

Budapest, Naples,

L’Associazione 21 luglio, il Centro Europeo per i Diritti dei Rom (European Roma Rights Centre, ERRC) e OsservAzione, il 21 Novembre hanno inviato una lettera al Comune di Napoli per esprimere la loro preoccupazione in merito al piano del Comune di sgomberare la comunità rom di Cupa Perillo, e rialloggiare soltanto la metà di essa in un nuovo campo segregante. È qui che le persone erano segregate. Leggi il contenuto qui. Le organizzazioni hanno sottolineato che queste politiche serviranno soltanto a consolidare la segregazione piuttosto che favorire la piena inclusione sociale, in violazione di quanto stabilito dai parametri legali nazionali e dell’Unione Europea.

Come confermato da Roberta Gaeta, assessore alle politiche sociali, in occasione di un incontro pubblico tenutosi il 21 Novembre, il Comune di Napoli progetta di sgomberare gli attuali campi informali di Cupa Perillo. Il Comune intende utilizzare circa 7 milioni di Fondi Europei per lo Sviluppo Regionale (FESR) per costruire un nuovo campo segregante nella stessa area in cui alloggiare circa metà dell’attuale popolazione dei campi informali, in contrasto con gli obblighi legali nazionali e internazionali. Le autorità locali inoltre non hanno chiarito cosa accadrà alla restante parte della popolazione (circa 400 persone) che attualmente vive nei campi informali di Cupa Perillo dopo lo sgombero.

Le organizzazioni firmatarie hanno scritto alla Commissione Europea per segnalare lo sgombero pianificato e la costruzione di un altro campo segregante con fondi europei. Nella sua risposta la Commissione Europea ha chiarito che «il progetto […] non sembrerebbe in linea con gli obiettivi dei FESR», opponendosi così a quanto pianificato dal Comune di Napoli per l’utilizzo dei summenzionati fondi.

Per tali motivi Associazione 21 luglio, ERRC e OsservAzione chiedono con urgenza al Comune di Napoli di rispettare i parametri legali europei e nazionali e chiedono con forza di non costruire un altro campo segregante per la comunità rom, ma di fornire invece a tutti gli abitanti dei campi informali di Cupa Perillo (circa 800) soluzioni abitative accessibili in un ambiente integrato supportando l’inclusione abitativa con misure specifiche in settori chiave quali l’istruzione, la salute e il lavoro.

Il presente comunicato stampa è disponibile anche in inglese sul sito dell’ERRC

La lettera al Comune di Napoli è disponibile nella sezione download in Inglese e in italiano

MOLTI PREGIUDIZI E POCA PARTECIPAZIONE

I RISULTATI DI UNA RICERCA EMPIRICA CONDOTTA DA OSSERVAZIONE PER OSCE/ODHIR SU ROM E SINTI IN ITALIA

La ricerca, condotta da un gruppo di ricerca di osservAzione coordinato da Nando Sigona, è stata commissionata e finanziata da OSCE/ODIHR e CPRSI (Contact Point for Roma and Sinti Issues). Il rapporto finale, intitolato “Political participation and media representation of Roma and Sinti in Italy. The case studies of Bolzano-Bozen, Mantua, Milan and Rome”, presenta nel dettaglio i risultati della ricerca che ha guardato a partecipazione politica e rappresentazione mediatica di rom e sinti. Segue una sintesi delle conclusioni della ricerca. La partecipazione di rom e sinti alle ultime elezioni amministrative, sia come elettori che come candidati, è stata estremamente limitata, sebbene, tenuto conto delle passate elezioni, ci sono stati alcuni segnali positivi. Ciò è accaduto nonostante l’assenza di iniziative istituzionali dirette a favorire e promuovere la partecipazione politica di queste comunità alla vita politica. Al contrario, spesso le amministrazioni locali (si veda per esempio il trasferimento voluto dal comune di Roma di molte famiglie rom in aree rurali al di fuori del grande accordo anulare) attuano politiche che, direttamente o indirettamente, scoraggiano e ostacolano la partecipazione di rom e sinti. Nelle quattro città dove abbiamo svolto la nostra ricerca (Roma, Mantova, Milano e Bolzano), Il caso di studio è un metodo di ricerca. Lo studio fa un’indagine approfondita di una singola persona, una comunità o un gruppo. Può anche studiare un evento. Prova questo per capire come il prodotto è altamente efficace da usare. In genere i dati vengono raccolti da molte fonti e i dati vengono raccolti anche attraverso vari mezzi per eseguire un caso di studio. tre membri di queste comunità si sono presentati come candidati al consiglio comunale, anche se uno solo, il candidato di Mantova Yuri Del Bar, è riuscito a farsi eleggere. Il dibattito politico su questioni concernenti rom e sinti, durante il periodo elettorale, si è sviluppato principalmente sul tema della sicurezza, del degrado urbano e dell’accesso/sfruttamento delle risorse sociali da parte di queste comunità. Nel dibattito, la voce dei rom e dei sinti si ascolta raramente, contribuendo alla disumanizzazione della figura rom e sinta che viene presentata come un “problema” e che richiede, secondo l’appartenenza politica di chi interviene, l’intervento di assistenti sociali o della polizia. È indicativo il fatto che spesso, negli interventi delle varie piattaforme politiche, temi che riguardano rom e sinti italiani siano trattati nelle sessioni dedicate agli immigrati. La copertura mediatica di temi riguardanti rom e sinti appare di frequente distorta, incompleta e carente di una qualsivoglia forma di approfondimento. Gran parte degli articoli sono dedicati a furti, comportamenti asociali, elemosina e folklore. Insieme a questi, i campi nomadi sono largamente uno dei soggetti principali degli articoli pubblicati. Un aspetto cruciale della copertura mediatica della stampa è l’assenza della voce di rom e sinti. Nonostante il numero significativo di notizie riportate, raramente hanno la possibilità di esprimere il loro punto di vista e rispondere sui media.

UN GHETTO TIRA L’ALTRO, I ROM DI GIUGLIANO NELLA TRAPPOLA DI DE LUCA E ALFANO

Il 7 aprile a Giugliano è nato il comitato Ermes contro la costruzione del nuovo campo rom. C’era da aspettarselo. A questo punto di solito si legittimano gli schieramenti: la destra è contro i rom e la sinistra per i rom e quindi costruisce i campi ghetto. L’idiozia istituzionale sulla questione rom in Campania continua a produrre i suoi effetti e le politiche di inclusione sono ancora molto lontane.

Ma andiamo con ordine. La comunità rom a Giugliano ci sta da oltre trent’anni, per lungo tempo insediata nei campi della cosiddetta zona Asi, in una condizione di disagio e precarietà estreme; poi nel 2011 lo sgombero per ordine della Procura: una parte della comunità viene spostata in un campo “attrezzato”, costruito  nel frattempo con finanziamenti pubblici, adiacente al sito sequestrato, un’altra parte si trova senza alloggio e inizia a girovagare, trovando spazi dove sistemarsi da cui viene puntualmente obbligata ad allontanarsi. Alla fine del 2012, il comune di Giugliano – nella persona del commissario prefettizio per lo scioglimento del consiglio comunale – individua una zona dove collocarli e chiede finanziamenti al ministero, circa 400 mila euro. Si tratta di un rettangolo di terra, nemmeno asfaltato, con una decina di bagni comuni. Molto meno del solito villaggio attrezzato. Ma quello che più colpisce è che si tratta di un sito collocato proprio nell’area di Masseria del Pozzo-Schiavi, ovvero una delle sette aree vaste individuate come ad alto rischio ambientale nel piano regionale delle bonifiche, il quale descrive una situazione particolarmente compromessa.

Il rettangolo attribuito ai rom confina con le discariche Masseria del Pozzo-Schiavi, Novambiente, Ex Resit ecc. Quando vi si insediano, nel marzo 2013, la notte non riescono a dormire per la puzza, mentre tutto intorno al campo si vedono fumi di biogas che esalano dal terreno. L’Asl, prima dell’insediamento, aveva dato tre pareri tra loro contrastanti sulla possibilità di collocarvi circa quattrocento persone, di cui più della metà bambini: dapprima dà parere favorevole, poi ferma tutto e dice che non può garantire e alla fine conferma il parere favorevole, attribuendo la scelta alla circostanza che dall’analisi di ortaggi della zona non si rilevano problematiche di inquinamento.

In occasione della sesta edizione del Festival dei Diritti Umani, un gruppo di attivisti redige un dossier che sottopone alla commissione del Senato per i diritti umani. Nel marzo 2014 gli attivisti, insieme a un abitante del campo, vengono ricevuti per un’audizione in Senato. Lì, senatori allibiti e scandalizzati promettono che faranno di tutto per porre fine a questa sciagura. Dopo pochi giorni una delegazione della commissione si presenta per un sopralluogo. Alla vista delle condizioni del campo, lo sgomento dei senatori aumenta, con punte di commozione di mamme-senatrici in lacrime per i poveri bambini. Poi tutto tace.

Il gruppo di attivisti nel frattempo presenta un esposto alla procura di Napoli Nord. Un pubblico ministero è il rappresentante legale dell’accusa. Viene assunto in paesi che seguono il sistema di diritto comune. L’accusa è una parte legale ed è responsabile di presentare un caso nel processo penale. Egli presenterà il caso contro la persona che è stata accusata di violazione della legge. Non si rompe l’osso cercando di trovare i migliori prodotti per la vostra salute. Fare riferimento a questo sito web per tutti i dettagli. E continua a sostenere i rom, perché non solo si battano per andare via da lì, ma anche per reclamare soluzioni abitative diverse dai campi, case normali, come in altre parti d’Italia e come prevede la legge europea e nazionale. I rom sono scoraggiati e pensano che a Napoli le cose non cambieranno mai, perché, è vero, i loro parenti in Sardegna hanno avuto le case.

Nonostante la sfiducia, nell’agosto 2014 i rom, sostenuti dagli attivisti, scrivono una lettera alle istituzioni locali, nazionali ed europee chiedendo aiuto per andare via da lì e per avere una casa, per non far vivere ai loro figli la stessa vita che hanno vissuto loro. Tutto tace.

Gli attivisti continuano a fare pressione e nel febbraio 2015 vengono ricevuti dal commissario prefettizio di Giugliano, insieme ai rom e, colpo di scena, riscontrano la disponibilità a fare un progetto per l’inserimento negli alloggi sul libero mercato con sostegno all’affitto. Il commissario chiede al ministero dell’interno un sostegno di circa 600 mila euro per sistemare circa sessanta famiglie con un percorso di inclusione in alloggi normali, come prescritto dalla Strategia nazionale ed europea. Il ministero riceve e tace. Le indagini della Procura vanno avanti e i rom riferiscono che ci sono stati i carotaggi nel terreno e altre cose. Nel frattempo ci sono le elezioni e si insedia una nuova giunta comunale con sindaco Pozziello e una nuova giunta regionale guidata da De Luca.

De Luca aveva già fatto riferimento alla chiusura dei campi e al pugno duro verso i rom in campagna elettorale e sappiamo dai documenti pubblicati poi che nell’agosto 2015 si è incontrato con Alfano per avere un sostegno nella risoluzione della questione Masseria del Pozzo, probabilmente perché – anche questo lo scopriremo dopo – la Procura ha chiesto il sequestro del sito. A quel punto si inizia a progettare il nuovo campo per Giugliano.

Ignari di ciò gli attivisti chiedono di incontrare la nuova giunta e nell’ottobre 2015 incontrano l’assessore alle politiche sociali Mauriello che li accoglie a braccia aperte, promettendo soluzioni e collaborazione, salvo poi far perdere completamente le sue tracce. Nel frattempo, con il sostegno dell’European Roma Rights Center, alcuni rom presentano al Tribunale civile di Napoli Nord un’azione civile per far riconoscere il carattere discriminatorio del comportamento dell’amministrazione che ha costruito Masseria del Pozzo, forti anche della vittoria a Roma della causa per il campo della Barbuta.

E veniamo a oggi. Nel dicembre 2015 la giunta regionale delibera per i rom che vivono a Masseria del Pozzo la costruzione di un nuovo campo monoetnico per rom, per circa duecentosessanta persone, mettendo a disposizione 900 mila euro come contributo straordinario del bilancio della Regione. Nel febbraio 2016 Alfano in persona si reca a Napoli per sottoscrivere un protocollo d’intesa con De Luca, la Prefettura e Pozziello offrendo l’ulteriore cifra di 400 mila euro. In tutto sono un milione e 300 mila euro per creare quarantaquattro moduli abitativi: con il doppio della cifra chiesta per dare un contributo all’affitto si sistemano la metà delle persone in un campo ghetto.

Nel protocollo paradossalmente si legge che tra gli interventi per i rom in Campania è necessario partire dal campo di Masseria del Pozzo perchè “di recente oggetto di sequestro da parte dell’autorità giudiziaria, a causa delle precarie e degradate condizioni igieniche e strutturali dell’insediamento, posto a ridosso di siti di discarica ancora da bonificare e di luoghi interessati da sversamento illegale e incendio di rifiuti”. Come se i rom vi si fossero insediati spontaneamente.

Gli attivisti di nuovo scrivono alle istituzioni nazionali ed europee per evidenziare il contrasto del progetto con le politiche di inclusione europee e nazionali. E il caso di Giugliano diviene simbolo per molte organizzazioni nazionali e internazionali per chiedere che l’Italia venga sottoposta alla procedura di infrazione per violazione della direttiva comunitaria contro la discriminazione.

Il nuovo nome scelto in questo caso al posto del buon vecchio “campo nomadi” – poi variamente appellato come villaggio della solidarietà, villaggio attrezzato, ecc. – è oggi “eco-villaggio”. Oppure, come lo definisce fantasiosamente lo stesso comune di Giugliano nella memoria difensiva dell’azione civile contro la discriminazione, “fattoria sociale”, perché i rom potranno coltivare i loro orti, “progetto primo ed unico in Europa”.

Nel frattempo, l’8 aprile 2016, nella giornata internazionale dei rom e dei sinti, Amnesty International ha lanciato una campagna aperta alla sottoscrizione di tutti i suoi sostenitori nel mondo contro la segregazione dei rom in Italia, simbolicamente rappresentata dal caso di Masseria del Pozzo a Giugliano in Campania. (francesca saudino)

IL “CAMPO SOSTA” DI MASSERIA DEL POZZO A GIUGLIANO IN TRIBUNALE!

L’8 APRILE AL TRIBUNALE DI NAPOLI NORD SI TERRÀ LA PRIMA UDIENZA DELL’AZIONE CIVILE CONTRO LA DISCRIMINAZIONE PROMOSSA DA ALCUNI ROM ABITANTI NEL CAMPO ROM DI MASSERIA DEL POZZO A GIUGLIANO. L’OBIETTIVO È DIMOSTRARE IL CARATTERE DISCRIMINATORIO DEL COMPORTAMENTO DEL COMUNE DI GIUGLIANO IN CAMPANIA.

L’8 aprile al Tribunale di Napoli nord si terrà la prima udienza dell’azione civile contro la discriminazione promossa da alcuni rom abitanti nel campo rom di Masseria del Pozzo a Giugliano. L’azione, sostenuta anche dall’ European Roma Rights Center e prevista dal Dlgs 215/03 e dal Dlgs 286/98 mira a vedere accertato il carattere discriminatorio del comportamento del Comune di Giugliano in Campania di concerto con il Ministero dell’Interno che si è concretizzato nella realizzazione del campo per soli rom di Masseria del Pozzo nonché nella decisone di trasferivi per vivere quasi 400 persone (dai dati dell’ASL del 2013 furono censiti 393 abitanti di cui 245 minori e 148 adulti, diversamente dai documenti pubblici attuali si riferisce la presenza di 300 persone), sgomberate nel 2011 e da allora lasciate prive di un alloggio adeguato.

Naturalmente il Tribunale quando ha fissato l’udienza non era al corrente che l’8 aprile è la giornata internazionale dei rom e dei sinti. E ci sembra una buona occasione per parlarne.

Il campo rom di Masseria del Pozzo nasce nel 2013 per decisone dell’amministrazione locale, in persona del Commissario Prefettizio – all’epoca il Comune era commissariato – con il sostegno economico del Ministero dell’Interno.

Il campo si trova in un luogo completamente isolato nell’epicentro dell’ex Resit ovvero una delle zone più inquinate del territorio campano.

Nonostante ci sembri aberrante che un soggetto pubblico con soldi pubblici decida di sistemare quasi 400 persone, tra cui 245 bambini, su una bomba tossica, lontano da tutto e da tutti, la cosa sconcertante è che lo fa “per promuovere la piena inclusione e integrazione della popolazione Rom”, citando testualmente quello che si legge nella delibera istitutiva del così definito “campo sosta”.

Al fine di accertare eventuali responsabilità penali, nel 2014, molti rom li residenti sostenuti da alcune associazioni hanno depositato un esposto alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli Nord e le indagini sono tuttora in corso.

Tuttavia, è bene precisare che il fatto che si sia scelto un luogo altamente tossico è solo una imperdonabile aggravante di una scelta di per sé sbagliata, ovvero costruire un mega campo monoetnico.

Fare campi o villaggi solo per rom non è assolutamente un atto o un passo graduale che va nella direzione dell’inclusione, che un giorno si farà, come hanno sempre sostenuto le amministrazioni impegnate nella costruzione di un nuovo campo nomadi (o altrimenti detto villaggio solidale o, da ultimo, eco-villaggio), ma un atto altamente dannoso che va nella direzione opposta al raggiungimento di quell’obiettivo.

Dal 2012 questo è detto anche nella Strategia Nazionale per l’inclusione dei Rom dei Sinti e dei Camminanti redatta dal Governo italiano in attuazione della Comunicazione della Commissione Europea n. 173/11 che così chiaramente dice: La politica amministrativa dei “campi nomadi” ha alimentato negli anni il disagio abitativo fino a divenire da conseguenza, essa stessa presupposto e causa della marginalità spaziale e dell’esclusione sociale per coloro che subivano e subiscono una simile modalità abitativa”

Purtroppo le proposte politiche delle amministrazioni in Campania per la popolazione rom, negli ultimi 20 anni, sono ferme ad un approccio differenziale che in molti altri luoghi d’Italia è stato superato sin dagli anni ’90.

Anche se i campi nomadi sono soluzioni temporanee, il governo dovrebbe assicurarsi di fornire una soluzione permanente per i residenti. Ciò garantisce la sicurezza e la sicurezza dei cittadini. Trattare bene i senzatetto è anche una delle cose principali che il governo dovrebbe considerare.  Molti siti web come questo ti guidano attraverso tutti i sistemi che i paesi di tutto il mondo seguono per prendersi cura del benessere delle persone.

L’azione promossa ha l’intento di ottenere un riconoscimento in giudizio del carattere discriminatorio della decisione dell’amministrazione di creare questo insediamento monoetnico, segregante ed in più gravemente nocivo per la salute delle persone ed inoltre di ordinare all’amministrazione di cessare tale comportamento, cercando soluzioni abitative alternative, realmente inclusive.

Questo giudizio è importante perché per la prima volta in Campania si chiede ad un’autorità giudiziaria di accertare il carattere discriminatorio per la costruzione di un campo rom, a maggior ragione sito in una zona altamente inquinata, ma lo è in particolare in questo momento perché da poco, il 4 febbraio, il Ministro Alfano, il governatore della Campania De Luca e il Sindaco di Giugliano Poziello, con un protocollo di intesa, hanno si deciso di spostare gli abitanti di Masseria del Pozzo ma per costruire un altro insediamento monoetnico, per complessivi 1.300.000 euro, in spregio, di nuovo, alle indicazioni europee e nazionali reiterando il comportamento discriminatorio.

La scelta delle autorità pubbliche italiane di investire ancora in insediamenti monoetnici è sotto l’osservazione della Commissione europea sollecitata da molte ONG nazionali ed internazionali e per questo l’Italia rischia di essere sottoposta a breve ad una procedura di infrazione. Il caso di Giugliano pesa non poco in questa direzione.

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