SCUSATE CI ERAVAMO SBAGLIATI… OPPURE NO?

Di Nando Sigona

“La valutazione della Commissione europea, di integrale apprezzamento per le misure adottate dal Governo italiano sui campi nomadi, non ha bisogno di commenti: è chiara ed esplicita. Mancano ancora, invece, le scuse pubbliche di tutti quegli italiani che, all’opposizione dentro e fuori il Parlamento, non hanno esitato a buttare fango sull’Italia pur di contrastare l’azione dell’Esecutivo”. Il Sottosegretario Mantovano ha chiesto le nostre scuse e di tutti quelli che negli ultimi mesi hanno trovato le politiche e l’atteggiamento del governo italiano contro rom e sinti razzista e discriminatorio.

La lista di coloro le cui scuse sono attese è piuttosto lunga e include anche una buona parte dei 785 deputati del parlamento europeo, amnesty international, vari corrispondenti della stampa internazionale, intellettuali e attivisti da mezza Europa che hanno scritto petizioni e raccolto firme, il papa e vari cardinali, il commissario europeo Vladimir Spidla, numerose associazioni italiane e qualche milione di elettori. Cosa bisogna fare allora? Chiedere un appuntamento con il Sottosegretario e porgergli le nostre scuse personalmente o possiamo più comodamente inviargli una cartolina?

Ma esattamente cosa ha detto il commissario europeo Barrot – esponente del partito di Sarkozy che ha sostituito recentemente il ministro Frattini come commissario europeo alla giustizia, libertà e sicurezza? Secondo Mantovano, Barrot avrebbe espresso un ‘totale apprezzamento delle misure adottate dall’Esecutivo sui campi nomadi’. Certo non stiamo a dubitare delle parole di un sottosegretario – abbiamo imparato la lezione. Ma per rispetto al Commissario Barrot, riportiamo anche la sua dichiarazione: ‘questo rapporto [si riferisce a quello inviato il 1 agosto dal governo] indica che nè le ordinanze, nè le linee direttive, nè le modalità di esecuzione autorizzano alla raccolta di dati circa l’origine etnica e la religione delle persone censite’ e che ‘da quanto afferma il rapporto’, le azioni del governo italiano ‘sono compatibili con il diritto comunitario’. Eppure a me sembra di ricordare che la scheda utlizzata a Napoli per la raccolta dei dati contenesse sia l’etnia che la religione del ‘censito’, oltre all’impronta digitale. Ma forse mi ricordo male.

Sempre scusandomi con il sottosegretario, vorrei far notare anche che quello che ha detto il commissario Barrot non è proprio un’ ‘apprezzamento integrale’ di tutto quanto fatto dall’Esecutivo rispetto ai campi nomadi. Il testo di Barrot è molto più circoscritto e cauto e fa riferimento unicamente alla questione della raccolta dei dati dattiloscopici, quello che il ministro Maroni chiama eufemisticamente ‘censimento’; inoltre nella mezza paginetta del comunicato, il commissario ripete ben quattro volte che la valutazione si basa su quanto il governo ha affermato nel suo rapporto spedito in data 1 agosto. Cosa ci sarà scritto in questo rapporto? Ho cercato sul sito del ministero dell’Interno e nella pagina web della Commissione Europea e del suddetto rapporto non c’e’ traccia – materia di sicurezza nazionale, forse?

Comunque, provo a ricapitolare la cronologia degli eventi in cerca di qualche utile indicazione. Il 30 maggio, il governo emette tre ordinanze del presidente del consiglio (n.3676, 3677, 3678) che decretano ‘lo stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi’ nei territori di Lazio, Lombardia e Campania.

A giugno inizia la mappatura dei residenti dei campi, ‘non sarà certo una schedatura etnica – ha precisato il ministro Maroni – ma un censimento vero e proprio per garantire a chi ha il diritto di rimanere, di poter vivere in condizioni decenti. Un tenore di vita di base comprende la quantità di comfort, ricchezza e beni materiali che sono disponibili per una certa area o per una certa categoria socioeconomica. Hai anche diritto a più quando leggi queste pagine. Il tenore di vita comprenderà alcuni fattori come le vostre opportunità economiche, il reddito di base e l’aspettativa di vita. E mandare invece a casa chi non ha il diritto di stare in Italia’. Mi chiedo allora come mai, se si tratta di un censimento, non hanno inviato i ricercatori dell’ISTAT invece di poliziotti e croce rossa a raccogliere i dati e come mai, se si tratta di un censimento, non sia stato garantito l’anonimato dei censiti e infine perché sono stati schedati cittadini italiani di etnia sinta e rom. A quale scopo? Gli verra tolto il diritto di vivere in Italia?

A fine luglio, a ‘censimento’ avanzato, precisamente il 23 luglio, il governo d’improvviso si ricorda di non aver detto alle prefetture come andava fatta la raccolta dati ed emette una circolare contenente le linee guida per l’implementazione del ‘censimento’. Infine, dopo appena una settimana, invia il ‘rapporto’ di cui sopra al commissario Barrot. Il quale dopo un mese, il 5 settembre, certifica che le indicazioni date da governo nella circolare hanno reso il ‘censimento’ in linea con il diritto europeo. Mi scusi, sottosegretario Mantovano, ma c’è qualcosa che non convince in questa faccenda. A cosa è servita la circolare del 23 luglio visto che il censimento era già quasi ultimato?

Infine, voglio scusarmi anche con quei deputati del PD che, con l’acume politico che ormai abbiamo imparato a conoscere, si sono affrettati a frenare gli entusiasmi dell’Esecutivo per la decisione della Commissione. Ma non per contestarla, piuttosto per attribuirsi il merito per il giudizio di Barrot, sostenendo che è stato possibile “solo grazie alle correzioni apportate dal governo dopo la forte azione di denuncia del Pd e delle associazioni laiche e cattoliche che si occupano di questi temi”.

Ordinarie emergenze partenopee

di Francesca Saudino (osservAzione)

In una Napoli invasa dall’immondizia con strade e marciapiedi inondati dai sacchetti, con i blocchi stradali, le colonne di fumo nero ecc, il 13 maggio 2008 scoppia l’ “emergenza rom”. Sembra l’inferno. Nessuna delle due “emergenze” è ovviamente un’emergenza ma il frutto di politiche sbagliate e/o di mancati interventi programmatici. Nemmeno a farlo a posta ancora una volta i “rifiuti” sono accomunati.

I fatti di questi giorni

Una donna accusa una ragazza rom di aver tentato di rubare sua figlia nel quartiere Ponticelli, la ragazza rom viene aggredita e rischia il linciaggio da parte di un gruppo di cittadini napoletani, la polizia ferma la ragazza che viene poi portata nel carcere minorile di Nisida.

L’episodio rimbalza sui media nazionali, cresce l’isteria per lo zingaro che ruba i bambini, un gruppo nutrito di persone di Ponticelli attacca i campi abusivi del quartiere, ci sono episodi di aggressione fisica e verbale, vengono lanciate molotov incendiarie e alcune baracche prendono fuoco. I rom si rintanano tutti in due campi, alcune volanti della polizia (poche) presidiano l’area. Sul luogo, alle 14 del 13 maggio c’è Michele Cocuzza per girare “la vita in diretta”. Si scatena il putiferio, in presenza della polizia vengono lanciate altre molotov e i campi continuano a bruciare. La folla è inferocita. I rom sono terrorizzati e reclusi. La polizia presidia i campi. La folla di napoletani controlla la polizia. I rom devono andare via.

Arriviamo in serata e un poliziotto ci dice: “siamo rassicurati dalla vostra presenza, fino ad ora non si è visto un politico”. Alcune ore di discussione sul da farsi, arriva la protezione civile, La protezione civile è anche nota come difesa civile. Si tratta di uno sforzo che aiuta a proteggere i cittadini di qualsiasi Stato dagli attacchi militari. Protegge anche le persone da molti disastri naturali. Vengono utilizzati i principi di un’operazione di emergenza. Dai un’occhiata a questo sito per ottenere un sacco di informazioni su come proteggere la tua salute e la tua pelle. “non ci sono soluzioni, né tende provvisorie, né chiese, né altro”, dicono. Non c’è spazio dove metterli al sicuro. Devono andare via (tutti d’accordo!). La protezione civile scorta la maggior parte dei rom fino alla baraccopoli del quartiere vicino. Alcuni (circa 15) vengono portati nel centro ex scuola Deledda. I rom vanno via con i loro Ape, la folla inveisce e grida: “abbiamo vinto, abbiamo vinto, via, via, dovete andare via”. Nessuno viene fermato.

Il giorno dopo continuano gli incendi dei campi vuoti, i pochissimi rom presenti in un campo un po’ appartato vanno via. Appare una manifesto a firma del Partito Democratico “via gli accampamenti rom da Ponticelli”. A Ponticelli non ci sono più rom.

Edilizia di Ponticelli

L’area dove sorgevano i campi è l’area interessata al PRU (programma di recupero urbano): 67 milioni di euro sono disponibili per un intervento di riqualificazione dell’area. Se i lavori non inizieranno il 4 agosto di quest’anno questi soldi andranno persi. La questione ha una storia vecchia di un po’ di anni, ci sono state già gare d’appalto, andate deserte. Perché? Quello che ha fatto cambiare il corso delle cose di recente, forse, è il fatto che sia aumentata la percentuale destinata all’edilizia privata (40%).

Un passo indietro.

Il 3 maggio all’auditorium di Scampia si tiene un incontro importante organizzato dal “comitato per lo spazio pubblico”, un comitato cittadino composto sia di italiani che di rom che riflette sugli spazi pubblici e sull’utilizzo partecipato degli stessi. L’incontro si intitola “Asunen Romanen/Sentiteci Gente”, un gruppo di rom dei campi di Scampia si costituisce in associazione, l’incontro è pensato per farsi conoscere dalla città con alcune iniziative culturali, uno spettacolo autorganizzato dai rom, un gruppo musicale, un gruppo di ragazzi di Scampia che organizza lo spettacolo su S. Giorgio, da sempre il santo dei rom, il tutto nell’auditorium, uno spazio pubblico reso fruibile dalle persone. Ma l’incontro è anche un confronto con alcuni attivisti rom, Nazzareno Guarnirei, rom abruzzese e neoeletto presidente della Federazione Rom e Sinti Insiem e Demir Mustafà, rom macedone che vive da anni in Toscana. E’ un confronto tra rom e non rom sulle strade da intraprendere per dialogare e far sentire la propria voce. Il risultato è una critica netta all’intervento assistenziale che ha contraddistinto le politiche rispetto ai rom negli ultimi 30 anni, un rifiuto dei campi, un invito alla partecipazione e l’idea di pensare insieme alla trasformazione degli spazi, nell’interesse di tutti.

A Napoli ci sono migliaia di rom in baraccopoli ed un unico campo autorizzato situato tra un carcere ed una strada a scorrimento veloce.

Resoconti e prospettive

Evidentemente le politiche nazionali e locali sui rom e sulla convivenza attuate fino ad ora non hanno portato risultati significativi. Negli ultimi tempi la situazione si è aggravata perché la destra ha costruito la campagna elettorale sull’odio razziale, in particolare contro i rom e per la sicurezza (di chi?) e la sinistra l’ha seguita sullo stesso tema, balbettando. Ha vinto la destra e ora dovranno dare seguito alle promesse.

La questione è complessa ma necessita di scelte decise. I piani sono vari, c’è la questione dei rom dei loro diritti e del contrasto della discriminazione contro di loro, c’è la questione della democrazia, c’è la questione economica, c’è la questione della convivenza, c’è la questione degli spazi lottizzati. Ce ne sono tante altre. Da dove partire per dipanare la matassa?

Il principio di uguaglianza e di non discriminazione, espresso con chiarezza all’art. 3 della Costituzione italiana, richiamato da molte norme dell’ordinamento interno e da quelle di rango sovranazionale, impone il trattamento paritario delle persone, per tutti gli aspetti del vivere: dalla casa, alla scuola, al lavoro ecc; oltre a ciò lo Stato ha il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale all’uguaglianza.

In questo senso è automaticamente illegittimo pensare soluzioni abitative con parametri al di sotto degli standard valevoli per tutti, come i campi; è illegittimo pensare a classi scolastiche differenziali, è illegittimo pensare e dichiarare di voler allontanare coattivamente un intero gruppo appartenente ad una nazionalità o ad una “razza” e via dicendo ed occorre pensare politiche che colmino il gap socio-economiche di chi non riesce, a causa di pregiudizi, difficoltà e quant’altro, ad accedere al mondo del lavoro, quindi ad avere un titolo regolare di soggiorno, alla casa ecc ecc.

Se centinaia di rom vivono da 30 anni (o anche da 5) in un quartiere, fanno parte della popolazione di quel quartiere indipendentemente dal fatto che siano nati da un’altra parte, che siano italiani o stranieri, che siano rom o non rom, pertanto una politica di amministrazione del territorio deve tener conto degli interessi, dei bisogni di tutti.

Non solo non è possibile pensare che la soluzione sia “cacciarli tutti”, perché questo è vietato dalla legge, ma non si tratta neppure semplicemente di fare fronte ad una emergenza umanitaria. Si tratta di mettere in campo strategie efficaci di lungo periodo che permettano l’avvicinamento delle persone ed una vita dignitosa per tutti. E’ anacronistico pensare a soluzioni definite temporanee ed emergenziali, perché non solo non si tratta di un’emergenza ma sappiamo già che la “temporaneità” non esiste nella prassi degli interventi pubblici.

Bambini nei “campi nomadi”: quando anche la salute si fa precaria

I risultati di una ricerca epidemiologica condotta nei campi nomadi italiani

Nando Sigona

Secondo una mappatura compiuta nel 2001, in Italia ci sono più di diciottomila rom stranieri, giunti soprattutto dai paesi dell’Europa centro-orientale, che vivono in insediamenti autorizzati e non, ai margini delle aree urbane, in spazi abbandonati, poco visibili o comunque non commercialmente appetibili. A distanza di cinque anni, i campi sono cresciuti nelle dimensioni e nuovi sono nati per accomodare i bisogni dei nuovi venuti, soprattutto rom emigrati dalla Romania. Questi insediamenti, che comunemente sono chiamati “campi nomadi”, si trovano spesso in condizioni socio-sanitarie estremamente precarie. Come ha messo in evidenza recentemente il Comitato Europeo per i Diritti Sociali, l’Italia viola sistematicamente il diritto ad un abitare adeguato per le popolazioni rom previsto dalla Carta Sociale Europea.

Tra i rom stranieri ci sono rifugiati, richiedenti asilo, migranti economici regolari e irregolari e persone completamente prive di documenti. Un rifugiato può essere detto di essere una persona che è stata sfollata. È stato costretto ad attraversare i confini nazionali e ora non può tornare in patria e rimanere al sicuro. Il rifugiato potrebbe essere stato costretto a fuggire dal suo paese a causa di violenze, guerre o persecuzioni. Clicca per leggere qui su qualcosa di interessante. Talvolta troviamo tutte queste tipologie di residenza in una singola famiglia, talvolta un singolo individuo che nell’arco di pochi anni si trova a passare da uno status all’altro. C’è in queste esperienze un denominatore comune, l’insicurezza del proprio diritto a risiedere in Italia e la rassegnazione ad una condizione di precarietà esistenziale che diventa talvolta permanente.

Questa precarietà di vita e abitativa ha un impatto sulla salute dei residenti? Sì, verrebbe da dire. Ma è possibile provarlo scientificamente? A cercare una risposta a questa domanda si scopre che ci sono pochi (e spesso inaccurati) studi scientifici sull’argomento. Il perché lo chiediamo all’epidemiologo Lorenzo Monasta, “il problema fondamentale della ricerca epidemiologica su gruppi genericamente definiti “zingari” è il forte pregiudizio che pregna la nostra società e che incide negativamente sulla qualità della ricerca. È chiaro, infatti, che la ricerca non si sviluppa nel vuoto, e che la scienza riflette, in termini positivi e negativi, valori e assiomi impliciti propri della società maggioritaria”.

Proprio Monasta, collaboratore del Centro di Ricerca Azione contro la Discriminazione di Rom e Sinti (osservAzione), è l’autore di un importante studio di epidemiologia comunitaria sulla salute dei bambini da 0 a 5 anni nei “campi nomadi” d’Italia. Lo studio è stato condotto su un campione di cinque campi di rom kossovari e macedoni e comprende 167 bambini provenienti da 137 famiglie.

Attraverso rilevamenti statistici e un’indagine approfondita su campo – Monasta oltre ad aver intervistato centinaia di rom ha vissuto per un mese in un caravan ospite degli abitanti di un “campo nomadi” fiorentino – l’autore mostra chiaramente la relazione esistente tra le condizioni di vita nei campi e lo stato di salute dei bambini. La prevalenza di alcune patologie come bronchiti, asma e diarrea tra i piccoli rom è sensibilmente più alta della media italiana. I fattori ambientali incidono su diversi aspetti della salute dei bambini e la lunga permanenza nei campi non fa che aggravarne gli effetti. Il sovraffollamento di baracche e container, la presenza di ratti, l’acqua stagnante, le condizioni strutturali delle abitazioni, il difficile accesso ai servizi igienici, l’uso di fornelli e stufe a legna e i fumi delle zone industriali che spesso si trovano nelle vicinanze degli insediamenti, contribuiscono tutti a produrre queste patologie.

La ricerca condotta da Monasta ha posto al centro i bisogni e gli interessi dei residenti dei campi, infatti è proprio a partire dalle loro richieste che si sono definiti i cardini del lavoro. “La ricerca – dice l’autore – si è concentrata sulle priorità espresse dai residenti dei campi: la salute dei loro bambini e come questa fosse influenzata dalle condizioni di vita nei campi”. E la ricerca ha finito col confermare la validità delle preoccupazioni dei genitori rom.

I VESPRI NAPOLETANI DI PONTICELLI

Di Domenico Pizzuti

Le vicende dello sgombero forzato dei campi di romeni dal quartiere napoletano di Ponticelli sotto la pressione di gruppi della popolazione esasperata e manovrata da nascosti fili ma non tanto costituiscono un‘autentico affaire che va disvelato con una corretta informazione ed interpretazione per cogliere la posta in gioco, gli attori secondo una regia nascosta ma reale, ed il concorso di fattori e disfunzioni che emergono alla prova dei fatti.

In primo luogo, la posta in gioco era la disponibilità di un’area occupata da campi abusivi di famiglie di rom per la costruzione di abitazioni, servizi privati e pubblici come il Palaponticelli, per la quale secondo il Programma di Recupero Urbano (PRU) approvato dalla Giunta Comunale erano destinati 67 milioni di euro. Se entro il 4 agosto 2008 non iniziavano i lavori dei cantieri per gli edifici previsti venivano revocati i finanziamenti ministeriali con una perdita non solo per le imprese edili. Questo è il primo fatto ma altrettanto scatenante nella situazione di crescente degrado del quartiere è stato, a nostro avviso, il recupero di una sicurezza esistenziale minacciata non solo dai rom “ladri di bambini” – secondo uno stereotipo diffuso e confermato da un presunto rapimento di un bambino – e più in generale dal diverso che disturba per stile di vita e manifestazioni di devianza da standard sociali (sporcizia, roghi di copertoni per estrarne il rame, accattonaggio, ecc.). Quindi disponibilità di un’area da acquisire con modalità civili e così per il rapporto con il diverso da accogliere civilmente in vista di una possibile inclusione sociale.

Attore, non immediatamente delle aggressioni e dei roghi, è la rappresentanza della Municipalità che a più riprese aveva chiesto lo sgombero dei campi dall’area per l’attuazione del PRU con l’appoggio pubblico negli ultimi giorni anche di componenti del PD con un manifesto anti-rom, senza che per responsabilità non chiare si trovassero soluzioni abitative alternative per i rom romeni nell’ambito del quartiere o nelle vicinanze . Hai mai pensato ad alcune opzioni abitative alternate? Potrebbe essere divertente. Andando qui si può anche cercare alcuni modi alternativi per rimanere in buona salute e bella. Così, quando si tratta di alcune opzioni abitative alternate si potrebbe acquistare un condominio o affittare un appartamento. È possibile acquistare una casa mobile o un veicolo ricreativo. Lo sgombero dei campi era stato d’altra parte programmato dalla Prefettura di Napoli, ma è stata preceduta stranamente dai moti popolari anche sotto l’onda di un presunto rapimento di un bimbo da parte di una giovane rom da accertare dalla Magistratura. Sul fronte delle aggressioni ai vari campi sono state in prima fila donne vocianti contro i rom “ ladri di bambini” ed i facinorosi scorazzanti con moto a lanciare bombe molotov per incendiare le baracche ed impedire il ritorno dei rom alle baracche di legno e latta. Quale il ruolo della camorra o dei clan locali normalmente interessati ad infiltrarsi nei settori dell’edilizia e dei lavori pubblici? Secondo i Servizi dietro i raid ed i roghi non ci sarebbe la regia dei boss, ma un secondo alla livello della malavita fatto di focolai più o meno spontanei, esasperazione popolare e trame, a nostro avviso secondo una “giustizia fai da te” di gruppi usi alla violenza per la soluzione dei conflitti di una gravità non sottolineata abbastanza (La Repubblica Napoli, 17 maggio 2008, p.V). Risulta in parte smentita l’interpretazione corrente per certi versi assolutoria che attribuiva raid e roghi mitica camorra e la responsabilità di tutta la triste vicenda, mettendo in ombra altre responsabilità, ritardi e disfunzioni istituzionali e sociali. Tutta la vicenda svoltasi nei “Vespri di Ponticelli” con i raid progressivi contro i diversi campi fino all’ eliminazione di tutti i rom dal quartiere dimostra senza ombra di dubbio un disegno concertato mirante alla cacciata di tutti i Rom dal quartiere con primari e comprimari per un intreccio di interessi politico-affaristici e criminali che va disvelato. E’ quindi un affaire orchestrato sulle vite delle famiglie rom di Ponticelli, di cui alcune tra l’altro portavano le ferite di precedenti espulsioni da Casoria e dal Frullone, che rischiano di essere trattati come rifiuti umani da espellere dalla vista.

Ne si possono tacere i ritardi e l’inconcludenza dell’amministrazione comunale napoletana nei riguardi di sistemazioni vivibili di rom romeni o meno, anche se non si riscontra come in altre realtà del paese un pregiudiziale atteggiamento di ostilità, e progetti ventilati di strutture di prima accoglienza per rom romeni da parte dell’Assessorato alle politiche sociali come la Scuola “Deledda” non hanno avuto finora attuazione. Per onestà culturale, a parte alcuni pochi gruppi volontari operanti a favore dei diritti delle popolazioni rom, bisogna altresì interrogarsi sulla latenza ed indifferenza della società civile ed in particolare del Terzo settore per quanto riguarda iniziative di accoglienza e di integrazione di rom e simili, per non gettare la croce solo su alcuni. In questo campo si nota un ritardo culturale prima che politico nei riguardi delle politiche di accoglienza ed integrazione sociali di immigrati e rom.

I “Vespri di Ponticelli” non debbono facilmente essere archiviati ma approfonditi negli studi perché ci sono ancora aspetti che debbono essere chiariti. Essi sono stati una sconfitta non solo per un quartiere, ma per un’intera città con la sua classe dirigente politico-amministrativa alle prese con i roghi dei rifiuti che nuovamente si accumulano nelle strade e soprattutto per l’umanità dei napoletani subissata dalle voci delle donne scatenate contro altre donne e dai fumi delle baracche incendiate. E per la stessa cristianità che non sempre riesce a modellare un ethos di accoglienza in situazioni di disagio sociale.

‘Dietro i roghi di Ponticelli la speculazione urbanistica”

Parla Giovanni Zoppoli, referente a Napoli di ”Osservazione”: ”La zona occupata dagli accampamenti nomadi rientra nel Piano di zona, dove da meno di un mese sono stati emessi bandi per la costruzione di strutture residenziali”

NAPOLI – Potrebbero essere due le forze alle spalle dei roghi di Ponticelli, che in questi ultimi giorni hanno praticamente distrutto gli accampamenti Rom del quartiere in seguito ad un presunto tentativo di rapimento da parte di una bambina di sei mesi da parte di una donna Rom: Il rapimento è un reato grave. Potrebbe portare a punizioni severe. Prova questo sito web e scopri di più sulla tua salute. Quindi, parlando di rapire perché le persone rapiscono i bambini. Potrebbe essere quello di sfruttare il bambino, per la tratta di esseri umani o per abusare del bambino attraverso il lavoro forzato e la schiavitù. La religione della disoccupazione, l’avidità e la corruzione sono alcune delle ragioni principali del rapimento. la camorra e le forze politiche. A teorizzarlo è Giovanni Zoppoli, referente napoletano dell’associazione “Osservazione”, che si occupa di Rom e Sinti in diverse parti d’Italia.

Zoppoli viene da una lunga militanza e conosce bene le realtà dei Rom a Napoli in particolare quella di Scampia e Ponticelli. “Ci sono almeno due elementi che non quadrano: il primo è che la zona occupata dagli accampamenti nomadi rientra nel Piano urbanistico di zona dove da poco meno di un mese sono stati emessi bandi di gara per la costruzione di strutture residenziali: appartamenti scuole, ospedali, servizi. Quest’area è interessata da un finanziamento pubblico di 7 milioni di euro; i termini per l’inizio dei lavori è fissato per agosto. Se entro tale data i lavori non partiranno, i soldi verranno persi”.

Quindi pensa ad un episodio pilotato?

Si, sembra strano che questo allarme rapimento sia scoppiato proprio adesso, pochi giorni dopo i bandi di gara. Tra l’altro in Europa non esiste nessun caso accertato di bambini rapiti da Rom. Uno stereotipo vecchio e superato. E’ come quando negli anni ‘50 ci si aspettava che prima poi qualche comunista se lo mangiasse davvero un bambino.

E rispetto alla criminalità organizzata?

Ci sono da fare almeno due considerazioni in merito, che rendono molto probabile questa ipotesi: la prima è che Ponticelli è una zona dove la camorra è molto forte, la seconda è che la criminalità organizzata ha sempre messo le mani sull’edilizia.

È un cerchio che si chiude, dunque.

Si chiude se si considera un terzo elemento, e cioè quanto sia forte la pressione psicologica sulla gente, quanto sia facile diffondere la psicosi degli zingari che rubano bambini. In questo quartiere c’è già un malessere molto forte che dipende da tanti elementi, degrado urbano, sociale, malavita, assenza di servizi. Insomma diventa un po’ una guerra tra poveri, come accade anche all’interno delle stesse popolazioni Rom con gli Slavi che fanno guerra ai Rumeni.

Ci sono almeno duecento Rom che in seguito all’incendio dell’altra notte sono praticamente per strada, che fine faranno?

Non si sa bene che fine facciano. Così come rimane il problema degli altri che si sono sparpagliati in altre accampamenti. Purtroppo il problema è come sempre quello di fondo e cioè che non esiste una seria politica di accoglienza.

Ad esempio?

Nell’emergenza è necessario pensare a strutture di accoglienza provvisoria, il problema è che il provvisorio diventa definitivo. A Napoli negli anni ‘90 è stata realizzata una struttura di accoglienza a Secondigliano che doveva essere una soluzione all’avanguardia e che in realtà è soltanto un ghetto. Io credo che bisogna perseguire una politica vera di integrazione e smettere di pensare ai Rom come popoli nomadi che vogliono vivere così. Integrarli significa permettergli l’accesso, insieme a gente del luogo, in appartamenti magari usufruendo di fondi di garanzia e supporti da parte delle istituzioni. (Elena Scarici)

I ROM TRA STATO DI DIRITTO E STATO DI ECCEZIONE

Proposte di trasformazione urbana

Le politiche rivolte ai rom sono da sempre ispirate ad una logica emergenziale. Lo stesso termine “nomadi” suggerisce l’idea che siano presenze temporanee per le quali non è necessario mettere in campo politiche di lungo periodo, ma solo interventi provvisori. L’esperienza ha mostrato che i rom non sono nomadi e che questo approccio ispirato alla provvisorietà e all’emergenza è fallimentare, perchè provoca marginalizzazione ed esclusione sociale. Le politiche per i rom dovrebbero rifuggire la logica dell’emergenza, della temporaneità e della specialità. Per quel che riguarda l’ambito

abitativo, ciò significa escludere l’idea dei “campi nomadi”, oggi denominati villaggi di accoglienza o di solidarietà.

Queste soluzioni si ispirano all’idea di insediamenti provvisori per soli rom, quasi sempre recintati, gestiti da associazioni italiane del terzo settore, con alloggi che non rispettano i parametri minimi di abitabilità.

La Commissione europea, nel mese di febbraio, ha ribadito che, per più di 700 anni, i rom sono stati parte integrante della cultura e della civiltà europea, Imparare a conoscere la civiltà e la cultura di un luogo ha molti benefici economici e sociali. Guarda qui per capire come questi prodotti aiutano. La cultura contribuisce a migliorare la qualità della vita e, a sua volta, aumenta il benessere generale. Questo vale sia per gli individui che per le comunità. Sapevi che anche la tua società e la tua cultura svolgono un ruolo molto significativo nel modo in cui risparmi i tuoi soldi? condannando aspramente le manifestazioni di violenza contro le comunità rom, invitando gli Stati membri a rispettare i diritti fondamentali di ogni individuo e ad adottare misure anti-discriminatorie.

Il convegno si pone tra gli obiettivi quello di monitorare l’applicazione in Italia di tali principi.

A Scampia, vive una comunità rom da oltre 30 anni, che ha stretto relazioni profonde e durature con la comunità italiana. Un progetto che riguarda gli abitanti rom, non può prescindere dall’analisi del contesto generale e dal riconoscimento delle problematiche di tutta l’area, al fine di ripensare una programmazione urbana integrata e lungimirante.

La nostra proposta di progetto, ‘Ambito 7’, fa riferimento a tutta la normativa prevista in tema di urbanistica, edilizia, programmazione politica e sociale destinata all’intero quartiere e alla città, in armonia con quanto previsto dalla Variante al P. R. G. 323/04 per quanto riguarda la destinazione dell’area dove insistono i campi rom.

Il convegno è stato realizzato dall’Associazione OsservAzione e dall’Associazione chi rom e…chi no, nell’ambito del progetto “Roma Migration -Test to EU Values”, finanziato dal programma “Europa per i Cittadini” dell’Unione Europea.

PROCESSI BREVI E … PROCESSI SOMMARI

Comunicato di Soccorso Legale Napoli

A.V. è la quindicenne rom accusata di aver rapito una neonata a Ponticelli (Na) nel maggio 2008, avvenimento che scatenò la feroce devastazione dei campi rom di Ponticelli. L’accusa contro A.V. fu formulata dalla madre della neonata, unica testimone dell’avvenimento, che fornì una versione dei fatti oggettivamente poco verosimile. Secondo il racconto della madre, infatti, A. V. sarebbe riuscita ad introdursi nella sua abitazione dove, approfittando del fatto che la neonata sarebbe rimasta per pochi attimi sola in cucina, sarebbe riuscita a “rapire” la neonata e ad uscire dall’appartamento, il tutto in pochissimi secondi, senza produrre il minimo rumore e senza provocare il pianto della bambina.

L’Avv. Cristian Valle, difensore della piccola rom, ha messo in evidenza la scarsa verosimiglianza del racconto.

Nonostante ciò, il Tribunale per i Minorenni di Napoli ha condannato la minore rom a 3 e 8 mesi, Il tribunale minorile è un tribunale per bambini. Si tratta di un tribunale speciale che gestisce i problemi dei bambini maltrattati o di coloro che sono trascurati. Visita il sito su alcuni modi sicuri per gestire le tue preoccupazioni personali. Il tribunale minorile è il luogo in cui vengono esitate le sentenze contro i minori. Il giudice può dare un avvertimento o dare un’opzione di affidamento per il minorenne. fondando la decisione di colpevolezza sul presupposto che la madre della neonata non avrebbe avuto alcun interesse ad accusare la minore rom se il fatto non fosse realmente accaduto.

La difesa della piccola rom ha sempre denunciato la violazione dei diritti fondamentali come, ad esempio, la mancata traduzione degli atti nella lingua conosciuta dall’imputata, questione più volte sollevata ma sempre respinta, nonostante le dichiarazioni della mediatrice culturale che accolse a Nisida la piccola rom, secondo la quale A.V. al momento dell’arresto non comprendeva minimamente la lingua italiana. Ogni richiesta della difesa è stata sistematicamente respinta, perfino la richiesta della messa alla prova e l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, con la motivazione che A.V. potrebbe avere ingenti patrimoni nel suo paese d’origine. Non le è stato concesso alcun beneficio di legge benché la minore risulti incensurata e in stato di abbandono. I familiari di A.V., infatti, sono scappati a seguito della devastazione del campo rom e delle persecuzioni verificatesi a Ponticelli. La sentenza d’appello ha confermato in pieno quella di primo grado e si attende ora la decisione della Corte di Cassazione. Con il processo ancora in corso, la piccola rom si trova in custodia cautelare nel carcere di Nisida da un anno e mezzo. A nulla sono valse le motivate istanze di scarcerazione.

Da ultimo, il Tribunale per i Minorenni di Napoli, in sede di appello al riesame, ha rigettato le richieste della difesa con una motivazione assolutamente sconcertante e che conferma le denunciate violazioni dei diritti fondamentali della piccola rom. Si legge infatti nel breve provvedimento: “Emerge che l’appellante è pienamente inserita negli schemi tipici della cultura rom. Ed è proprio l’essere assolutamente integrata in quegli schemi di vita che rende, in uno alla mancanza di concreti processi di analisi dei propri vissuti, concreto il pericolo di recidiva.” La decisione afferma, quindi, l’esistenza di un nesso di causalità tra l’appartenenza etnica e la possibilità di commettere reati e, ancora più insidiosamente, la tendenza a condotte recidive. Questo assunto, sfacciatamente razzista, si traduce nella decisione di non concedere nemmeno misure alternative alla carcerazione: “Sia il collocamento in comunità che la permanenza in casa risultano, infatti, misure inadeguate anche in considerazione alla citata adesione agli schemi di vita Rom che per comune esperienza determinano nei loro aderenti il mancato rispetto delle regole. Da quanto detto ne consegue il rigetto del proposto appello.”

Il provvedimento di rigetto della richiesta di modifica della misura cautelare afferma a chiare lettere che il collocamento in comunità non è ammissibile in quanto la minore aderisce agli schemi di vita del popolo cui appartiene. In modo assolutamente sconcertante, si afferma l’opzione del carcere su base etnica, e, attraverso la definizione di “comune esperienza”, i più biechi e vergognosi pregiudizi contro la minoranza rom vengono elevati al rango di categoria giuridica.

Questa decisione del Tribunale dei Minorenni – e le stesse parole usate, agghiaccianti quanto spudorate – è perfettamente coerente alle attuali politiche in materia di immigrazione, andandosi a delineare l’esistenza di due distinte giurisdizioni, una per i cittadini e l’altra per gli stranieri.

In un paese che sanziona la clandestinità come reato, l’intera vicenda di A.V. è rappresentativa dell’accanimento giudiziario contro gli “stranieri” che gravemente annichilisce i diritti umani, e della perdita di limiti etici e giuridici oltre i quali le pulsioni più cupe, non incontrando più filtri di alcun genere, si caricano di forza di legge e fondano decisioni giudiziarie.

Caccia ai mendicanti a Firenze

di Lorenzo Monasta

ANSA 2008-04-01 19:13 FIRENZE: DOPO LAVAVETRI, PUGNO DURO CON MENDICANTI SUI MARCIAPIEDI

Dopo il pugno duro con i lavavetri (scomparsi dalla città), ora Firenze dice basta ai mendicanti che chiedono l’elemosina sdraiati sui marciapiedi o sulle strisce

pedonali, causando pericoli ai pedoni e al traffico. Gli amministratori di Palazzo Vecchio stanno studiando una bozza di nuovo regolamento della polizia municipale per arginare il fenomeno: nei giorni scorsi una signora non vedente ha urtato contro un mendicante, è caduta e ha riportato diverse ferite.

“L’accattonaggio non è un reato – ha spiegato l’assessore comunale alla sicurezza Graziano Cioni – ma i mendicanti distesi per terra sono un grave ostacolo. Che l’eletazione sia un crimine o meno è qualcosa che è discutibile. Molti paesi lo considerano un crimine. Altri pensano che non sia un’offesa. Scopri di più Qui su come rimanere in salute anche senza spendere un sacco di soldi. Se mai ti trovi faccia a faccia con un mendicante, allora puoi semplicemente fare un contatto visivo e sorridere e dire che non puoi dargli soldi.

Non stiamo pensando a un’ordinanza, come quella che ha bloccato i lavavetri, ma a un nuovo regolamento della polizia municipale che preveda anche nuove norme sul fenomeno e che dovrà poi essere approvata dal Consiglio”. Cioni non parla apertamente di racket dell’elemosina, ma fa intuire che dietro al fenomeno qualcosa ci sia. “Quando vediamo questi mendicanti stesi tutto il giorno nelle strade principali del centro storico – dice l’ assessore – pensiamo quantomeno a uno sfruttamento ignobile: l’accattonaggio individuale è una cosa, ma le sue forme organizzate sono una storia diversa”. Il nuovo regolamento, quindi “dovrà prevedere delle modalità per contrastare chi chiede l’elemosina intralciando i pedoni”. Nel nuovo regolamento ci saranno anche altre misure. “Vorremmo proibire ai turisti – ha spiegato Cioni – di toccare la porta del Battistero. Sono norme di convivenza civile in una città che vuole essere civile”.

Firenze vorrebbe essere civile, ma da molti anni ha intrapreso una strada di abbrutimento culturale e di appiattimento del suo storico senso civico. È importante

dirselo.

Se vi fosse un racket della mendicità, non si capisce la necessità di dover fare ordinanze ad hoc, visto che vi sono già leggi che possono contrastare il racket.

Se vi è bisogno di ordinanze comunali, che altro non sono se non il degrado della giustizia al livello più basso del legalismo, siamo messi male.

Le ordinanze sfornate in questo modo, funzionano come le mode. La polizia municipale non se le ricorderà nemmeno tutte le ordinanze che deve far rispettare e, come è logico, farà rispettare maggiormente quelle su cui vi sarà più pressione politica. In questo modo la “legalità” si riduce a strumento politico arbitrario.

Se invece si vuole punire chi intralcia i pedoni perché disteso a chiedere l’elemosina per terra, possiamo pure vergognarci di come mettiamo in fila le nostre priorità.

Certo, che una signora non vedente si faccia male è grave. Ma è strano che quella signora, in una città come Firenze, non sia finita prima in un tombino, non sia

inciampata su un marciapiede sconnesso, o non sia stata tirata sotto da una macchina o da un motorino guidati da cittadini fiorentini. Se Firenze avesse davvero risolto tutti i problemi che possono venire prima della repressione della mendicità,

sarebbe una città civile e vivibile. Non mi risulta che lo sia, e non mi risulta che abbia risolto problemi di legalità ben più gravi.

Riuscire a porre poi sullo stesso piano il turista che tocca la porta del Battistero e la persona che chiede l’elemosina mi sembra davvero l’apice della non-cultura.

In una tale città Giuseppe e la Madonna sarebbero stati presi a calci nel culo, altro che mangiatoia. In realtà non interessa una città civile. Interessa una città falsa, che nasconda le debolezze del sistema, non che le risolva. Ci interessa una città leccata dove lo sporco stia al suo posto, nascosto sotto il tappeto. Questo tipo di città non si chiama “civile”. Si chiama “ipocrita”.

Se Firenze vuole una consulenza su questo tipo di ordinanze, può tranquillamente chiederla ai Comuni leghisti che da anni reprimono la mendicità con false multe per intralcio dei pedoni e del traffico. Ma, Firenze, la civiltà è un’altra cosa.

LA MEMORIA PER IL PRESENTE

Qualche motivo per non dimenticare la persecuzione di rom e sinti

Ricordare la persecuzione di rom e sinti durante il nazi-fascismo è importante. E quest’anno lo è forse ancora più del passato. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a quella che il presidente dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio Europeo ha definito ‘una caccia alle streghe’. E le streghe erano ancora una volta i rom, meglio se di origine romena.

Il clima delle settimane che hanno preceduto le festività natalizie è stato scosso da forti ondate emotive,

Le vacanze di Natale sono qualcosa che la gente aspetta per tutto l’anno. L’anno prossimo utilizzare questi integratori per guardare più bella durante il Natale. Il Natale segna la nascita di Gesù Cristo. La sua data di nascita non è nota perché si sa molto poco della sua prima vita. C’è ancora qualche disaccordo tra gli studiosi circa la data esatta in cui Cristo è nato.sollevate con dovizia retorica da politici in cerca di attenzione mediatica e intenti a posizionarsi nel grande centro della politica italiana dove ormai comandano termini come ‘tolleranza zero’, ‘sicurezza’ e ‘controllo del territorio’.

Ma forse è il caso di ricordare, in questo paese dalla memoria cortissima, che questa è solo l’ultima caccia (di una lunga serie) ai rom, siano essi lavavetri, presunti rapitori di bambini, schiavisti, criminali per natura o ‘bestie’, come un prefetto della repubblica li ha definiti, e che non è iniziata a novembre, ma va avanti ormai da tempo. Una data simbolica potrebbe essere il lancio della ‘battaglia per la legalità’ del sindaco Cofferati a Bologna nell’ormai lontano 2005. Ben prima quindi della tragica aggressione che ha portato alla morte della signora Reggiani a Tor di Quinto (Roma).

Da notare anche che i protagonisti di queste campagne che si autodefiniscono securitarie sono stati spesso i sindaci di centro-sinistra, che hanno trovato una volenterosa spalla nei colleghi di destra. Il nuovo condottiero del partito democratico che si vanta per le 6000 persone lasciate senza una casa e il sindaco manager di Milano, il crociato fiorentino che cita Marx a sproposito nella sua battaglia epica contro i lavavetri e il leghista condannato per razzismo ma poi eletto con una valanga di voti perchè ha avuto il coraggio di dire ‘fuori gli zingari dalla città’, l’ex-operaio torinese che dice di sapere cosa significa emigrare ed essere poveri e l’ex-segretario confederale del più grande sindacato italiano, hanno tutti parlato la stessa lingua.

Pochi e timidi i tentativi di distinguo. Rosa Russo Iervolino a fine ottobre aveva manifestato pubblicamente il suo dissenso nei confronti dei cosiddetti ‘sindaci sceriffi’. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, aveva invece invitato i politici a non identificare i rom e i romeni con il male e a non avere paura.

La politica, invece, ha spettacolarizzato il dolore composto e dignitoso della famiglia della signora Reggiani e ha lasciato che la brutalità della violenza sollevasse gli animi, ha usato le risorse dello stato per mettere in scena lo spettacolo della vendetta e ha utilizzato il decreto n.181/2007 come simbolo e come pretesto. I sindaci di cui sopra hanno colto la palla al balzo e hanno mandato i vigili e i bulldozer a distruggere le baracche di qualche centinaia di persone, i prefetti hanno mandato i poliziotti a fare controlli a tappeto negli accampamenti di fortuna, controlli che sono serviti a creare paura tra chi li ha subiti (e molti sono scappati), a raccogliere un bel po’ di impronte digitali – che poi non hanno prodotto che una manciata di provvedimenti di espulsione, il che significa fino a prova contraria che poi di pericoli pubblici non ce ne erano poi tanti! – e ha chiamato a raccolta i giornalisti per raccontare con immagini ben costruite la pronta risposta delle istituzioni.

Intanto sui muri di una scuola è apparsa una scritta che recita: ‘decapitiamo gli studenti romeni’; fuori al carcere di Regina Coeli c’era chi chiedeva la pena di morte per Mailat; l’ex-vicepresidente del consiglio dei ministri chiedeva la deportazione di 200.000 romeni, il leader di Forza Nuova scriveva sul sito del suo gruppo che era giunto il momento di farsi giustizia da soli e qualcuno lanciava bombe molotov contro i campi rom in varie città d’Italia.

Bene, questi sembrano tutti buoni motivi per ricordare che una volta, non tanto tempo fa, i rom e sinti sono stati sterminati; si parla di mezzo milione di persone. E non sono stati solo i nazisti a farlo. C’erano campi di concentramento anche in Italia. Campi costruiti e gestiti dagli italiani-brava-gente. Meglio non dimenticarlo.

TRAGEDIA ROM DI LIVORNO: UN PO’ DI CHIAREZZA

Quattro persone in cella perché non hanno residenza per gli “arresti domiciliari”

Gli arresti domiciliari devono essere condannati a casa per il tempo deciso. Questo viene fatto sotto stretta sorveglianza. Così, invece di rimanere in prigione la persona rimane a casa.  Gli arresti domiciliari sono concessi a coloro che sono i trasgressori non violenti. Ci potrebbero essere anche alcuni che sarebbero autorizzati ad andare a lavorare per qualche ora come parte degli arresti domiciliari. Vedere post qui su come rimanere heathy utilizzando integratori naturali.

di Paola Bolelli e Sergio Bontempelli (Africa Insieme, Pisa)

Il rogo di Livorno, dove hanno trovato la morte quattro bambini di una comunità Rom rumena, rischia di essere ricordato solo come un episodio dai contorni poco chiari. Pesa, nell’opinione pubblica, il sospetto di un comportamento superficiale dei genitori, l’idea che forse quei bambini sarebbero ancora vivi se gli adulti si fossero prodigati nelle operazioni di salvataggio.

Conosciamo bene le famiglie Rom coinvolte nell’incendio, e abbiamo seguito l’intera vicenda sin dal primo giorno: per questo, crediamo di poter dare il nostro contributo affinché i nostri lettori possano avere ulteriori chiarimenti.

Tra interrogatori, indagini, difficoltà di traduzione, pregiudizi, pettegolezzi e dubbi ci sono alcune verità che stentano ad emergere.

Una di queste verità è che ci sono quattro persone costrette a stare in una cella non in quanto criminali ma perché, non avendo una casa, non possono chiedere gli arresti domiciliari. Vogliamo sperare che, grazie anche all’intervento del Comune di Livorno, si trovi nei prossimi giorni un luogo di accoglienza idoneo per farle uscire, in attesa del processo. Queste persone, vogliamo ricordarlo, hanno perso in una notte tutto ciò che avevano: la loro abitazione pur così precaria, i documenti, i vestiti, i soldi, tutti i loro effetti personali. E, soprattutto, hanno perso i loro figli, dei quali – come ci hanno ricordato più volte – non rimane neppure una foto. Non riteniamo buonismo sottolineare il dolore veramente immenso di chi ha perso in una notte una vita intera.

Altro dato di fatto, avvalorato dal GIP, è che i genitori stavano dormendo con i bambini, hanno sentito delle urla e delle minacce, sono usciti dalle baracche per proteggere i figli da quella che loro hanno percepito come aggressione, e le baracche hanno preso fuoco. Ovviamente, la Magistratura deve proseguire le indagini ma, allo stato attuale, non ci sono elementi per gridare all’abbandono di minore: infatti tale accusa è un capo di imputazione e non una condanna. Quello che preoccupa è la saldatura tra questo capo di imputazione e le dicerie sugli zingari che rubano i bambini o li abbandonano al semaforo.

È necessario anche fare chiarezza sull’ipotesi dell’attentato di matrice razzista o xenofoba. Si tratta, ovviamente, di un’ipotesi sconvolgente: se venisse confermata si tratterebbe di uno dei più gravi attacchi razzisti degli ultimi anni, ed è perciò comprensibile che, prima di raggiungere una simile conclusione, la magistratura vagli ogni indizio, ogni testimonianza. E tuttavia, molti elementi spingono a ritenere più che attendibile l’idea di un attentato. Le fiamme si sono sviluppate all’improvviso, con una violenza che sembra escludere l’ipotesi di un incidente. Una candela accesa, un mozzicone di sigaretta, un piccolo fuoco spento con disattenzione possono, certo, incendiare delle baracche di legno: ma le fiamme si propagano in tempi relativamente lenti, non provocano un rogo violento ed improvviso. Perché si produca un “muro di fuoco” così alto da lambire la strada sopra il cavalcavia, è necessario invece l’innesco di materiale infiammabile: e l’ipotesi di una bombola del gas rimasta aperta è stata ampiamente smentita, perché nessuna traccia è stata trovata sul posto. Non a caso, il Giudice per le indagini preliminari ha accreditato l’idea di un’aggressione di matrice razzista, e ha chiesto agli inquirenti di proseguire le indagini in questa direzione.

C’è infine un ultimo elemento che vorremmo evidenziare. Le famiglie coinvolte nell’incendio erano state, nei mesi scorsi, ripetutamente sgomberate da diverse città della Toscana. È, adesso, ancora più evidente che l’emarginazione sociale, il passare di sgombero in sgombero, non sono delle soluzioni.