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Sgomberi a Pisa

Il caso della comunità rom lungo via Aurelia

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22 aprile 2010, di Sergio Bontempelli

Inviamo questo breve dossier per segnalare il caso, drammatico, di una piccola comunità rom (oggi composta da cinque famiglie) proveniente dalla Romania, insediatasi a Pisa da circa cinque anni, in un campo non autorizzato posto all’estrema periferia Nord-Est della città, lungo la Statale Aurelia.

Il gruppo è vissuto per anni in una situazione di marginalità sociale e abitativa, ma anche in relativa tranquillità: gli sgomberi, che pure ci sono stati, hanno avuto in passato una frequenza sporadica, e hanno consentito sempre di ricostruire una qualche forma di insediamento.

Nell’Aprile 2009, le cose cambiano: la piccola comunità viene “scelta” dall’Amministrazione Comunale per avviare l’esperimento dei “rimpatri volontari e assistiti”. In pratica, la Società della Salute – l’ente pubblico che gestisce per conto dei Comuni i servizi sociali e sanitari – propone ai capifamiglia l’alternativa: o accettare il rimpatrio, o subire lo sgombero e l’allontanamento dal campo.

Il progetto del rimpatrio prevede il pagamento delle spese di viaggio da parte della società della Salute, più un “bonus” in denaro – variabile dai 500 ai 1.500 euro, a seconda della consistenza del nucleo familiare – erogato al capofamiglia. In cambio, gli interessati si impegnano «a non richiedere benefici di assistenza sociale di nessun tipo salvo quelli strettamente necessari al rimpatrio; a cessare, anche per il futuro, nella zona pisana ogni forma di campeggio, attendamento, dimora in baracche, veicoli, camper, roulotte, ontainer, prefabbricati, tende ed altre strutture simili; a non emigrare nuovamente in Italia per almeno un anno» [citato dal Contratto Sociale fatto firmare alle famiglie rom che accettano il rimpatrio, allegato 1 alla delibera Direttore Generale Azienda USL 5 di Pisa n. 830 del 13 Maggio 2009]. Il piano dei rimpatri suscita ampie discussioni in città: alcune associazioni – tra cui la nostra – segnalano alla stampa locale l’illegittimità di un progetto di rientro formalmente volontario, in realtà proposto sotto minaccia di sgombero, e che prevede tra l’altro alcune clausole (come quella del divieto di rientro in Italia) palesemente contrarie al diritto comunitario in materia di libera circolazione.

I rom del campo si dividono: alcuni nuclei familiari accettano il rimpatrio con rassegnazione, per evitare gli sgomberi, mentre la maggioranza rifiuta, e anzi promuove azioni pubbliche di protesta. 

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