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I rom in comune

Studio sul Comune di Napoli e i rom che ci vivono

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01 luglio 2012, di Giovanni Zoppoli e Francesca Saudino, da Progetto Star - Quaderni del Mammut

Introduzione 

di Giovanni Zoppoli

Da settembre 2011 a luglio 2012 il Comune di Napoli, insieme all’Open Society Foundations, fi nanziatore del progetto, all’associazione OsservAzione e all’associazione Compare (guida del progetto) ha realizzato il percorso di ricerca-azione Star: Strategie per l’advocacy e l’integrazione della popolazione rom in Italia. Ancora prima di terminare, Star è stato chiamato a raccontarsi in occasioni importanti, come nel convegno internazionale organizzato a Milano nel giugno 2012 dalla Casa della Carità1. Il motivo dell’interesse suscitato è probabilmente dovuto alle gravi lacune che caratterizzano le politiche nei confronti dei rom anche a livello europeo più che all’eccellenza del nostro percorso. Quella che in Italia è stata più volte defi nita “la politica dei campi”, connotando la tipologia dell’approccio e dell’intervento pubblico relativo ai rom, ha visto l’impiego di importanti risorse economiche e umane per il mantenimento delle “strutture-campi”, per la loro costruzione o il loro abbattimento, per riparare ai molti danni sociali che hanno provocato2. A differenza di città come ad esempio Milano dove l’intervento pubblico è spesso coinciso con appariscenti sgomberi di campi abusivi, salvo poi vederli riapparire qualche chilometro più in là, a Napoli e nel napoletano gli sgomberi istituzionali sono stati praticamente assenti (ad eccezione di quello di Giugliano in Campania del 2011 minacciato per anni). Diversamente lo spostamento di interi campi e l’allontanamento delle persone è in più occasioni stato determinato da azioni violente e aggressive ad opera di cittadini incattiviti (non si può dire se e quanto coadiuvati da gruppi criminali organizzati): si ricordano in tal senso l’incendio di alcuni campi a Scampia nel 1999 e quello di Ponticelli nel 2008. Per il resto l’uscita dai campi non è guidata da una programmazione e da una presa in carico istituzionale, ma dalla capacità dei rom stessi di trovare soluzioni autonome, attraverso la propria rete familiare o l’aiuto di privati cittadini. A Napoli come in altre città italiane, col passare degli anni e con l’arrivo di raccomandazioni e condanne europee3, linguaggio e forma degli interventi istituzionali sono andate adeguandosi, mettendo in campo soluzioni meno palesemente deprecabili (come campi più piccoli o centri di accoglienza) e facendo più attenzione al rispetto di parametri quantitativi, come quelli relativi a iscrizione e frequenza scolastica4. Per fortuna, come anche la ricerca Star conferma, in questi anni sono stati realizzati anche molti tentativi coraggiosi, in controtendenza con le politiche prevalenti, ispirati più a criteri di economicità ed efficienza che a ideologie salvifiche. Tra queste l’esempio del Comune di Bolzano che ha inserito da tempo i rom nel suo più generale standard di effi cienza amministrativa. A dimostrazione del fatto che non sono i soldi a fare la differenza, un altro Comune virtuoso è stato quello di Messina, che è riuscito a svuotare un campo storico risistemando i suoi abitanti in alcuni appartamenti della città. Numerose sono state anche le buone pratiche sperimentate dal privato sociale e dall’associazionismo pro rom (di cui si darà conto nelle pagine che seguono), a testimonianza del fatto che è possibile ottenere risultati positivi a condizione che si lavori in maniera intelligente. Si è trattato purtroppo quasi sempre di pratiche isolate, che non hanno saputo o potuto farsi sistema e che alla fine hanno dovuto pagare un caro prezzo (se non il fallimento finale) alla più generale modalità con cui l’amministrazione si rapporta alla questione rom. Oltre agli uffici rom di cui molti comuni si sono dotati, non esistono esempi di pubbliche amministrazioni che hanno deciso di rinnovarsi a partire dalle diffi coltà incontrate con i rom. Non considerare più i rom come problema sociale, signifi ca analizzare e porre riparo a quanto non va nel più generale impianto urbanistico, educativo, finanziario, giuridico, amministrativo, culturale della macchina comunale, a prescindere dai rom. Se a modificarsi è la città nel suo insieme, il cerino non rimane più nelle mani delle politiche sociali e i rom fi niscono di essere il problema di cui occuparsi.

L’innovatività del percorso Star sta principalmente qui: non cerca di realizzare una specifi ca azione, ma cerca di contribuire al cambiamento di impostazione e approccio dell’ente locale. I ricercatori esterni che sono intervenuti come guida del percorso di ricerca andranno via e, speriamo, rimarrà al pubblico una nuova sensibilità e un progetto di struttura più idonea per affrontare l’ordinarietà. 

Il secondo ambito dell’innovazione è invece quello della formazione. Anche nel percorso Star uno dei primi muri da superare è stato il preconcetto verso la formazione vista come “perdita di tempo”. Oltre al clima di sfi ducia creato dai molti soldi mal gestiti in questo settore nel passato, anche la formazione, come la scuola, paga lo scotto di aver troppo spesso adoperato metodologie più idonee a distogliere interessi e a distrarre conoscenze, che a produrre crescita, consapevolezza, competenza. Sopratutto in settori apparentemente specialistici, come potrebbe apparire quello dei rom, si è fatto sempre più ricorso alla fi gura dell’“esperto”, chiamato spesso a interpretare il ruolo di grande fustigatore e unico depositario della conoscenza dei rom. L’approccio alla base del percorso Star è andato in cerca di modalità differenti. Innanzitutto nel conferire rinnovata dignità al tempo dell’incontro formativo, cercando di inserirlo in una cornice di senso e signifi cato sempre funzionale all’effettivo scambio e incontro tra chi era presente. In secondo luogo cercando di mettere avanti debolezze e ignoranze come presupposto per un cammino di conoscenza autentico e comune. E non solo in ottemperanza a una modalità formativa ritenuta effi cace, ma sopratutto perchè i presunti “esperti di rom” presenti nel gruppo Star erano portatori di dubbi e incertezze più che di soluzioni e ricette da applicare in ogni salsa. È quindi l’ambito formativo il secondo in cui Star ha tentato di provocare rinnovamento. Lo stupore di vedersi sotto una luce nuova anche per chi si co nosceva da molti anni; scoprire che il tempo è sempre poco quando si è davvero in ricerca; apprendere molte cose nuove senza essersene nemmeno accorti; aver portato dubbi dove c’erano certezze stereotipate; sentirsi ognuno e sempre parte attiva, portatore di possibilità di conoscenza e non destinatario passivo del “verbo” dell’esperto. Scoprire ancora una volta che un gruppo al suo interno ha già tutte le potenzialità (di conoscenza, abilità, sensibilità, ruoli) per risolvere problemi apparentemente insormontabili è stata per me la conferma della validità di un metodo sperimentato in questi anni anche con i bambini, gli insegnanti, i detenuti, i degenti di un centro di salute mentale e altri contesti variegati del nord, centro e sud Italia5.

Note

1 Rom e sinti, un’indagine nazionale, Convegno di presentazione della prima indagine sulla condizione di rom e sinti in Italia, Milano 11-12 giugno 2012.

2 In particolare i progetti educativi sono tra gli ambiti più signifi cativi rispetto a questa tendenza. Oltre alla ricerca Star, vedi a riguardo anche la ricerca EU-Inclusive svolta da Casa della Carità nel 2011.

3 Vedi capitolo 3 sulla condizione giuridica dei rom.

4 Sulla qualità della relazione educativa, la sola che garantisce uno standard accettabile di scolarizzazione, non esiste a oggi un effettivo monitoraggio, come risulta dal capitolo 5 sull’educazione.

5 Zoppoli G. (a cura di), 2010, Come partorire un Mammut (senza rimanere schiacciati sotto), Napoli, Marotta & Cafi ero.

 

 

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