Osservazioni Editoriali, notizie e analisi su ciò che accade dentro e fuori le nostre città; una raccolta di tutte le più ampie sfaccettature della discriminazione. Una prima fase di indagine, il punto di inizio del processo di ricerca azione.

"Riconoscere la minoranza linguistica romanì è un primo passo"

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la risposta della Fondazione Romanì al nostro articolo del mese scorso, convinti dell'importanza di continuare il dibattito su un tema così importante.

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25 novembre 2015, di Fondazione Romanì Italia

Gli amici dell'associazione OsservAzione hanno elaborato un documento di riflessione sul disegno di legge per il riconoscimento della minoranza linguistica romanì e li ringraziamo per l'attenzione e la riflessione stessa. Detto questo, teniamo a riprendere e approfondire alcune questioni che emergono dal loro documento.

Nella primavera 2015 l'associazione LEM-Italia (Lingue d'Europa e del Mediterraneo) e la Fondazione Romanì Italia hanno messo a punto una proposta di legge statale per il riconoscimento della minoranza linguistica romanì che è stata presentata ufficialmente e condivisa con i partecipanti del Primo Congresso mondiale dei diritti linguistici, organizzato all'Università degli Studi di Teramo dal 19 al 23 maggio scorsi proprio da LEM-Italia e dall'Accademia internazionale di diritto linguistico di Montréal.

A partire dal Congresso e fino a fine settembre abbiamo avviato un'ampia condivisione su tutto il territorio nazionale anche partecipando attivamente alla Terza Carovana della memoria e della diversità linguistica. Nel mese di ottobre abbiamo depositato alla Camera dei deputati il disegno di legge a firma di 21 parlamentari.

Approfondiamo alcune questioni che emergono dal documento dell'associazione Osservazione.

Scrive OsservAzione: «alle norme che consentono l'utilizzo della lingua romanès nel rapporto con la pubblica amministrazione e nei media, alle provvidenze per l'editoria in lingua e all'impiego di mediatori linguistici. Nella proposta sostenuta dalla Fondazione Romanì, questi temi rappresentano l'unico obiettivo e fissano il perimetro dell'intervento legislativo attorno al tema dell'utilizzo del romanes»

Nostro approfondimento: non è solo questo: il riconoscimento è ipso facto un'elevazione (più o meno marcata a seconda dei casi) dello status della lingua e della cultura romanì, e non è cosa da poco. Il riconoscimento giuridico della lingua di minoranza è molto spesso il primo passo per un intervento migliorativo delle condizioni di esistenza di una comunità linguistica minoritaria, e questo è tanto più vero per la comunità romanì, ingiustamente esclusa dalle leggi che applicano l'articolo 6 della nostra Costituzione («La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche»).

Scrive OsservAzione: «siamo quindi dell'idea che sarebbe sufficiente aggiungere poche righe alla legge 482/99, inserendo anche rom e sinti tra le minoranze storico-linguistiche tutelate.»

Nostro approfondimento: In linea teorica sì, ma nella pratica rischia di non bastare. Ad ogni modo, nella Proposta di legge depositata alla Camera si parla anche della modifica della 482, ma insieme con altre disposizioni. Siamo peraltro consapevoli di come l'emendamento esclusivo della 482 sia difficilmente praticabile (come dimostra il fallimento in passato di diversi tentativi in tal senso).

Scrive OsservAzione: «La proposta della Fondazione Romanì ci sembra da questo punto di vista assai più condivisibile, perché non mette in campo una concezione "essenzialista" della cultura rom ma si limita ad intervenire sul diritto all'uso della lingua. Eppure anche questa proposta riproduce, sia pure solo sul piano della lingua, un atteggiamento simile. L'articolo 2, comma 3 impegna infatti lo Stato ad un lavoro di "standardizzazione della lingua romanì, al fine di facilitarne lo studio e la trasmissione generazionale". L'ipotesi della standardizzazione del romanì è, almeno dagli anni Settanta, una sorta di Santo Graal prospettato, senza mai essere stato raggiunto a nessun livello, da tutte le generazioni di intellettuali e attivisti rom. Di contro, generazioni di linguisti, molti dei quali storicamente attivi accanto e dentro l'associazionismo rom (tra gli altri Matras e Halwachs), hanno ampiamente mostrato l'impossibilità linguistica e l'inutilità politica della standardizzazione, poiché il romanès è già oggi, nella sua diversificazione storica e geografica, una lingua. La standardizzazione appare quindi come una operazione artificiale, o se si vuole, una opzione totalmente politica, che, nel tentativo di garantire visibilità e riconoscimento alla lingua dei rom, porta con se il rischio di occultare e svalorizzare la pluralità delle pratiche linguistiche, la pluralità degli sviluppi e delle trasformazioni in atto all'interno delle diverse comunità di parlanti romanès. Evidentemente, l'ipotesi di intervento sulla lingua rom non equivale alla mobilitazione sul piano politico e normativo di una "cultura rom" quanto mai difficile da definire. La differenza riguarda le conseguenze sociali e politiche di tali interventi, perché mentre la proposta della Fondazione Romanì rischia, in parte, di costruire un referente linguistico artificiale lontano dai parlanti"

Nostro approfondimento: Questa critica, solo apparentemente fondata, finisce proprio per dimostrare l'urgenza di procedere al riconoscimento giuridico del romanès. Ci spieghiamo:
1. intanto non è corretto quanto scritto: nella nostra proposta lo Stato non si impegna a standardizzare il romanès, ma ne promuove la standardizzazione, cioè la incoraggia. La standardizzazione linguistica (che dopo capiremo meglio cos'è e, soprattutto, cosa non è) non è un'imposizione dall'alto ma è l'altra faccia del riconoscimento. Non c'è riconoscimento giuridico se non c'è, a monte e/o a valle, una qualche forma di standardizzazione. E difficilmente può esserci normalizzazione (= uso normale) della lingua di minoranza se non c'è normativizzazione (= standardizzazione) della stessa.
2. riconoscere il romanès come minoranza linguistica significa elevare lo status del romanès equiparandolo de jure e de facto ad altre lingue naturali altrettanto riconosciute. Ora, tutte le lingue naturali riconosciute in quanto tali possono conoscere (e generalmente conoscono) nel corso della loro storia un processo di standardizzazione che, in quanto tale, è inevitabilmente operazione poco o molto artificiale, ma sempre artificiale: il toscano fiorentino imposto dopo l'Unità come standard nazionale è un'operazione estremamente artificiale (basti leggere l'interessantissimo dibattito tra Manzoni e Ascoli a cavallo degli anni '70 dell'Ottocento), così come l'attuale occitano linguadociano nei confronti delle varianti iperlocali della lingua d'oc è ortograficamente costruito su base etimologica rifacendosi alla lingua dei trovatori ecc. Dati questi e tanti altri possibili esempi, viene da chiedersi: perché mai il romanès non può conoscere questo processo di standardizzazione? Ecco che, paradossalmente, il contributo di OsservAzione, che opportunamente denuncia il rischio di cristallizzare la cultura rom, finisce paradossalmente per cristallizzare una certa idea sociale del romanès, confinando tale lingua-cultura (il binomio è d'obbligo) in una condizione di oralità connivente senza scampo... senza cioè possibilità di evoluzione. In sostanza, quella dinamicità e plasticità che gli amici di OsservAzione riconoscono alla cultura romanì non viene concessa al romanès... per quale motivo?
3. Ma veniamo al punto più importante. Standardizzare una lingua non significa necessariamente distruggere o ricoprire le sue varianti dialettali (diatopiche). Significa soprattutto consentire al romanès di arricchirsi, di superare la condizione di "lingua dialettale", il che passa fatalmente per la possibilità di scriverlo, di scriverlo secondo "regole" (in particolare sintattiche e ortografiche) condivise dalle varie comunità, e di essere di conseguenza più e meglio presente nello spazio pubblico. Questo può portare, anche, a una maggiore presenza nello spazio pubblico del soggetto rom. Torniamo quindi a parlare dell'essenziale: innalzare lo status della lingua per contribuire alla disalienazione della comunità linguistica romanì.
E poi è indispensabile sottolineare come esistano tanti modi di standardizzare una lingua: ad esempio, imponendo una grafia e una variante locale su tutte le altre oppure proponendo una norma ortografica e morfosintattica che tolleri le varianti dialettali. I còrsi hanno per primi inventato la nozione di "lingua polinomica", una lingua còrsa che è ben codificata nella grammatica e nella grafia e che nel contempo contempla la variazione diatopica. Perché non seguire questo esempio? Oppure, ancora, il modello occitano: esiste una nozione unitaria di occitano ormai condivisa e consolidata tanto dalla comunità scientifica quanto dai militanti che non entra in conflitto con le varianti diatopiche regionali anche marcate (guascone, linguadociano, provenzale, alverniate, vivarese, limosino), ciascuna con la sua modalità di scrittura ma con generali convergenze, le quali, in fin dei conti, consentono una più che buona intercomprensione tra parlanti di regioni diverse.

In conclusione: la standardizzazione non dev'essere vista come un mostro artificiale, un'imposizione dall'alto, una negazione della lingua veramente parlata dalle persone, ma come un processo di crescita e di coscientizzazione degli ambienti culturali romanì, come il pieno accesso alla dimensione di lingua (anche) scritta, come creazione di uno strumento di comunicazione a più ampio raggio rispetto alla semplice comunicazione di connivenza (l'oralità è un parametro anzitutto topologico, perché la mia voce la posso far sentire solo a chi mi sta vicino: per ampliare la portata della mia parola ho bisogno o di una radio / televisione in romanès, o di poterla scrivere!).
Negare la possibilità e l'opportunità di avviare questo processo (ripetiamo, in modo ragionato e non rigido o superficiale) significa cadere nell'errore in cui spesso si cade in ambito minoritario, e cioè il purismo, che tocca vertici paradossali in quella che ci spingiamo a definire l'idolatria della tradizione, di cui offriamo, senza pretesa di esaustività, alcune aporie tipiche:
- la lingua X non si può scrivere perché si è sempre solo parlata;
- non si possono inventare parole nuove nella lingua X perché nella lingua tradizionale tali parole non esistono;
- la lingua X è la lingua dell'intimità, non certo dello spazio pubblico, ecc.
Come è facile notare, questi riflessi puristi costituiscono essenzialmente un limite, un blocco allo sviluppo della comunità linguistica di minoranza, la quale deve invece, pur se in maniera progressiva, essere attore consapevole del cambiamento.

In particolare, la comunità romanì ha un grande, per non dire drammatico, bisogno di aprirsi e di farsi conoscere.