Osservazioni Editoriali, notizie e analisi su ciò che accade dentro e fuori le nostre città; una raccolta di tutte le più ampie sfaccettature della discriminazione. Una prima fase di indagine, il punto di inizio del processo di ricerca azione.

Ruspe, insulti e propaganda

oggi assistiamo alla ennesima criminalizzazione che colpisce interi gruppi sociali, perché solo e soltanto quando gruppi di stranieri o marginali sono coinvolti in fatti di cronaca allora è possibile far diventare il gesto e le responsabilità di un individuo colpa di una intera collettività, etnicizzare il crimine, e, ancora peggio, dipingerlo come destino immodificabile di una intera collettività.

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29 maggio 2015, di Lorenzo Monasta e Ulderico Daniele

Chi ha commesso i fatti di Roma, chi guidava quell’auto e ha ucciso quella donna, e ferito le altre, dovrà essere giudicato dalla legge, come qualsiasi cittadino. Non sarà una scusante il fatto di appartenere ad un’etnia o un’altra, o il fatto di essere o meno cresciuto in condizioni disagiate o ai Parioli.

Ma, come già in molte altre occasioni, oggi assistiamo alla ennesima criminalizzazione che colpisce interi gruppi sociali, perché solo e soltanto quando gruppi di stranieri o marginali sono coinvolti in fatti di cronaca allora è possibile far diventare il gesto e le responsabilità di un individuo colpa di una intera collettività, etnicizzare il crimine, e, ancora peggio, dipingerlo come destino immodificabile di una intera collettività.

E così si prepara e si giustifica il linciaggio, prima mediatico, nei commenti online di illustri politici e “gente comune”, poi quello fisico e addirittura “popolare”, come a Ponticelli nel 2008 o alla Continassa nel 2012.

E’ tanto semplice, quanto necessario, ricordare il diverso trattamento che simili episodi di cronaca hanno ricevuto quando il colpevole apparteneva all’ “etnia italiana”; di cui sono piene le cronache degli ultimi anni, e quindi le responsabilità dei media e del ceto politico, appaiono chiaramente, e per l’ennesima volta, davanti ai nostri occhi, eppure molti riescono serenamente ad ignorare tutto questo.

Ma i fatti di Roma cadono in un momento particolare, dopo che le rivelazioni di “Mafia Capitale” hanno messo in luce tangenti e malaffare nella gestione dei campi-nomadi, nel mezzo di una campagna elettorale in cui è sempre la voce più rozza, provocatoria ed insultante a conquistare la prima pagina. E i rom “feccia dell’umanità”, assassini o sfruttatori e poi “privilegiati” residenti nei campi-nomadi, sono, ancora una volta, lo strumento principe di queste strumentalizzazioni.

Noi di OsservAzione da anni ci battiamo contro la ghettizzazione di rom e sinti, contro l’emarginazione e contro il razzismo. E da anni ci sentiamo rispondere che i campi vanno rasi al suolo. Eppure si spendono milioni di euro per continuare a mantenerli ingrossando l’esercito di sigle, più, o meno, o niente credibili, del privato sociale, ma mantenendo lo status quo. L’immobilismo che fa che i campi continuino ad esistere, che siano luoghi infernali, dove non c’è futuro, dove la scappatoia della criminalità è spesso vista come unico possibile riscatto, è una vergogna tutta italiana.

Continua allora questo balletto ipocrita. Si continua ad urlare che i rom devono tornare a casa loro (quale?) e che i campi vanno rasi al suolo. E poi si continua, a Roma in particolare, a non fare nulla di concreto per ridurre la marginalità dei rom e dei sinti nel nostro paese. Anzi, si riducono tutte le forme di presidio e di intervento sociale nei campi; interventi palliativo, certo, che spesso abbiamo duramente criticato, ma che, una volta chiusi senza avviare alcuna altra prospettiva, rendono i campi ancora più permeabili alle attività criminali, più pericolosi e violenti per gli stessi rom che ci vivono. E tutto questo, lo sappiamo bene, fa comodo pure a Salvini che nei rom, e nei soldi spesi per i rom, e nel degrado dei campi e delle vite, ha trovato il suo ideale capro espiatorio.

I rom e sinti che conosciamo sputano sangue tutti i giorni per tirare avanti. Spesso vessati dalle forze dell’ordine, minacciati dalla criminalità rom che trova spazio in quegli spazi di segregazione istituzionalizzata che sono i campi, vessati dai fascisti di turno che si permettono di dire in televisione cose che se fossero rivolte agli ebrei scatenerebbero un putiferio. Bravi tutti.

Quanti sono invece i bravi pirati della strada "etnici italiani" che non risvegliano tutto questo odio? E quanti soldi hanno infine rubato e rubano i vari esponenti della Lega, anche solo di rimborsi assurdi per feste, viaggi e regali? E quanto hanno mangiato sui campi rom e sull’emarginazione dei rom i fascisti romani intercettati? Di cosa stiamo parlando?

Conviene ricordare ancora una volta la percentuale di rom e sinti in Italia rispetto alla popolazione residente in Italia è la più bassa di tutta Europa. Oltre la metà sono cittadini italiani. Molti rom e sinti non li vedete neppure, residenti nelle loro case, impegnati nei loro lavori, nascondendo la loro appartenenza per paura di ripercussioni, oppure la cambiano e la evolvono perché in mezzo a noi sono cresciuti. Ma in Italia pare che si tratti di un problema, di un problema enorme. Inaffrontabile dalle nostre istituzioni. Oppure, incredibile novità, affrontabile solo sotto la luce della emergenza, la ciclica emergenza, che siano “sbarchi” o “criminalità” o “baracche”.

Da questo circuito di strumentalizzazioni e interventi, tanto vecchio quanto inutile e costoso, bisognerà trovare il modo di emanciparsi al più presto, e questo sforzo lo chiediamo a tutti. Lo chiediamo sicuramente a quelli che, ancora in buona fede, nei campi continuano a lavorare e che solo nel pensare e costruire da subito e concretamente la chiusura dei campi possono trovare una nuova legittimità. Ma abbiamo l’ambizione e la necessità di chiederlo anche a quelli che stasera accenderanno fiaccole e marceranno per le vie di Primavalle, quartiere popolare dove la crisi economica ha ridefinito le possibilità e d i percorsi di tanti, dove lo smantellamento di servizi pubblici e l’urbanistica in mano a vecchi e nuovi palazzinari hanno pesantemente peggiorato le condizioni di vita. A questi, che si vogliono cittadini stufi e arrabbiati, chiediamo tempo e coraggio e intelligenza per capire cosa succede, perché non siano gli imprenditori della paura e i fomentatori dell’odio a governare la nostra convivenza. 

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