Osservazioni Editoriali, notizie e analisi su ciò che accade dentro e fuori le nostre città; una raccolta di tutte le più ampie sfaccettature della discriminazione. Una prima fase di indagine, il punto di inizio del processo di ricerca azione.

PERCHÈ “FUORI CAMPO”

i materiali di ricerca, le interviste, report dalle città ,che fanno di Fuori Campo non solo un film ma un esperimento di co-ricerca

sea carro
05 febbraio 2015, di Caterina Miele

Dopo le anteprime del 30 e 31 gennaio, Il film documentario “Fuori Campo” comincia a girare l'Italia. Ma Fuori Campo non è solo il film in sè.

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Fuoricampo è un esperimento di co-ricerca, il tentativo di un gruppo composito di documentaristi, giuristi, antropologi, attivisti rom e non rom di raccontare l’altra realtà dei rom in Italia - quella di cui i giornali non parlano e di cui la politica non si occupa – girando l’Italia alla ricerca di realtà altre, raccogliendo storie di vita di donne e uomini rom che non hanno mai vissuto in un campo o hanno scelto di uscirne, spesso contando solo sulle proprie forze, tra mille ostacoli e difficoltà, non ultimo il pregiudizio. Il regista Sergio Panariello, coadiuvato da attivisti rom residenti in diverse città italiane (Bolzano, Rovigo, Firenze, Cosenza), ha realizzato il documentario Fuoricampo che sarà proiettato in diverse città italiane, durante festival cinematografici ed  eventi organizzati da associazioni locali e nelle scuole.

Le stime parlano di meno di 200.000 rom residenti in Italia. Di questi circa 40.000 vivrebbero in situazioni di disagio abitativo, che siano baracche, container, “centri d'accoglienza” in muratura o edifici fatiscenti occupati. Eppure per il senso comune essere rom, ancora, vuol dire “campi nomadi”. Chi vive nei campi è costretto da una società che proprio sui rom ha recuperato vecchi confini e inventato nuove forme di confinamento. Oltre che un mezzo di esclusione, il campo è un potente dispositivo discorsivo che trasforma in causa ciò che, invero, è l’effetto di una lunga e attuale storia di discriminazioni, esili coatti e resistenza. Il campo costringe molti rom in condizioni di estrema marginalità sociale e allo stesso tempo avalla la comune opinione per la quale sono loro stessi a sceglierlo come stile di vita. Diceva Bernard Shaw:”l’Americano bianco, in sostanza, relega il negro al rango di lustrascarpe: e ne conclude che è capace solo di lustrare scarpe”. Fuoricampo sfata l’ingannevole rappresentazione mediatica dei rom fondata sul comune pregiudizio che li vuole popolo votato al nomadismo, all’illegalità e all’asocialità; dimostra l’infondatezza delle politiche nazionali e locali che in Italia da più di vent’anni pensano queste popolazioni solo come un problema di ordine pubblico e all’integrazione come un processo che passa per la continua delega al terzo settore investito di un ruolo di mediazione con la società di accoglienza.

Fuoricampo interpella i politici, gli operatori sociali, gli attivisti, i semplici cittadini e gli studenti, raccontando la complessità dell’essere rom, attraverso storie di vita donne e uomini dal Nord al Sud dell’Italia nelle loro case, nei condomini, nelle fabbriche, nei sindacati, nelle associazioni, nei luoghi di culto, nell’intreccio delle loro relazioni dentro e fuori la famiglia, nelle lotte quotidiane contro il pregiudizio, nel loro protagonismo politico e sociale.

Un acuto e sensibile attivista come Piero Colacicchi a cui Fuoricampo è dedicato notava che il campo nomadi è stato il prototipo dei centri di identificazione ed espulsione e degli altri dispositivi di segregazione ed esclusione dalla cittadinanza che proliferano nell’Italia contemporanea. Il campo nomadi è specchio dell’Italia di oggi, un Paese in cui si rafforzano i sistemi di repressione, l’istituzionalizzazione della deportabilità di alcuni gruppi sociali, la sovrapposizione tra meccanismi disciplinari, securitari e assistenziali, la complicità tra politica, sistema giudiziario e forze di polizia. Allo stesso modo, le piccole grandi storie raccontate in Fuoricampo di donne e uomini rom che scelgono di non vivere in un ghetto, che rifiutano un’integrazione intesa come passiva accettazione dei diktat della società di accoglienza, che percorrono strade complesse e originali di resistenza ed emancipazione parla del nostro paese, del suo rapporto nevrotico con l’alterità, del senso vero della partecipazione politica e del complesso e mai risolto rapporto con le proprie radici.

 

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