Osservazioni Editoriali, notizie e analisi su ciò che accade dentro e fuori le nostre città; una raccolta di tutte le più ampie sfaccettature della discriminazione. Una prima fase di indagine, il punto di inizio del processo di ricerca azione.

Piccolo memento sulle idee di Piero e di OA

grazie-piero
11 dicembre 2014, di Lorenzo Monasta

A me, a noi di OsservAzione, Piero ha insegnato molto. Non c’è dubbio. Con lui abbiamo condiviso un percorso che dall’inizio è stato di estrema trasparenza e affetto. Abbiamo lavorato bene insieme e ci siamo voluti bene. Niente di meglio. 

OsservAzione è stata dall’inizio un’organizzazione atipica. Tutti sparsi in giro per l’Italia e spesso all’estero.  Ma una cosa ci ha sempre tenuti insieme: la sensazione di avere un’anima in comune, che le parole o le iniziative di chiunque di noi fossero di tutti noi. Certo, confrontarsi è stato importante per crescere ed  evitare inevitabili sbagli. Ma la direzione è sempre stata chiara. E in questo Piero è stato un maestro.  

Gli ultimi sono gli ultimi, non importa che etichetta gli metti. Carcerati, zingari, handicappati, minoranze  tutte. Tutti soffrono, in tutto il mondo, delle stesse discriminazioni. Il meccanismo è sempre lo stesso, e le battaglie da condurre pure. E bisogna liberare la mente dalle facili barriere che vi si creano per comodità. 

Ci siamo troppo presto dimenticati dei baraccati dell’Acquedotto di Roma, considerati ignobili ignoranti  irredimibili. Della scuola di don Lorenzo Milani. Ci siamo dimenticati degli italiani nelle miniere del Belgio, chiamati “cincali”, zingari. Ignoriamo che a fine Ottocento le carceri minorili dello Stato di New York fossero  piene di ragazzini italiani. Fingiamo di non capire perché italiani per bene uccidano i figli, e accusiamo gli  zingari di non voler bene ai loro.

La ghettizzazione alimenta l’insicurezza e la volontà di auto-ghettizzazione. La schiavitù genera paura della  libertà. La consapevolezza di rom e sinti è quindi cruciale, la loro visione, la loro prospettiva, la sicurezza del loro essere e del loro divenire. Non ha senso allora la declamata partecipazione senza tutto questo. Chi vive male e non ha visione, può essere facilmente strumentalizzato. Chi grida alla partecipazione e muove rom e  sinti come burattini è un falso e un profittatore, sia esso un rom o un gadjo. 

E poi, bisogna combattere le istituzioni che ghettizzano, il razzismo strumentale di chi si alimenta di odio, e l’associazionismo che vive sulla marginalità dell’altro. Lottare senza confini, senza compromessi contro  gli intrallazzi che fanno sì che rinomate organizzazioni accettino fondi dalle istituzioni per continuare a  mantenere rom e sinti nel loro precario stato di emarginazione. Con la scusa che “se non lo facciamo noi, lo farà peggio di noi qualcun altro”. 

Non possono esistere mezze misure. Non possono esistere soluzioni temporanee che durino decine di anni.  Non si possono tenere i rom e i sinti in stato di precariato permanente, fargli scuole speciali, ambulatori speciali, vaccinazioni ad hoc. E tutto questo senza un limite temporale che decreti la fine dell’emergenza. È il trionfo dello sperpero e dell’irrazionalità, ancora una volta. Se dessimo ai rom e sinti tutti i soldi spesi negli ultimi 30 anni per mantenerli in questo stato indegno, sarebbero dei nababbi, alla faccia di leghisti e fascisti. 

Non difendiamo i diritti di rom e sinti perché ci piacciono, o perché consideriamo romantico ballare  scalzi sotto il chiaro di luna. Lo facciamo perché la discriminazione contro rom e sinti è indice del marcio che c’è nel nostro sistema, nella nostra cultura. È il paradigma di quanto succede a ciascuno di noi, quotidianamente. È il paradigma dello stato d’eccezione. E lo facciamo, perché a differenza di molti,  crediamo indubitabilmente nella capacità di riscatto di rom e sinti, alla faccia di tutti coloro che campano  sulle loro disgrazie.

Grazie Piero.