Osservazioni Editoriali, notizie e analisi su ciò che accade dentro e fuori le nostre città; una raccolta di tutte le più ampie sfaccettature della discriminazione. Una prima fase di indagine, il punto di inizio del processo di ricerca azione.

Le case per soli rom

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30 luglio 2014, di Marco Marino, da http://gliasinirivista.org/

Alle case per soli rom ci si arriva attraverso una strada senza uscita, villette di due piani Ci si entra solo se devi andare dai rom, perché nessun altro abita li, nessun negozio e servizio comunale, nessun spazio pubblico per tutti. Prima c’erano, ma poi tutto è stato abbandonato. Lì abitano solo i rom, nelle vicinanze ci sono le case le case popolari degli “altri” (non rom), con l’accesso diretto alla strada, appaiono in condizioni migliori, c’è più manutenzione comunale. Le case per i soli rom, ripensate con tettoie, verande e garage improvvisati, ai balconi hanno fioriere ed improbabili false anfore greche, ma ci sono anche, per poter lavorare, residui di automobili smontate, e carretti per la raccolta del ferro vecchio. I rom stessi vogliono andare via dal “campo di case” perché vivere li è fortemente discriminante. Quando si cerca un lavoro quella zona è sinonimo di rom ed è più difficile trovarlo. In più c’è sempre un’ auto della polizia fuori al villaggio e se è successo qualcosa in città si pensa sia stato un rom e tutte le case indistintamente vengono perquisite. L’insediamento monoetnico crea un forte controllo sociale e di polizia.

Questa non è la descrizione di una proiezione pessimistica di cosa può avvenire in un insediamento mono-etnico. Ma ciò che oggi sta avvenendo in Calabria. I rom di cui stiamo parlando sono italiani, calabresi per la precisione, con un forte accento. Sono italiani non per cittadinanza acquisita, ma per storia. Vivono nella regione da prima del 1500, due secoli prima che lo stesso concetto di nazione italiana si affermasse. Italiani in tutto e per tutto. Hanno dimenticato la loro lingua, il romanes, non fanno “tipiche danze”, non indossano “tipici vestiti”. Eppure in questa apparente normalità sono discriminati per il luogo in cui vivono, etnicamente segregati. Rom che abitano tutti insieme in un ghetto di case, costruito 10 anni fa, a Cosenza, dopo 30 anni di campi abusivi.
In questi giorni l’amministrazione di Napoli, con l’approvazione in consiglio comunale il 15 maggio, ha dato definitiva approvazione al progetto “villaggio rom a Scampia”, molto simile per concezione, alle case per rom di Cosenza. In più a Napoli si tratta di alloggi temporanei. Un progetto da 7 milioni di euro promette la costruzione di 75 alloggi per soli rom a Via cupa Perillo a Scampia.
Il progetto nasce sotto una “cattiva stella”, inserito nottetempo nel parco progetti regionale, Nel luglio 2008 viene dichiarato finanziabile dalla Regione Campania con fondi strutturali europei. L’anno seguente, nel 2009, il Comune approva le linee tecniche del progetto esecutivo. Nella sua prima stesura il progetto prevede la realizzazione in un’area adiacente agli attuali campi abusivi di circa 70 moduli abitativi (contanier pesanti) disposti con una struttura simile a quelle dei campi profughi, per 350/380 persone, meno della metà dell’intera popolazione che attualmente vive nei campi. Ma il progetto improvvisamente si blocca, una parte dell’area preposta alla costruzione non è di proprietà del Comune, bensì di un privato cittadino. Ne nasce un contenzioso che due anni dopo vedrà l’amministrazione comunale perdente. Solo nell’ aprile 2011, questa volta con una determinazione dirigenziale, viene approvata una rimodulazione del progetto su un’area più piccola e viene indetta una gara d’appalto per la realizzazione dei lavori. Ma la vecchia amministrazione deve passare la mano al nuovo Sindaco eletto a maggio e al nuovo assessore al welfare, solo allora il progetto viene presentato e tutti ne possono prendere visione. Il nuovo assessore si dimostra, sotto forte pressione delle associazioni e degli stessi rom, disponibile ad una revisione e sospende l’avanzamento delle procedure esecutive. Viene istituito in accordo con l’assessorato un laboratorio di progettazione partecipata con l’Università Federico II di Napoli. Il laboratorio elabora delle nuove linee di indirizzo e azione ma rimane il vincolo imposto dal Comune che deve trattarsi comunque di un insediamento mono-etnico.
Ad oggi il progetto approvato rimane un insediamento monoetinco di case, con alcuni orpelli di architettura “sociale” e bioedilizia, una sorta di nuovo campo rom 2.0. Un progetto non in linea con la strategia nazionale d’inclusione per rom e sinti e camminati del 2012 e quindi con le indicazioni Ue che chiaramente nel suo asse d’intervento sull’abitare n. 4 chiede il superamento di grandi insediamento mono-etnici. 75 alloggi non sono certo un piccolo insediamento. Eppure in questi ultimi due anni l’amministrazione ha avuto modo di riflettere: con il progetto STAR (Strategy to adovcate Roma intagration in Italy, finanziato da Open Society Foundation) ha sperimentato il lavoro di un gruppo di ricerca interno al Comune di Napoli, composto da referenti dei diversi assessorati coadiuvati da ricercatori esterni, per identificare strumenti e metodologie atte ad affrontare in modo consapevole e adeguato le problematiche e le possibilità relative alla “questione rom”, in chiave interdisciplinare e non emergenziale. La ricerca ha mostrato con evidenza che gli insediamenti mono-etnici non sono la soluzione ai problemi di autonomia e di integrazione della comunità rom, anzi al contrario ne sono una causa (Francesca Saudino, Giovanni Zoppoli, (a cura di), Rom in comune, Napoli 2012               http://www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/17305).
Questi risultati sono stati discussi in giunta comunale e  pubblicati sul sito istituzionale (oggi stranamente non più condultabili). Purtroppo nonostante il lavoro svolto e l’impegno profuso, le linee di indirizzo che la ricerca aveva raggiunto sono rimaste solo sulla carta.
Per quel che riguarda l’impegno economico per la gestione di tali soluzioni abitative, la ricerca conclusasi con la pubblicazione del volume Segregare costa. La spesa per i “campi nomadi” a Napoli, Roma e Milano (realizzata dalle associazioni Lunaria, Compare, Osservazione, Berenice nel 2013) ha mostrato chiaramente il fallimento delle politiche di segregazione anche in termini di spesa pubblica, di rapporto tra costi e risultati ottenuti. Tuttavia sembra che tali acquisizioni a nulla siano servite, le parole d’ordine che portano avanti questo progetto sono che c’è un vincolo non modificabile e cioè che i soldi sono stati stanziati per un villaggio di rom.
Del progetto originario e approvato nel 2008 è rimasto veramente poco: l’area allora individuata non era utilizzabile perché una parte del suolo era di proprietà di un privato cittadino e quindi non era nella disponibilità dell’amministrazione comunale. In sostanza si è cancellato un progetto esecutivo e se ne è presentato un altro che necessita di una modifica del piano regolatore per poter essere realizzato, in questo senso non andiamo lontano dalla verità dicendo che il primo progetto era un pasticcio progettuale irrealizzabile, una scatola vuota con solo il titolo “Villaggio per rom” alla stregua di una foglia di fico vincolante e discriminatoria. Del resto rimane sempre il dubbio che la Commissione Europea sia realmente a conoscenza che con i fondi strutturali UE si costruiscano case temporanee per soli rom con un evidente discriminazione e segregazione etnica. Ma tanto basta andare avanti.
Per i sostenitori del “villaggio” la paura di perdere i soldi, i famosi 7 milioni di euro, sembra in ogni caso prevalere. Eppure un’attenta amministrazione, soprattutto in un periodo di vacche magre, dovrebbe valutare se negli anni la costruzione del villaggio non comporti una spesa di gestione e manutenzione insostenibile. Forte è il pensiero che, come spesso accade, senza una corretta gestione e manutenzione in poco tempo tutto inesorabilmente degradi con tutti i più buoni propositi. Questo unitamente al fatto che la riflessione a Napoli tra la cittadinanza attiva e ancor di più nel terzo settore appare spenta e anche la partecipazione dei rom è sempre sporadica e poco incisiva, e tutto ciò porta diritto verso l’accettazione del nuovo villaggio rom come male minore.
In ogni caso sono ancora grandi gli interrogativi aperti legati a questo progetto: dalla bonifica e i suoi ingenti costi di un area di circa 250.000 mq che da 30 anni è una discarica a cielo aperto, a cosa sarà delle altre 400 persone che non avranno la casa e che ora vivono confinati nei campi abusivi. Questo il progetto non lo dice, l’amministrazione rassicura e promette, ma i veri impegni sono delibere, determinazione e capitoli di spesa attivati, speriamo vivamente che non sia l’occasione di un nuovo “sgombero alla napoletana” che “risolve” tutto. Il villaggio per rom non è una novità a Napoli. Nel 2000 l’amministrazione comunale per spostare i rom di via Zuccarini, dopo gli assalti e gli incendi, decise di costruire un nuovo megacampo di container, fino ad ora unico campo autorizzato di Napoli, sulla superstrada, allungando le recinzioni del carcere di Secondigliano. Anche allora, come oggi, la creatività dei nostri amministratori li portò a parlare non di un campo ma di un “Villaggio della solidarietà” anche esso temporaneo. Chi si interessa di rom a Napoli sa come è andata a finire per quel villaggio: gli stessi rom vivono lì da 14 anni in condizioni indicibili in una stato di vera emergenza segregativa e razziale e senza alcuna prospettiva futura. Stessa sorte per i 120 rom abitanti del centro di accoglienza situato nella ex scuola Deledda nel quartiere Soccavo, sempre lì dal 2005. Se il nuovo villaggio di Via Cupa Perillo è temporaneo, quale è il termine di scadenza? Dove andranno dopo i rom? Temiamo, purtroppo, che anche in questo caso si tratti di una temporaneità di facciata finalizzata semplicemente a derogare alle regole sull’abitare valevoli per tutti i cittadini. Nel 2000 un gruppo di attivisti scrisse “per noi era chiaro che quel campo sarebbe stato l’ennesimo atto di stupidità cittadina rispetto alla questione rom” (Giovanni Zoppoli, Assalto al campo rom, Lo straniero n.97 2008).Oggi dopo 14 anni siamo ancora qui a ripetere le stesse parole di allora – per alcuni piccoli uccelli del malaugurio – frutto di un’ostinata osservazione, ricerca e analisi di ciò che ci circonda.