Osservazioni Editoriali, notizie e analisi su ciò che accade dentro e fuori le nostre città; una raccolta di tutte le più ampie sfaccettature della discriminazione. Una prima fase di indagine, il punto di inizio del processo di ricerca azione.

Uno sgombero “insolito”

bigattiera
24 novembre 2014, di Sergio Bontempelli

Potrebbe sembrare il solito sgombero, con la scenografia che vediamo sempre in questi casi: un campo “abusivo”, i “residenti” che protestano, il Comune che interviene, le baracche abbattute dalla Polizia Municipale, i rom cacciati non si sa dove. Una storia come ce ne sono tante, in Italia. Ma il caso del campo della “Bigattiera” è un po’ particolare. E merita di essere raccontato. 

Siamo a Pisa, a due passi dal litorale, in una strada che serpeggia tra aree coltivate, cascinali di campagna e boschi di pini marittimi. “Residenti” veri e propri, qui, non ce ne sono: l’insediamento dei rom è isolato, e gli unici “vicini” sono i turisti di un campeggio aperto solo d’estate.

Un campo “abusivo”?

Il campo della “Bigattiera” – questa è la prima particolarità della vicenda – non è propriamente “abusivo”: lo aveva aperto la stessa amministrazione locale, dieci anni fa, riadattando un vecchio campeggio per dipendenti della Polizia di Stato. All’epoca, il Comune si era dotato di un ambizioso programma – “Città Sottili”, nome ripreso da un racconto di Italo Calvino – finalizzato all’inserimento abitativo dei rom. L’idea era semplicissima: chiudere tutti i campi (regolari o “abusivi” che fossero) e trovare una casa a tutte le famiglie rom.

C’erano stati dei problemi, si doveva chiudere urgentemente un insediamento ma non si trovavano le case per tutti: così, per far presto, si decise di aprire un “campo sosta” provvisorio. Le famiglie furono trasferite in fretta e in furia, in attesa di reperire sistemazioni migliori. 

La “Bigattiera” è nata così, come area “di transito” aperta dal Comune. Un campo “regolare” che però – a un certo punto – è stato derubricato a campo “abusivo”, senza alcun atto amministrativo che sancisse il cambiamento di status (e infatti nella rilevazione ufficiale della Regione figura ancora come insediamento “riconosciuto”). E poiché la Bigattiera era diventata improvvisamente “abusiva”, tutti gli abitanti divennero “illegali”. Una strana concezione della legalità, più simile all’idea borbonica dell’«obbedienza al sovrano» che a quella democratica della «certezza del diritto».

Se “la gente” li vuole

La seconda particolarità di questa piccola vicenda è il ruolo giocato dalla cittadinanza, dagli “autoctoni”. Sono loro che, di solito, invocano gli sgomberi, chiedono a gran voce l’allontanamento dei rom, esercitano pressioni sulle autorità locali: nel gioco perverso della politica di oggi, è la stessa «democrazia» – la «sovranità del popolo» – a mettere al bando gli «esclusi», ad espellerli dalla cinta daziaria delle nostre città-fortezza. Se ne lamentano spesso gli amministratori toscani: come si possono promuovere politiche inclusive, se gli elettori le rifiutano? Come facciamo a metterci contro «la nostra gente»? Non è andata così, alla Bigattiera. Anzi. Da circa due anni – da quando il Comune ha avviato le prime procedure di sgombero, togliendo alle famiglie l’erogazione dell’acqua, la luce elettrica e lo scuolabus per i bambini – una generosa mobilitazione «popolare» ha chiesto di garantire diritti e servizi ai rom. Si sono mossi gli insegnanti, i genitori delle scuole, le associazioni, i volontari della Pubblica Assistenza del Litorale. Un appello pubblico «per i diritti dei bambini e delle bambine della Bigattiera» è stato firmato da più di duecento cittadini, tra i quali l’allenatore della squadra di calcio...

Una mobilitazione così insolita avrebbe consentito agli amministratori “democratici” di muoversi con relativa tranquillità: la “gente”, almeno per una volta, non chiedeva la “messa al bando” dei rom. Gli eletti non erano ostaggio degli elettori. Eppure, gli “eletti” hanno seguito le strade di sempre: sgomberi e allontanamenti. A dimostrazione di quanto il cosiddetto “razzismo diffuso” sia spesso un alibi per perseguire scelte decise in proprio. E’ la politica (soprattutto quella locale) che promuove l’esclusione dei rom: i “cittadini delle periferie” fanno da specchio e da legittimazione “democratica”...

Legalità, democrazia, istituzioni

A un certo punto – nell’Agosto 2013 – la mobilitazione dei “cittadini” è stata così forte da imporre un cambiamento di rotta all’amministrazione. Il primo Agosto 2013, il consiglio comunale ha dovuto discutere una mozione presentata dalle associazioni, e supportata da un ampio numero di firme. La mozione – in parte modificata dalla Commissione Sociale del Consiglio – chiedeva il ripristino dell’acqua, della luce e dello scuolabus per i bambini. E impegnava la Giunta a presentare un piano di superamento del campo, finalizzato all’inserimento abitativo delle famiglie.

La mozione è stata approvata, ed è diventata un atto politicamente vincolante per la  Giunta. La legalità – quella “legalità” sempre invocata dai Sindaci – imponeva dunque di muoversi lungo strade diverse da quelle consuete. In una città ormai abituata agli sgomberi, la vicenda Bigattiera stava diventando una vera e propria “rivoluzione culturale”.

La dottrina della “terra bruciata”

Dal primo di Agosto dell’anno passato, nulla è stato fatto per garantire diritti e servizi ai rom della Bigattiera. L’acqua e la luce non sono state riallacciate, lo scuolabus non è ripartito, di inserimento abitativo non si è nemmeno cominciato a ragionare. Le famiglie sono rimaste dove sono, in un luogo isolato e marginale. A bloccare tutto è stata la Giunta Comunale, che da anni ha una sua propria “dottrina”, più volte espressa sulla stampa e nei documenti ufficiali: la potremmo definire “dottrina della terra bruciata”. Vediamo in breve cosa prevede, e come funziona. 

Il Sindaco sostiene da anni che il territorio pisano non può sopportare un carico eccessivo di rom: i rom e i sinti, evidentemente, sono un problema in quanto rom e sinti, e la loro presenza va contingentata entro numeri sostenibili. Ogni “beneficio” che concediamo a una famiglia – che si tratti della luce, dell’acqua o dello scuolabus – rappresenta un incentivo a rimanere sul territorio, e forse anche a chiamare altre persone (parenti, amici, conoscenti). Dunque, una seria politica di contenimento deve essere inflessibile: chi è “di troppo” non deve avere nulla, nemmeno i servizi minimi che corrispondono a diritti. Fare “terra bruciata”, in modo che i rom in eccesso se ne vadano.

Nelle ultime settimane, poi, l’azione della Giunta si è fatta più aggressiva. Un mese fa tutti i rom della Bigattiera sono stati convocati dagli assistenti sociali, che hanno annunciato l’imminente sgombero del campo. Le “proposte alternative” sono vaghe e generiche: un contributo monetario ai rom senza permesso di soggiorno, in cambio del rimpatrio volontario, e un contributo all’affitto alle famiglie regolari che trovino una casa, «possibilmente fuori dal territorio». Qualche spicciolo, insomma, purché se ne vadano.

Stremata dagli insuccessi, travolta dall’ennesima “emergenza sicurezza” che agita i quotidiani locali, la rete che in questi anni ha sostenuto i rom ha fatto fatica a muoversi. Ma si è mossa. In una conferenza stampa, le famiglie della Bigattiera hanno denunciato l’imminente sgombero. Le associazioni hanno chiesto e ottenuto la convocazione di una Commissione comunale. Con fatica, è stato riaperto un dibattito in città.

Proprio mentre i consiglieri comunali venivano sollecitati a esprimersi, è arrivata la doccia fredda. E’ notizia degli ultimi giorni: un blitz della Polizia Municipale ha distrutto alcune baracche della Bigattiera. Lo sgombero, a piccoli passi, marcia comunque. Oltre alla terra bruciata, l’amministrazione pisana mette in pratica un’altra strategia: quella del fatto compiuto.