Osservazioni Editoriali, notizie e analisi su ciò che accade dentro e fuori le nostre città; una raccolta di tutte le più ampie sfaccettature della discriminazione. Una prima fase di indagine, il punto di inizio del processo di ricerca azione.

Bambini Rom ai semafori, le verità della Cassazione

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30 novembre 2008, di Sergio Bontempelli, da http://sergiobontempelli.wordpress.com/2008/11/30/cassazione-2/

La Corte di Cassazione ha assolto dall’accusa di «riduzione in schiavitù» una madre Rom che portava i bambini a mendicare al semaforo. Contestata da politici e giornalisti, la sentenza – di cui non è stato ancora reso noto il testo – sembra ben più complessa di come è stata descritta. E dice alcune verità su cui sarebbe opportuno riflettere. Vediamole.

L’accattonaggio di minori Rom non è necessariamente una forma di «riduzione in schiavitù». E la madre che porta con sè il figlio al semaforo non è, per questo, una sfruttatrice di minorenni. Lo sostiene la quinta sezione penale della Cassazione nella sentenza n. 44516, con cui è stata annullata la condanna per una mamma Rom, trovata appunto a chiedere l’elemosina insieme al bambino.

La sentenza, com’era prevedibile, ha suscitato un vespaio di polemiche, non tutte disinteressate. Roberto Cota, parlamentare leghista, si chiede «come si puògiustificare il comportamento di chi sfrutta i minori per l’accattonaggio»: e lo dice proprio lui, così attento ai bambini stranieri da volerli segregare, a scuola, in classi separate. Maurizio Gasparri si dice «esterrefatto» per una sentenza «in base alla quale» – spiega – «i Rom possono costringere all’accattonaggio anche bambini di quattro anni».

La sentenza

Si tratta, come al solito, di dichiarazioni e polemiche del tutto fuori posto. A quanto si apprende dalle prime anticipazioni sulla sentenza (il testo non è stato ancora reso noto), la Cassazione non ha affatto autorizzato l’accattonaggio con minori: che resta comunque un reato ai sensi dell’articolo 671 del Codice Penale[«Chiunque si vale, per mendicare, di una persona minore degli anni quattordici (...) sottoposta alla sua autorità (...) è punito con l'arresto da tre mesi a un anno. Qualora il fatto sia commesso dal genitore (...) la condanna importa la sospensione dall'esercizio della patria potestà»].

La Corte si è limitata, piuttosto, a circoscrivere il reato: che non è e non può essere, nel caso specifico, la «riduzione in schiavitù» nè la «tratta di esseri umani» ma, appunto, l’accattonaggio con minore al seguito o, al più, il maltrattamento. E non si tratta di una questione di poco conto: perchè, dietro le roboanti condanne dello «sfruttamento di minori», si nasconde una delle più vergognose forme di criminalizzazione dei Rom.

I Rom, i bambini, l’elemosina

Che cosa significhi, per una famiglia di Rom o di Sinti, portare i figli a chiedere l’elemosina al semaforo, lo ha spiegato recentemente proprio il Presidente della Federazione Rom e Sinti Insieme, Nazzareno Guarnieri: «Anche io da bambino ho aiutato la mia famiglia chiedendo l’elemosina», scrive Guarnieri, «nessuno mi ha mai costretto a farlo e quando i miei genitori non mi portavano con loro a “manghel” cioè a chiedere l’elemosina, stavo male perché non potevo essere utile all’economia familiare». Ecco il punto: la questua, per molti Rom, è un modo per sopravvivere, per guadagnarsi il pane quotidiano. E, in molti nuclei, anche i minori contribuiscono all’economia familiare: esattamente come, nelle famiglie contadineitalianissime di qualche decennio fa, anche i figli piccoli andavano nei campi.

Ma è giusto che un minore vada a lavorare? No, evidentemente. La scolarizzazione dei bambini è stata una delle grandi conquiste dell’Italia contemporanea, e difendere questa conquista è giusto, sacrosanto, necessario. Per farlo, bisognerebbe far uscire i Rom dai «campi nomadi» (veri e propri luoghi di segregazione razziale), combattere le discriminazioni nell’accesso alla casa e al lavoro, garantire livelli di vita dignitosi alle minoranze etniche, favorire gli inserimenti scolastici: c’è bisogno, insomma, di politiche del lavoro, politiche della casa, politiche della scuola, politiche sociali in genere.

I bambini Rom vengono sfruttati dai genitori?

Il discorso mediatico sullo sfruttamento dei bambini da parte dei Rom legittima proprio questa mancanza di politiche. E consente di costruire, attorno al fatto in sè (i bambini al semaforo), una vera e propria cortina fumogena di fantasmi: la madre sfruttatrice, la «tratta», le organizzazioni criminali che trafficano i minori, le violenze familiari, la riduzione in schiavitù e quant’altro. In questo modo, il bambino diventa «vittima inerme», da sottrarre magari alle braccia della stessa madre: e i genitori si trasformano in insensibili e feroci aguzzini. In un colpo solo, si nega il diritto del minore a decidere del suo futuro (e quindi ad essere riconosciuto come soggetto libero), e si colpisce un intero popolo.

Di «organizzazioni criminali senza scrupoli» che sfrutterebbero i mendicanti o i lavavetri si è parlato per qualche mese: poi, indagini più serie (condotte anche dalle forze dell’ordine) hanno dimostrato l’inesistenza del «racket dei semafori». Di tanto in tanto, la storiella del racket torna qua e là, a giustificare provvedimenti repressivi contro qualche soggetto debole: come a Pisa, dove la Confesercenti si è inventata il racket dei venditori ambulanti (senza lo straccio di una prova). E, naturalmente, diventa racket anche il caso della mamma Rom che chiede l’elemosina per sopravvivere, portando con sè il bambino.

E’ comodo, il pretesto del racket. Una madre Rom viene trasformata in una specie di «mostro», le misure repressive contro di lei risulteranno giustificate e legittime, mentre la sua condizione di povertà finirà per passare in secondo piano.

Cosa dice la Cassazione

In questo quadro, la Corte di Cassazione ha semplicemente fatto chiarezza sui termini. Perchè si parli di «riduzione in schiavitù» devono ricorrere le circostanze di cui all’articolo 600 del Codice Penale: lo «schiavista» (la madre Rom, nel nostro caso) deve esercitare sulla persona (sul bambino) «poteri corrispondenti al diritto di proprietà», oppure deve mantenere lo stesso minore «in uno stato di soggezione continuativa, costringendolo a prestazioni lavorative o sessuali ovvero all’accattonaggio o comunque a prestazioni che ne comportino lo sfruttamento». Insomma: non è sufficiente portare il proprio bambino al semaforo per vedersi condannare col reato di «riduzione in schiavitù». Occorrono, per questo, elementi specifici di violenza e di costrizione, che vanno dimostrati caso per caso.

Nella vicenda esaminata dalla Corte, la madre Rom non faceva parte «di un’organizzazione volta allo sfruttamento dei minori». La donna mendicava per povertà, e non per trarre ingiusto profitto sfruttando un minore. Mendicava con il figlio soltanto per alcune ore del giorno, quindi non c’è «quella integrale negazione della libertà e dignità umana del bambino che consente di ritenere che versi in stato di servitù».

I giudici, insomma, non hanno autorizzato la questua con i minori. E non hanno nemmeno negato l’esistenza di casi di vera e propria riduzione in schiavitù, anche tra i Rom. Hanno, più semplicemente e ragionevolmente, contestato l’equazione: elemosina=Rom=sfruttamento di bambini=schiavitù.