Osservazioni Editoriali, notizie e analisi su ciò che accade dentro e fuori le nostre città; una raccolta di tutte le più ampie sfaccettature della discriminazione. Una prima fase di indagine, il punto di inizio del processo di ricerca azione.

Bambini nei "campi nomadi": quando anche la salute si fa precaria

I risultati di una ricerca epidemiologica condotta nei campi nomadi italiani

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25 gennaio 2006, di Nando Sigona

Secondo una mappatura compiuta nel 2001, in Italia ci sono più di diciottomila rom stranieri, giunti soprattutto dai paesi dell'Europa centro-orientale, che vivono in insediamenti autorizzati e non, ai margini delle aree urbane, in spazi abbandonati, poco visibili o comunque non commercialmente appetibili. A distanza di cinque anni, i campi sono cresciuti nelle dimensioni e nuovi sono nati per accomodare i bisogni dei nuovi venuti, soprattutto rom emigrati dalla Romania. Questi insediamenti, che comunemente sono chiamati "campi nomadi", si trovano spesso in condizioni socio-sanitarie estremamente precarie. Come ha messo in evidenza recentemente il Comitato Europeo per i Diritti Sociali, l'Italia viola sistematicamente il diritto ad un abitare adeguato per le popolazioni rom previsto dalla Carta Sociale Europea.

Tra i rom stranieri ci sono rifugiati, richiedenti asilo, migranti economici regolari e irregolari e persone completamente prive di documenti. Talvolta troviamo tutte queste tipologie di residenza in una singola famiglia, talvolta un singolo individuo che nell'arco di pochi anni si trova a passare da uno status all'altro. C'è in queste esperienze un denominatore comune, l'insicurezza del proprio diritto a risiedere in Italia e la rassegnazione ad una condizione di precarietà esistenziale che diventa talvolta permanente.

Questa precarietà di vita e abitativa ha un impatto sulla salute dei residenti? Sì, verrebbe da dire. Ma è possibile provarlo scientificamente? A cercare una risposta a questa domanda si scopre che ci sono pochi (e spesso inaccurati) studi scientifici sull'argomento. Il perché lo chiediamo all'epidemiologo Lorenzo Monasta, "il problema fondamentale della ricerca epidemiologica su gruppi genericamente definiti "zingari" è il forte pregiudizio che pregna la nostra società e che incide negativamente sulla qualità della ricerca. È chiaro, infatti, che la ricerca non si sviluppa nel vuoto, e che la scienza riflette, in termini positivi e negativi, valori e assiomi impliciti propri della società maggioritaria".

Proprio Monasta, collaboratore del Centro di Ricerca Azione contro la Discriminazione di Rom e Sinti (osservAzione), è l'autore di un importante studio di epidemiologia comunitaria sulla salute dei bambini da 0 a 5 anni nei "campi nomadi" d'Italia. Lo studio è stato condotto su un campione di cinque campi di rom kossovari e macedoni e comprende 167 bambini provenienti da 137 famiglie.

Attraverso rilevamenti statistici e un'indagine approfondita su campo - Monasta oltre ad aver intervistato centinaia di rom ha vissuto per un mese in un caravan ospite degli abitanti di un "campo nomadi" fiorentino - l'autore mostra chiaramente la relazione esistente tra le condizioni di vita nei campi e lo stato di salute dei bambini. La prevalenza di alcune patologie come bronchiti, asma e diarrea tra i piccoli rom è sensibilmente più alta della media italiana. I fattori ambientali incidono su diversi aspetti della salute dei bambini e la lunga permanenza nei campi non fa che aggravarne gli effetti. Il sovraffollamento di baracche e container, la presenza di ratti, l'acqua stagnante, le condizioni strutturali delle abitazioni, il difficile accesso ai servizi igienici, l'uso di fornelli e stufe a legna e i fumi delle zone industriali che spesso si trovano nelle vicinanze degli insediamenti, contribuiscono tutti a produrre queste patologie.

La ricerca condotta da Monasta ha posto al centro i bisogni e gli interessi dei residenti dei campi, infatti è proprio a partire dalle loro richieste che si sono definiti i cardini del lavoro. "La ricerca - dice l'autore - si è concentrata sulle priorità espresse dai residenti dei campi: la salute dei loro bambini e come questa fosse influenzata dalle condizioni di vita nei campi". E la ricerca ha finito col confermare la validità delle preoccupazioni dei genitori rom.

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