Osservazioni Editoriali, notizie e analisi su ciò che accade dentro e fuori le nostre città; una raccolta di tutte le più ampie sfaccettature della discriminazione. Una prima fase di indagine, il punto di inizio del processo di ricerca azione.

Una condanna fin troppo annunciata

zingara
11 gennaio 2009, di Francesca Saudino

Lunedì 11 gennaio si è concluso il primo grado del processo a carico di D. M. alias V. A., la presunta “zingara rapitrice” che ha acceso la fiamma dell’intolleranza nel quartiere Ponticelli a Napoli lo scorso maggio.

A. è stata condannata a 3 anni e 8 mesi di reclusione con l’aggravante della minorata difesa, per il fatto che la mamma si trovasse nell’altra stanza. Le motivazioni saranno rese pubbliche tra un paio di settimane e quindi sarà possibile essere più precisi nell’analisi della decisione.

Per ora ci appare evidente che si tratta di una condanna molto aspra, diremmo esemplare, per un reato che prevede un minimo di pena di 8 mesi. Bisogna, inoltre, considerare, che dall’epoca dei fatti A. è rimasta sempre in carcere per detenzione cautelare.

L’unica testimone oculare del processo è la signora Flora Martinelli, ovvero la mamma della bambina. Come è possibile fondare una condanna così pesante a carico di un minore, il cui interesse per legge deve considerarsi assolutamente prevalente, solo sulle dichiarazioni di una persona presunta vittima? 
E’ possibile purchè le dichiarazioni provengano da un soggetto attendibile. 
E cosa rende una persona attendibile?

Il PM Rossetti non ha dovuto certo faticare molto per convincere il colleggio giudicante dell'attendibilità della teste. Sono bastate due domande del tenore: «Lei è mai stata ricoverata per malattie mentali?», «E’ mai stata seguita da uno psichiatra?» e due «No». Che questo sia un accertamento accurato e sufficiente per ritenere che la persona non possa aver dichiarato il falso è quanto meno dubbio.
Non solo, ma quando l’avvocato difensore, Cristian Valle (Soccorso Legale), ha chiesto alla teste se avesse precedenti penali, ottenendo risposta affermativa avendo la signora precedenti penali per falso ideologico, tutti, compreso il giudice hanno ritenuto la cosa “non rilevante”.

Per quanto riguarda poi la ricostruzione degli eventi fornita dalla teste: la signora Martinelli afferma che era in casa con la figlia Camilla ed erano circa le 20, che controllava a intervalli brevi e regolari la bambina, che ad un certo punto uscendo dalla camera dove si trovava notava la porta di casa socchiusa, si sporgeva per vedere fuori e vedeva questa ragazza con sua figlia in braccio, gliela strappava dalle braccia, la bambina piangeva, a quel punto lei la riponeva su una seggiolina - che guarda caso si trovava proprio nelle scale – e, lasciata sola la bambina, passava ad inseguire “la rapitrice”, peraltro già bloccata. All’inseguimento si aggregavano ben presto il padre ed altri vicini. Il nonno teste del giudizio ha riferito di aver fatto ritorno alla casa dove era la piccola Camilla solo “dopo mezz’ora, un’ora”.

Il quadro che sembra emergere – anche a voler credere a tutte le dichiarazioni - è di una famiglia certamente più preoccupata a punire il nemico che a proteggere una bambina di sei mesi che ha appena subito un tentativo di sequestro.

E questo ci sembra uno degli aspetti più interessanti e gravi dell’intera vicenda, perché lascia trasparire il clima quasi da far west in cui viviamo, che ripone nelle mani del singolo cittadino il potere punitivo legittimato sempre più ad agire in prima persona per la repressione delle condotte che ritiene ingiuste e lesive. Ancor più se il presunto autore della condotta lesiva è un estraneo per eccellenza che sembra sfuggire alle logiche di potere consolidate nei rioni, nei quartieri, nelle città.

Nel suo intervento finale prima della sentenza il pubblico ministero sottolinea che si tratta del “processo ad una persona e non ad un popolo”, con ciò evidenziando ciò che è ovvio e scontato, nonché legittimo giuridicamente. La pubblica accusa, inoltre, ha tenuto a ricordare che i rom hanno solitamente ottimi rapporti con la cittadinanza, in particolare a Ponticelli dove vivono da anni. Ma non si è trattato di un tentativo scapestro per evitarsi l’accusa di razzismo. Tale affermazione, infatti, è diventa ragion per cui non vi è motivo per dubitare delle parole della signora Martinelli, che non avrebbe alcun movente per dire il falso contro “una zingara”.

Purtroppo ciò non risponde a verità, basta ricordare i roghi dei giorni successivi al presunto tentato rapimento, nonché i manifesti del PD che, come sciacalli, sono apparsi sui muri il giorno dopo invitando a cacciare i rom da Ponticelli.

Da un punto di vista processuale ci preme raccontare che il collegio giudicante non ha concesso alla minore la messa alla prova, ovvero una delle possibilità definitore del processo penale minorile, che prevede un percorso educativo e di inserimento sociale del minorenne. Questo perchè A. non ha confessato il reato e ha continuato a sostenere la sua innocenza. Infatti, per prassi del Tribunale di Napoli, la messa alla prova può essere concessa solo a chi si dichiara colpevole, salvo poi rischiare di essere comunque obbligato al carcere in caso di condanna, se il giudice decide di non concederla.

Si tratta di una sentenza annunciata ma molto più aspra del previsto. E’ la prima condanna in Italia ad una minorenne per un reato del genere ed è la conferma – con così deboli prove – di quanto stereotipi e pregiudizi possano avere pesanti ripercussioni non solo sul generico pubblico ma anche sul procedimento penale, come alcune ricerche hanno dimostrato.

Sembra che nessuno – né i giudici, né il PM, né la maggior parte dell’opinione pubblica e della stampa – sia riuscito a dubitare realmente e pensare che una donna italiana potesse dire il falso e una zingara dire la verità, nell’idea condivisa che uno zingaro è certamente colpevole – e non innocente come tutti - fino a prova contraria.

Al di là di questa sentenza e della fiducia nella magistratura ci sembra necessario continuare nella battaglia per incrinare questo pensiero unico collettivo.

vedi anche in osservazioni:

Ordinarie emergenze partenopee

Dietro i roghi di Ponticelli la speculazione urbanistica 

I vespri napoletani di ponticelli

Da scaricare:

[Soccorso Legale] "L’apparato giudiziario ha scatenato, così, la sua offensiva contro una bambina rom, sola e in difficoltà, accanendosi in una smania di punizione alimentata dal più vergognoso razzismo e dalla dilagante ideologia securitaria di stampo fascista" 

[Domenico Pizzuti] "Nel clima poco favorevole a immigrati e rom, non ci si può sottrarre all’impressione di un atto di carattere dimostrativo che non onora la civiltà giuridica del nostro paese e della nostra città" [Domenico Pizzuti]

 

Scarica