Osservazioni Editoriali, notizie e analisi su ciò che accade dentro e fuori le nostre città; una raccolta di tutte le più ampie sfaccettature della discriminazione. Una prima fase di indagine, il punto di inizio del processo di ricerca azione.

È ora di cambiare rotta!

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01 gennaio 2007, di Piero Colacicchi, da Guerre & Pace

Le azioni razziste contro i rom a Opera hanno finalmente sollevato la questione della discriminazione verso questo popolo in una larga parte della stampa e delle istituzioni. È sperabile che l'interesse non si fermi qui e abbia inizio un dialogo che porti a un generale cambiamento di mentalità e alla soluzione dei problemi * presidente di "osservAzione, onlus, centro di ricerca-azione contro la discriminazione di rom e sinti". Di tutto ci si poteva aspettare nell'evolvere delle vicende che riguardano rom e sinti, ma nessuno avrebbe mai detto che si dovessero quasi ringraziare fascisti e Lega perché la loro azione ha fatto sì che alcune voci forti e una parte della stampa si muovessero a difendere un gruppo di rom. Tutto per qualche tenda vuota data alle fiamme da leghisti e giovani sovreccitati di Alleanza nazionale e una manifestazione di intolleranza, dura ma non nuova per l'Italia, in quel di Opera, fuori Milano. E questo in un inverno in cui sono bruciati vivi due coppie di giovanissimi rom, subito dimenticati; in cui si sono visti un buon numero dei soliti blitz con distruzione di baracche e di effetti personali, ordinati da sindaci ed eseguiti dalle forze dell'ordine; in cui la vita nei "campi nomadi" ha registrato la solita routine di disperazione, malattie, fame senza che nessuno, tranne i "soliti" e ignorati volontari, se ne sia reso conto. Non è chiaro perché proprio questa vicenda di Opera abbia suscitato tanto interesse. Forse è stata la presenza ufficiale di politici di destra, ma è anche possibile che abbia colpito proprio la calma e la dignità, in contrasto con il becerume degli assedianti, con cui l'intera vicenda è stata vissuta dai rom, abituati, in Romania, a ben più gravi violenze. Certo è che mai finora si era registrato tanto interesse da parte dei media per quanto accade a dei rom e a dei sinti. Saranno da ricordare, specialmente, la trasmissione su "La 7" e gli articoli che Gad Lerner ha pubblicato su varie testate. In particolare quello, ottimo, del 1 marzo su "la Repubblica", che ha aperto alla discussione un argomento considerato finora tabù in un giornale di grande tiratura. Speriamo che il loro impatto, almeno su alcuni livelli di opinione pubblica, sia duraturo.

ACCUSE DI RAZZISMO ALL'ITALIA

Poco, invece, cambierà durevolmente nella sostanza, per lo meno finché queste nuove ventate di interesse non avranno smosso qualcosa anche nei nostri ministeri e nei vari settori del nostro governo. Perché ciò che serve non è soltanto un atteggiamento più benevolo, più tollerante da parte della gente: bisogna che l'Italia, attraverso le sue istituzioni, i suoi organismi politici centrali e periferici promuova un totale cambiamento di rotta. Bisogna chiedere ufficialmente scusa ai rom e ai sinti tutti - non solo a quelli di Opera - risolvendo velocemente alcuni problemi fondamentali, anche alla luce delle ormai infinite accuse di razzismo che ci arrivano dal Consiglio d'Europa e dalle sue Commissioni. Un esempio: nella risposta conclusiva al reclamo esposto dal Centro europeo per i diritti dei rom (Errc), dichiarato ammissibile dal Comitato europeo per i diritti sociali - comitato di esperti indipendenti istituito secondo l'Articolo 25 della Carta sociale europea nella sua 212ª sessione - nell'aprile dell'anno scorso, contenente l'accusa che la situazione abitativa dei rom e dei sinti in Italia corrisponde a una violazione dell'Articolo 31 della Carta dei diritti sociali revisionata, si afferma che "l'inadeguatezza dei campi sosta per rom e sinti costituisce una violazione dell'Articolo 31 §1 della Carta, letto congiuntamente all'Articolo E; […] che gli sgomberi forzati e le altre sanzioni ad essi associati costituiscono una violazione dell'Articolo 31§2 letto congiuntamente all'Articolo E; […] che la mancanza di soluzioni abitative stabili per rom e sinti costituisce una violazione dell'Articolo 31§1 e dell'Articolo 31§3 della Carta, letti congiuntamente all'Articolo E". Come dice Shylock ne Il Mercante di Venezia di Shakespeare, "Un ebreo [un rom] non ha occhi? Un ebreo non ha mani, membra, sensi, passioni? Non si nutre dello stesso cibo, non è ferito dalle stesse armi, non è soggetto alle stesse malattie, non si guarisce con gli stessi mezzi, non ha il freddo dello stesso inverno e il caldo della stessa estate di un cristiano?" (1).

URGE UNA CAMPAGNA CONTRO LE DISCRIMINAZIONI

Pure è già passato un anno e non si è mosso niente. Sarebbe l'ora, invece, che anche i ministri della repubblica si provassero a pensare i rom e i sinti come a normali esseri umani, animati - come lo sono i ministri stessi - da passioni e reazioni, da gratitudine e risentimento, da affetto e ostilità. Si mettano nei panni di quei rom e sinti che da due o anche tre generazioni non conoscono altro modo di vivere che quello che "offrono" i campi. Di quei rom, figli di immigrati ma nati in Italia, che dopo esser stati costretti a vivere in campi abusivi non si vedono riconosciuto il diritto alla cittadinanza e vivono da dieci, quindici anni - loro, i loro figli e presto anche i nipoti - nella condizione inumana di sans papiers. Provino i ministri, i politici a mettersi nei loro panni: forse allora si renderanno conto che non si tratta di soggetti pericolosi per l'ordine pubblico, come molte circolari ministeriali fanno ancora intendere, ma di persone prive di potere e armate, questo sì, di molto coraggio e di tanta, infinita pazienza. Se lo facessero, se in molti lo facessero, forse si accorgerebbero che la visione che dei rom e dei sinti hanno ancora troppe persone, e specialmente troppi tra i nostri governanti, è assurda, coloniale, razzista, ormai del tutto improponibile e che è ora di cambiarla, prima che sia troppo tardi sia per loro che per noi. Urge, quindi, una seria campagna contro le discriminazioni, come richiesto anche dall'Ecri, la Commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza. È necessario che l'Unar, l'Ufficio contro le discriminazioni razziali, che ora dipende dal ministero per le Pari opportunità ottenga una reale ed effettiva indipendenza e sia dotato dei mezzi e del potere di prendere posizione anche contro enti locali e gli istituti governativi, se necessario. È urgente dare ai rom e ai sinti che sono da sempre cittadini italiani i mezzi per avere più ampie rappresentanze negli organi di amministrazione.

LA STRADA DA SEGUIRE

A Firenze si sta verificando qualcosa di abbastanza significativo. Nel territorio vi sono circa 200 famiglie di rom, provenienti dalla ex Jugoslavia, equivalenti a poco più di mille persone. Negli anni Novanta, quando i campi di Firenze erano favelas senza i benché minimi servizi che li rendessero anche temporaneamente accettabili, quando presentarsi al lavoro dando come indirizzo il "campo nomadi" voleva dire venir cacciati in malo modo, quando non passava giorno senza che apparissero articoli che lamentavano la presenza dei "nomadi" - descritti sempre come sporchi, ladri, infingardi -, quando nessun bar avrebbe mai servito uno di loro, il numero dei rom nel carcere di Sollicciano variava tra le trenta e le quaranta unità, con una buona percentuale di donne condannate per piccoli furti. Oggi, quando ogni famiglia rom ha almeno un membro che lavora, quando due terzi dei campi sono stati eliminati e sostituiti con villaggi relativamente decenti, quando più di sessanta famiglie vivono in appartamenti, il numero dei nuovi ingressi in carcere di rom provenienti dal territorio fiorentino è sceso a poche unità, equivalente in percentuale a quello dei non rom. Questo è il risultato di un rapporto costante intrattenuto con i campi da alcuni amministratori, i quali hanno capito che la soluzione dei problemi che affliggono questa popolazione e di riflesso l'ordine pubblico consiste nella collaborazione delle istituzioni con i rom e non nella trasformazione della loro psicologia, della loro cultura, delle loro tradizioni cosiddette nomadi. È un dato locale che però può indicare la strada maestra per il futuro: sempre che ci sia qualcuno disposto a seguirla.

IL PERICOLO DEL DIFFERENZIALISMO

La storia della presenza dei rom e dei sinti in Italia, e dei movimenti nati per dare al loro futuro una direzione degna di un paese civile, passa per molti tentativi e delusioni, ma specialmente per una lenta maturazione culturale degli italiani che, come parte di una società maggioritaria, si sono confrontati con la questione. Sottolineo: degli italiani (a cominciare dal sottoscritto, uno dei tanti che dagli anni Ottanta frequenta i campi), non dei rom o dei sinti. Lo scoglio da superare, per molti ancora oggi, è quello del paternalismo, di un certo differenzialismo culturale per così dire soft (più pericoloso delle contestazioni tipo Opera), che dietro la pretesa di difendere le differenze in realtà le sottolinea, al punto da impedire qualsiasi possibilità di discutere, anzi di intravedere, le offese ai diritti. Diritti che non possono, per definizione, essere differenti e che sono a fondamento dell'individualità e della possibilità di difendere la propria cultura da parte di chiunque, se, quando e come vuole. Il non partire dai diritti porta, per forza di cose, a una forma di colonialismo. Il discorso vale tanto per le destre quanto - e forse è meno ovvio - per le sinistre. Scriveva già nel 1992 René Gallissot: "Il fatto che la sinistra sia passata o passi dall'assimilazionismo alla differenza, ritenuta da privilegiare e definita come segno e linea di separazione, è una concessione al nazionalismo dominante che enfatizza la distinzione tra ciò che è nazionale, europeo o occidentale e ciò che è straniero, incompatibile perché estraneo a tale mondo. È indubbio che lo scivolamento si realizza mediante la deriva in un culturalismo che si compiace delle specificità, dell'identità o dell'etnicità. Ma le differenze si costituiscono come distanze e le distanze diventano insuperabili" (2). Un differenzialismo da cui è nata tra l'altro, negli ultimi tempi, l'assurda proposta di un "patto di legalità e socialità" tra rom e amministrazioni, patto che, nella realtà, scaricherebbe le amministrazioni da ogni responsabilità.

ASPETTIAMO PASSI RISOLUTIVI

Ora aspettiamo passi seri da parte degli organi centrali dello Stato, tali da risolvere quanto accertato dal Comitato europeo per i diritti sociali. Il Comitato infatti ricorda che " […] anche se, in conformità alle normative interne, le autorità locali o regionali, i sindacati o le organizzazioni professionali sono responsabili dell'esercizio di funzioni particolari, gli stati facenti parte della Carta continuano a essere responsabili, in base a obblighi internazionali, che tali responsabilità siano affrontate in maniera corretta (Errc contro la Grecia, Reclamo No. 15/2003, decisione in merito del 8 dicembre 2004, §29). Quindi la responsabilità ultima dell'implementazione di politiche che almeno comprendano la supervisione e la regolamentazione di azioni locali risiede presso lo stato italiano. Inoltre, in quanto firmatario della Carta revisionata e parte contro cui vengono mossi dei reclami, il governo deve essere in grado di mostrare che sia le autorità locali sia esso stesso hanno preso le misure necessarie per assicurare che l'azione locale sia effettiva". Il 14 febbraio scorso, durante una riunione al ministero degli Interni organizzata dalla sottosegretaria Marcella Lucidi, la stessa ha avanzato un'idea che, alla luce di quanto è sempre stato l'atteggiamento del governo verso i rom e i sinti, fa sperare che qualcosa cominci a muoversi: quella di far organizzare dallo stesso ministero degli Interni per l'8 aprile, giornata internazionale del popolo rom e sinto, un incontro pubblico tra rom, sinti e rappresentanze di ogni ministero per affrontare i problemi che questi incontrano nel nostro paese. Dopo la crisi di governo il progetto sembra sia stato rimandato, forse cancellato. Peccato: sarebbe stato un segno di rispetto straordinariamente forte, doveroso, sia nei confronti dei rom e dei sinti, sia di coloro che li considerano un popolo senza diritti.

NOTE

(1) Vedi anche Francesco Codello, Modelli fallimentari; "A" rivista anarchica, anno 37, n° 3, marzo 2007. (2) René Gallissot, Razzismo e antirazzismo: la sfida dell'immigrazione, Edizioni Dedalo, Bari, 1992.