Osservazioni Editoriali, notizie e analisi su ciò che accade dentro e fuori le nostre città; una raccolta di tutte le più ampie sfaccettature della discriminazione. Una prima fase di indagine, il punto di inizio del processo di ricerca azione.

Ordinarie emergenze partenopee

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01 giugno 2008, di Francesca Saudino

In una Napoli invasa dall’immondizia con strade e marciapiedi inondati dai sacchetti, con i blocchi stradali, le colonne di fumo nero ecc, il 13 maggio 2008 scoppia l’ “emergenza rom”. Sembra l’inferno. Nessuna delle due “emergenze” è ovviamente un’emergenza ma il frutto di politiche sbagliate e/o di mancati interventi programmatici. Nemmeno a farlo a posta ancora una volta i “rifiuti” sono accomunati.

I fatti di questi giorni
Una donna accusa una ragazza rom di aver tentato di rubare sua figlia nel quartiere Ponticelli, la ragazza rom viene aggredita e rischia il linciaggio da parte di un gruppo di cittadini napoletani, la polizia ferma la ragazza che viene poi portata nel carcere minorile di Nisida.
L’episodio rimbalza sui media nazionali, cresce l’isteria per lo zingaro che ruba i bambini, un gruppo nutrito di persone di Ponticelli attacca i campi abusivi del quartiere, ci sono episodi di aggressione fisica e verbale, vengono lanciate molotov incendiarie e alcune baracche prendono fuoco. I rom si rintanano tutti in due campi, alcune volanti della polizia (poche) presidiano l’area. Sul luogo, alle 14 del 13 maggio c’è Michele Cocuzza per girare “la vita in diretta”. Si scatena il putiferio, in presenza della polizia vengono lanciate altre molotov e i campi continuano a bruciare. La folla è inferocita. I rom sono terrorizzati e reclusi. La polizia presidia i campi. La folla di napoletani controlla la polizia. I rom devono andare via.
Arriviamo in serata e un poliziotto ci dice: “siamo rassicurati dalla vostra presenza, fino ad ora non si è visto un politico”. Alcune ore di discussione sul da farsi, arriva la protezione civile, “non ci sono soluzioni, né tende provvisorie, né chiese, né altro”, dicono. Non c’è spazio dove metterli al sicuro. Devono andare via (tutti d’accordo!). La protezione civile scorta la maggior parte dei rom fino alla baraccopoli del quartiere vicino. Alcuni (circa 15) vengono portati nel centro ex scuola Deledda. I rom vanno via con i loro Ape, la folla inveisce e grida: “abbiamo vinto, abbiamo vinto, via, via, dovete andare via”. Nessuno viene fermato.
Il giorno dopo continuano gli incendi dei campi vuoti, i pochissimi rom presenti in un campo un po’ appartato vanno via. Appare una manifesto a firma del Partito Democratico “via gli accampamenti rom da Ponticelli”. A Ponticelli non ci sono più rom.

Edilizia di Ponticelli
L’area dove sorgevano i campi è l’area interessata al PRU (programma di recupero urbano): 67 milioni di euro sono disponibili per un intervento di riqualificazione dell’area. Se i lavori non inizieranno il 4 agosto di quest’anno questi soldi andranno persi. La questione ha una storia vecchia di un po’ di anni, ci sono state già gare d’appalto, andate deserte. Perché? Quello che ha fatto cambiare il corso delle cose di recente, forse, è il fatto che sia aumentata la percentuale destinata all’edilizia privata (40%).

Un passo indietro.
Il 3 maggio all’auditorium di Scampia si tiene un incontro importante organizzato dal “comitato per lo spazio pubblico”, un comitato cittadino composto sia di italiani che di rom che riflette sugli spazi pubblici e sull’utilizzo partecipato degli stessi. L’incontro si intitola “Asunen Romanen/Sentiteci Gente”, un gruppo di rom dei campi di Scampia si costituisce in associazione, l’incontro è pensato per farsi conoscere dalla città con alcune iniziative culturali, uno spettacolo autorganizzato dai rom, un gruppo musicale, un gruppo di ragazzi di Scampia che organizza lo spettacolo su S. Giorgio, da sempre il santo dei rom, il tutto nell’auditorium, uno spazio pubblico reso fruibile dalle persone. Ma l’incontro è anche un confronto con alcuni attivisti rom, Nazzareno Guarnirei, rom abruzzese e neoeletto presidente della Federazione Rom e Sinti Insiem e Demir Mustafà, rom macedone che vive da anni in Toscana. E’ un confronto tra rom e non rom sulle strade da intraprendere per dialogare e far sentire la propria voce. Il risultato è una critica netta all’intervento assistenziale che ha contraddistinto le politiche rispetto ai rom negli ultimi 30 anni, un rifiuto dei campi, un invito alla partecipazione e l’idea di pensare insieme alla trasformazione degli spazi, nell’interesse di tutti.
A Napoli ci sono migliaia di rom in baraccopoli ed un unico campo autorizzato situato tra un carcere ed una strada a scorrimento veloce.

Resoconti e prospettive
Evidentemente le politiche nazionali e locali sui rom e sulla convivenza attuate fino ad ora non hanno portato risultati significativi. Negli ultimi tempi la situazione si è aggravata perché la destra ha costruito la campagna elettorale sull’odio razziale, in particolare contro i rom e per la sicurezza (di chi?) e la sinistra l’ha seguita sullo stesso tema, balbettando. Ha vinto la destra e ora dovranno dare seguito alle promesse. 
La questione è complessa ma necessita di scelte decise. I piani sono vari, c’è la questione dei rom dei loro diritti e del contrasto della discriminazione contro di loro, c’è la questione della democrazia, c’è la questione economica, c’è la questione della convivenza, c’è la questione degli spazi lottizzati. Ce ne sono tante altre. Da dove partire per dipanare la matassa?
Il principio di uguaglianza e di non discriminazione, espresso con chiarezza all’art. 3 della Costituzione italiana, richiamato da molte norme dell’ordinamento interno e da quelle di rango sovranazionale, impone il trattamento paritario delle persone, per tutti gli aspetti del vivere: dalla casa, alla scuola, al lavoro ecc; oltre a ciò lo Stato ha il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale all’uguaglianza. 
In questo senso è automaticamente illegittimo pensare soluzioni abitative con parametri al di sotto degli standard valevoli per tutti, come i campi; è illegittimo pensare a classi scolastiche differenziali, è illegittimo pensare e dichiarare di voler allontanare coattivamente un intero gruppo appartenente ad una nazionalità o ad una “razza” e via dicendo ed occorre pensare politiche che colmino il gap socio-economiche di chi non riesce, a causa di pregiudizi, difficoltà e quant’altro, ad accedere al mondo del lavoro, quindi ad avere un titolo regolare di soggiorno, alla casa ecc ecc.
Se centinaia di rom vivono da 30 anni (o anche da 5) in un quartiere, fanno parte della popolazione di quel quartiere indipendentemente dal fatto che siano nati da un’altra parte, che siano italiani o stranieri, che siano rom o non rom, pertanto una politica di amministrazione del territorio deve tener conto degli interessi, dei bisogni di tutti.
Non solo non è possibile pensare che la soluzione sia “cacciarli tutti”, perché questo è vietato dalla legge, ma non si tratta neppure semplicemente di fare fronte ad una emergenza umanitaria. Si tratta di mettere in campo strategie efficaci di lungo periodo che permettano l’avvicinamento delle persone ed una vita dignitosa per tutti. E’ anacronistico pensare a soluzioni definite temporanee ed emergenziali, perché non solo non si tratta di un’emergenza ma sappiamo già che la “temporaneità” non esiste nella prassi degli interventi pubblici.

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