Osservazioni Editoriali, notizie e analisi su ciò che accade dentro e fuori le nostre città; una raccolta di tutte le più ampie sfaccettature della discriminazione. Una prima fase di indagine, il punto di inizio del processo di ricerca azione.

In attesa del superamento, l'abbandono. Brevi note dai campi-nomadi romani.

L’implosione del sistema "di accoglienza" romano avviene, come spesso accade in Italia, per via giudiziaria. Ma se si prova a rovesciare il punto d’osservazione appare evidente che questo sta significando il totale abbandono a se stessi di chi in quel sistema è stato inserito a forza.

Ruspa a via di Salone, foto di Samir Aljia
07 luglio 2016, di Ulderico Daniele

Anche dalla prospettiva, limitata ma significativa, delle politiche per i rom l’elezione di Virginia Raggi a sindaca di Roma appare come un elemento di radicale novità che di certo investirà tutto il mondo all’interno del grande raccordo anulare, ma potrà anche influenzare lo scenario nazionale. La vittoria del Movimento Cinque Stelle arriva infatti in un momento in cui il “sistema campi-nomadi” sembra prossimo alla implosione, e se questo sistema a Roma ha assunto caratteristiche e forme davvero straordinarie, anche in diverse città italiane ritroviamo all’opera le stesse logiche.

L’implosione del sistema romano avviene, come spesso accade in Italia, per via giudiziaria. Proprio il giorno dopo la vittoria dei pentastellati, i verbali dell’inchiesta “modello 21” gettavano nuova luce sulla sistematica corruzione che nella capitale accompagna la gestione degli insediamenti in cui i rom sono stati concentrati e segregati ormai trent’anni fa.

Questa nuova inchiesta sembra completare l’immagine, peraltro già assai chiara, emersa dai verbali di Mafia Capitale.

Oltre ad una serie di figure del mondo della politica romana, molte delle quali già nelle carte di Mafia Capitale, in questa nuova inchiesta sono coinvolti diversi esponenti del mondo dell’associazionismo e delle cooperative, fra cui alcune figure storiche da anni protagoniste delle politiche cittadine per i rom e della gestione di fondi e risorse pubbliche. Accanto a loro figurano poi alcuni cosiddetti “rappresentanti rom”, personaggi che spesso andavano a braccetto con i presidenti di associazioni e cooperative sia sulle scene della politica che nella gestione di servizi e appalti destinati ai campi-nomadi. Di certo le rivelazioni della magistratura gettano, se possibile, ancora altro discredito sul lavoro sociale e sull’attivismo dei rom, e colpiscono anche coloro che in questi anni, pur lavorando dentro il “sistema campi-nomadi”, non ha né commesso reati né si è arricchito. Ma la capacità di penetrazione e di perversione di questo sistema che raccoglie affaristi, imprenditori del sociale e “rappresentanze rom” appare decisamente più sconcertante se si pensa che alcune delle figure coinvolte nelle indagini erano state solo pochi mesi fa accreditate come interlocutori e facilitatori per l’implementazione della Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom a Roma.

Un ruolo centrale nel “sistema campi-nomadi” lo svolgono infatti quelli che dovrebbero essere i servitori dello stato: nei verbali figurano alcuni Vigli Urbani, ma soprattutto dipendenti e dirigenti della pubblica amministrazione, in particolare di quel Dipartimento per le politiche sociali a cui afferisce l’Ufficio Rom e Sinti della capitale, la struttura amministrativa che gestiva la quota maggiore di responsabilità e risorse nei confronti dei rom e che oggi risulta praticamente decimata visto che l’intero organico è direttamente o indirettamente coinvolto nelle vicende giudiziarie.

La situazione determinata dal sovrapporsi di scandali ed inchieste, il vero e proprio repulisti che ha fatto scomparire molti dei protagonisti delle politiche per i rom a Roma, sembra allora davvero ideale per quel cambiamento radicale che, come da bibbia pentastellata, deve essere innanzitutto basato sull’onestà e la trasparenza.

Eppure, a guardare un poco più da vicino la situazione dei rom a Roma, si deve riconoscere che lo scenario non è caratterizzato soltanto dalla scomparsa di quelle strutture istituzionali o di quei gruppi di interesse che fino all’altro ieri avevano gestito questo sistema.

Se si prova, per un attimo, a rovesciare il punto d’osservazione e si distoglie lo sguardo dai palazzi delle istituzioni e dei tribunali per immettere in questi ragionamenti anche i rom e le loro vite quotidiane, si può, intanto, fare una scoperta sorprendente: per quando il “sistema campi-nomadi” sia vituperato ed indagato, i campi-nomadi sono ancora lì, con dentro migliaia di persone che li abitano, persone e vite che non sono state cancellate dalle sentenze e dalle indagini, ma che sono state direttamente colpite dalle conseguenze degli scandali più o meno recenti, così come dai tagli draconiani della spesa pubblica targati fiscal compact alla romana.

Allora, se davvero si vuole programmare un cambiamento radicale delle politiche, conviene forse prendere in considerazione anche qualche elemento dell’attuale scenario dei campi-nomadi, perché, mentre alla sbarra si ritrovano dipendenti comunali e referenti del terzo settore protagonisti della spartizione e del malaffare, negli ultimi mesi o forse anni, i campi-nomadi sono progressivamente stati abbandonati, fino a diventare in alcuni casi una vera e propria terra di nessuno, dove regna una forma di “autogestione” non proprio democratica e di certo non particolarmente funzionale all’inserimento sociale.

Ad esempio in alcuni insediamenti una serie di spazi e di strutture un tempo gestite dagli operatori sociali o dai Vigli Urbani, come le sbarre di accesso agli insediamenti, le chiavi dei locali in cui sono collocati i contatori o i container dove venivano realizzate attività sociali o didattiche, sono, diciamo così, finite in mano ad alcuni dei residenti che per pochi euro pagati sull’unghia e senza ricevuta dagli altri residenti svolgono “informalmente” le stesse attività di gestione, ovvero permettono (sigh) l’accesso o riallacciano i contatori o “assegnano” gli spazi abitabili disponibili, senza ovviamente, alcun mandato ne controllo istituzionale.

Un’altra conseguenza in realtà facilmente visibile della progressiva scomparsa di qualsiasi presidio istituzionale o del terzo settore all’interno degli insediamenti è poi l’immagine dei pulmini che dovrebbero trasportare bambini e ragazzi rom nelle scuole, e che invece, a parità di costo, viaggiano sempre più vuoti e desolati. Si nota forse meno, ma dovrebbe colpire allo stesso modo, la crescita esponenziale del numero degli assistenti sociali, sia quelli municipali, sia quelli incardinati nel sistema penale, che, in assenza di qualsiasi interlocutore, non mettono più piede all’interno degli insediamenti, troncando progetti e percorsi di inserimento sociale o lavorativo, ed incrementando, se ce ne fosse bisogno, il numero di misure carcerarie.

In assenza di altri referenti o responsabili, gli ultimi interlocutori gagè a lasciare i campi-nomadi sono le forze dell’ordine che, come avvenuto pochi giorni fa nell’insediamento di via Candoni, intervengono quando quel clima quotidiano di intimidazione e violenza che si respira all’interno dei campi-nomadi sfocia in aggressioni, risse e, per l’appunto, sparatorie.

Insomma, se lo si guarda dalla prospettiva di chi dentro i campi-nomadi ci vive, c’è poco da gioire del tanto desiderato abbattimento del “sistema campi-nomadi”, perché ad oggi questo cambiamento non ha significato in alcun modo un mutamento delle politiche per i rom, ne tanto meno un incremento delle possibilità di inserimento sociale. La chiusura di servizi e interventi dentro i campi-nomadi non è infatti avvenuta per via di un complessivo ripensamento delle politiche degli interventi, in linea con quello che la Commissione Europea ci chiede e che la ricerca scientifica da anni predica. Non sono questi i soggetti e le istanze che hanno prodotto cambiamenti, ma, come spesso avviene nel nostro paese, sono le forze della magistratura e le leve dei tagli di bilancio che hanno ridefinito lo scenario.

Se da domani si vorrà politicamente prendere in mano la questione, bisognerà allora considerare non soltanto il deserto di responsabilità politiche e di competenze amministrative creato dalle indagini e dall’applicazione su scala locale del fiscal compact, ma anche le pesanti macerie che oggi segnano il panorama dei campi-nomadi, a partire dai problemi storici legati al lavoro e alla scuola, per considerare poi quelli generati dalla crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni, assenti, e dell’associazionismo, che ruba i soldi per i rom…

Queste pesanti e ingombranti macerie costituiscono una delle sfide più complesse se davvero si vuole avviare un programma radicalmente innovativo di interventi per i rom; sono macerie pesanti e ingombranti che non possono essere rimosse facendo appello al semplice slogan sulla “chiusura” degli insediamenti, a meno che questo principio, sicuramente indiscutibile, non si traduca nella messa in campo della potente ruspa salviniana, con tutto il carico di violenza, abbandono e colpevolizzazione dei rom “che non si vogliono integrare” che possiamo facilmente prevedere.

La speranza è allora che la neoeletta giunta pentastellata voglia assumersi anche il compito di “superare lo slogan”, mettendo in campo un impegno serio e a lungo termine, in cui la chiusura degli insediamenti figura come primo passo, necessario ed urgente, di un percorso che deve avere come obiettivo l’effettivo inserimento sociale dei rom. Si tratta, come possono insegnare i complessi casi di Milano e Torino, di una strada sicuramente difficile, che per essere percorsa ha bisogno di risorse economiche consistenti, di impegni politici coerenti da parte degli amministratori locali e di istituzioni nazionali e locali disponibili al coinvolgimento e alla cooperazione. Una strada che sia il terzo settore romano sia l’associazionismo rom possono contribuire a costruire, di certo dopo aver ripulito le incrostazioni criminali, ma anche dopo aver affrontato le degenerazioni parassitarie e i protagonismi degli “uomini soli al comando” che in questi anni hanno soffocato il dibattito e strozzato qualsiasi percorso di alleanza.

Su questa strada si tratta di recuperare esperienze, competenze e saperi che in questi anni hanno condiviso e sviluppato critiche, ma anche visioni di possibile alternative al “sistema campi-nomadi”, a partire dagli stimoli e dalle risorse che sono arrivate dal mondo della ricerca. Nel nostro paese ormai da diversi anni una nuova generazione di studiosi affronta in maniera innovativa il campo dei Romani Studies, riformulando il tema delle identità e delle appartenenze a partire dai contesti e dalle interazioni fra gruppi rom e società locali, e sviluppando analisi che permettono di capire più a fondo le conseguenze, ma anche le possibilità, delle misure politiche messo in campo verso i rom. Si tratta di contributi essenziali perché, come testimoniano le parole di Piero Colacicchi, il problema del superamento dei campi-nomadi non si risolve soltanto guardando al malaffare, ma riconoscendo le conseguenze sociali e culturali che questo sistema ha prodotto fra molti rom, spinti a utilizzare a loro favore la separazione e a sfruttare tutte le forme di assistenza, e sui gagè.

Su questa strada la legalità e la trasparenza sono chiaramente risorse essenziali, ma non sufficienti, se davvero si vogliono superare con i rom le macerie sociali e culturali che trent’anni di campi-nomadi hanno creato a Roma.