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Un mondo di mondi-Reggio Calabria: "Partecipazione dal basso ed equa dislocazione"

Per il nostro "Giro d'Italia" questa volta andiamo a Reggio Calabria. Abbiamo intervistato Giacomo Marino, operatore sociale e presidente dell'associazione "Un Mondo di Mondi"

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25 maggio 2016, di Antonio Ardolino

Per il nostro “Giro d’italia” abbiamo intervistato Giacomo Marino presidente associazione “Un Mondo di Mondi” di Reggio Calabria.

- Giacomo, tu e la tua associazione siete impegnati da tantissimi anni al fianco della comunità rom reggina . Com'è la situazione attuale?

Il gruppo che rappresento opera, da circa 25 anni, per la difesa attiva dei diritti delle persone emarginate, in particolare delle comunità rom. Il suo territorio di intervento è quello della provincia di Reggio Calabria. L’azione dell’associazione ha come obiettivo principale la piena inclusione sociale delle persone emarginate attraverso l’esigibilità dei diritti fondamentali.L’associazione opera prevalentemente a favore delle comunità rom di cittadinanza italiana, ma negli ultimi 15 anni ha realizzato interventi anche a favore di persone non-rom di cittadinanza italiana e di persone e famiglie che provengono da altri paesi, tra i quali ci sono anche rom originari dei paesi dell’Europa orientale. Le situazioni sociali delle persone che si rivolgono all’associazione sono chiaramente diverse per l’eterogeneità degli aspetti sociali (status giuridico, provenienza nazionale, storia sociale etnia loro attribuita) che li riguardano.

Oggi, le comunità rom di cittadinanza italiana, grazie al percorso di equa dislocazione abitativa intrapreso circa 20 anni fa dai soci dell’associazione e dalle stesse famiglie rom, vivono in una condizione sociale migliore rispetto a quella degli anni Novanta. Nonostante il miglioramento registrato, dovuto alla riduzione dei “campi rom” e al percorso di inclusione avviato anche nei settori dell’occupazione e dell’istruzione, la maggioranza delle famiglie rom risulta ancora vivere in una condizione di esclusione sociale rispetto alla comunità maggioritaria reggina. Si può dire che il percorso di inclusione è stato avviato con discreti effetti, ma c’è ancora della strada da fare.

Per le persone non rom i risultati ottenuti nel settore dell’inclusione abitativa hanno prodotto maggiori esiti rispetto a quanto è avvenuto con i rom, perché subiscono una minore pressione discriminatoria.

Per quanto riguarda le persone che provengono da altri paesi, sia rom che non rom, la loro condizione sociale è quella problematica dei “migranti” che in generale è segnata dall’ emarginazione sociale, ma presenta anche dei casi di inclusione. Nel territorio della provincia di Reggio Calabria, per le specifiche dinamiche migratorie ma anche per la lotta condotta contro il “sistema campo”, non si è costituito un “campo” con le persone di cultura rom provenienti da altri paesi. Invece, questo è avvenuto, negli anni passati, nella vicina città di Messina e nella città di Cosenza. Tuttavia, le condizioni abitative della gran parte delle famiglie rom provenienti da altri paesi, come di molti loro connazionali non- rom, è molto precaria perché spesso vivono in alloggi presi in affitto che non hanno i requisiti minimi di abitabilità e sono sovraffollati. Molti sono i rom e i non- rom comunitari ed extracomunitari che non hanno una regolare iscrizione anagrafica o il permesso di soggiorno. Queste persone, trovandosi in uno status giuridico di “irregolarità” a causa della legislazione vigente, non possono avere accesso ai servizi pubblici e hanno difficoltà anche nell’accesso alle cure sanitarie minime nonostante l’applicazione dei codici STP ed ENI da parte delle ASP locali.

- Quali sono stati, secondo te, i passaggi decisivi che negli anni hanno caratterizzato Reggio Calabria? Mi riferisco alle scelte, positive o negative, che l'amministrazione pubblica ha fatto in determinati momenti.

Nel territorio della provincia di Reggio Calabria, la principale scelta politica positiva fatta da alcuni comuni a favore delle famiglie rom di cittadinanza italiana è stata quella relativa al diritto fondamentale all’alloggio adeguato, la quale ha favorito l’esigibilità di altri importanti diritti (l’istruzione, l’occupazione, la salute, ecc..) . La scelta operata è stata quella dell’equa dislocazione abitativa delle famiglie rom, scelta che si contrappone al modello del concentramento abitativo di nuclei poveri, il quale riguarda i rom attraverso la politica specifica dei “campi”, ma più in generale riguarda le famiglie “povere” con la costruzione degli alloggi sociali concentrati nei quartieri popolari. Questa scelta è stata operata da tre comuni del territorio reggino in seguito ad una reiterata richiesta e una articolata azione di sensibilizzazione realizzate dagli operatori dell’associazione e dalle famiglie rom a partire dalla prima metà degli anni Novanta. Il comune di Reggio Calabria ha deciso di adottare questa politica abitativa per le famiglie rom con la delibera di consiglio comunale del 5 agosto 1999 e ha rinnovato questa decisione negli anni successivi con altre delibere di consiglio comunale. In seguito alla decisione del comune capoluogo di provincia , anche il comune di Melito di Porto Salvo ( comune della provincia di Reggio Calabria) nel 2002 ha adottato questa politica con una delibera di consiglio comunale e lo stesso ha fatto il comune di Gioia Tauro ( comune della provincia di Reggio Calabria) nel 2011. Alle delibere dei consigli comunali sono seguite le decisioni delle giunte e dei dirigenti di settore. Dopo gli atti amministrativi, questa scelta politica ha incontrato molti ostacoli (soprattutto nelle resistenze dell’opinione pubblica e di diversi politici) ma è stata ugualmente applicata producendo, fino ad oggi, tre importanti risultati diretti e indiretti:

  • l’equa dislocazione abitativa di circa il 35% delle famiglie rom di cittadinanza italiana della provincia e l’avvio del percorso di inclusione sociale di questi nuclei ;

  • il blocco del tradizionale modello abitativo del “campo rom”;

  • la sperimentazione della modifica della politica generale degli alloggi erp.

In riferimento al terzo risultato, bisogna dire che il lungo impegno nel settore dell’habitat non ha costituito solo un’ opportunità per le famiglie rom reggine, ma ha permesso di sperimentare una modifica pratica della politica generale degli alloggi popolari sotto due aspetti:

  • nel modello degli alloggi sociali, perché ha introdotto l’equa dislocazione abitativa come alternativa inclusiva al tradizionale modello ghettizzante del concentramento abitativo nei quartieri popolari e nei “campi rom”;

  • nella metodologia con cui si prendono le decisioni nella politica abitativa, perché ha messo in atto il coinvolgimento diretto degli abitanti (metodo bottom-up e nello specifico “rivoluzione abitativa” di A. Tosi) nel processo decisionale, mentre la tradizionale metodologia direttiva (metodo top-down) della politica abitativa non lo prevedeva.

 

Oltre alla scelta sull’abitare, un’altra azione politica positiva adottata dai comuni a favore delle comunità rom di cittadinanza italiana è stata quella dell’occupazione lavorativa. In seguito alle richieste avanzate dall’associazione e dai rom per il sostegno all’occupazione, il comune di Reggio Calabria nel 1995 ha finanziato un progetto per la costituzione di una cooperativa sociale finalizzata all’occupazione dei cittadini rom. L’associazione nel marzo 1996 insieme ad un gruppo di rom ha costituito la cooperativa sociale rom 1995 avviando un percorso strutturato per il lavoro. Nel 2001, il Comune di Reggio Calabria per dare seguito alla scelta fatta qualche anno prima, ha affidato alla cooperativa sociale rom 1995 la gestione dei rifiuti ingombranti della città. Questa scelta ha consentito ad un gruppo di giovani rom ( ma pure non-rom) di avere negli ultimi 16 anni un’occupazione regolare e di dimostrare concretamente la loro volontà di inclusione sociale.

Nel 2002 anche il comune di Melito Porto Salvo ha fatto una scelta simile affidando alla cooperativa sociale rom 1995 l’attività di spazzamento manuale delle strade. Anche questa attività durata per circa 10 anni ha garantito ad un gruppo di rom residenti nel comune di Melito Porto Salvo di avere un lavoro regolare .

Purtroppo queste scelte positive a favore dei rom, nate dall’impegno costante dell’associazione e degli stessi rom, sono state accompagnate da diverse scelte negative .

I tre comuni che hanno operato la scelta dell’equa dislocazione abitativa per le famiglie rom l’hanno applicata solo in parte, ed in alcuni casi l’hanno applicata male. Difatti non hanno compreso che questa scelta contiene il nuovo concetto di abitare (l’abitare legato all’ambiente abitativo e non solo alla struttura dell’alloggio) e una nuova politica degli alloggi sociali e quindi hanno continuato ad applicare anche il modello ghettizzante degli alloggi erp per quartieri ed in alcuni casi hanno applicato male l’equa dislocazione.

I comuni non sempre hanno accompagnato le loro scelte positive con una chiara condanna delle discriminazioni subite dai rom. In diverse occasioni le discriminazioni sono state incoraggiate utilizzandole anche come capro espiatorio per nascondere le negligenze politiche. Questo comportamento da parte delle istituzioni ha contribuito a rendere ancora più difficile l’applicazione dell’equa dislocazione abitativa, perché ha dato forza alle discriminazioni dell’opinione pubblica .

 

- Quanto pensi sia stato decisivo il protagonismo della comunità, o di alcune famiglie o di singoli in questi passaggi?

Il gruppo che rappresento, fin dagli inizi degli anni Novanta, ha deciso di applicare nei suoi interventi sociali il metodo rogersiamo (definito “approccio centrato sull’utente”) insieme al metodo dell’intervento di strada e della ricerca-azione. Secondo questa metodologia il coinvolgimento diretto e attivo dell’”utente” è fondamentale per una corretta analisi del problema trattato, e quindi per l’individuazione delle soluzioni possibili e l’applicazione delle stesse.

Per comprendere quanto sia stato importante il coinvolgimento diretto dei rom è sufficiente dire che è soprattutto grazie al loro coinvolgimento che l’associazione, nella prima metà degli anni Novanta, ha capito che il modello abitativo inclusivo è quello dell’equa dislocazione e che il modello del piccolo concentramento abitativo di famiglie (15-25 nuclei familiari), che era stato seguito e applicato nei precedenti 20 anni, aveva causato l’esclusione sociale delle famiglie. Grazie, soprattutto, al coinvolgimento diretto dei rom è stato possibile anche comprendere e sperimentare che la politica abitativa deve essere modificata non solo nel modello abitativo degli alloggi ( dal concentramento all’equa dislocazione), ma anche nel metodo con cui si prendono le decisioni della politica, passando dal metodo top down a quello bottom-up, ossia da quello direttivo in cui si decide tutto dall’alto a quello che prevede il coinvolgimento degli abitanti nelle decisioni da prendere (“rivoluzione abitativa” di A. Tosi). La ricerca che ha accompagnato il coinvolgimento diretto dei rom ha permesso di comprendere che quello è stato proposto e sperimentato con questo gruppo di abitanti esprime il nuovo concetto di abitare, il diritto fondamentale dell’alloggio adeguato definito dagli organismi internazionali, le dinamiche del capitale sociale e la costruzione di territori secondo il paradigma del mix etnico-sociale. Ma senza l’input offerto dal coinvolgimento diretto degli abitanti rom la ricerca non avrebbe avuto gli elementi empirici iniziali per fare i necessari approfondimenti.

Si può concludere dicendo che la comunità rom, che per decenni nel territorio reggino è stata duramente emarginata, ha restituito allo stesso territorio la possibilità di modificare la politica abitativa generale a vantaggio di tutta la popolazione .

- Quali pensi siano, invece, i passaggi cruciali del prossimo futuro?

Per il prossimo futuro i passaggi cruciali dell’associazione saranno:

  • continuare l’azione di denuncia per l’attivazione della piena legalità nel settore degli alloggi erp;

  • proporre una nuova politica abitativa come costruzione di territori pienamente inclusivi;

  • sviluppare nuove idee per l’occupazione lavorativa in modo da contrastare l’altissimo tasso di disoccupazione esitente nel territorio ed in particolare nelle comunità rom;

  • continuare l’attività di comunicazione per sostenere le denunce, le proposte e per dare voce alle persone emarginate.

 

 

- La tua associazione locale è tra le più ricche di esperienza in Italia. Ci fai una breve storia?

Nella prima metà degli anni Novanta un gruppo di giovani ( allora lo eravamo) ha cominciato ad operare attivamente nella Sezione Opera Nomadi di Reggio Calabria, che era nata circa 20 anni prima dall’iniziativa di un parroco di periferia. Questo gruppo di giovani impegnandosi direttamente accanto alle famiglie del campo rom dell’ex Caserma Cantaffio nella città di Reggio Calabria, ha coinvolto attivamente i rom nelle azioni dell’associazione. Questo modo di operare ha portato ad un cambiamento radicale all’interno dell’associazione, sia nel metodo di lavoro che nelle stesse proposte avanzate alle istituzioni pubbliche. Le modifiche hanno causato diversi contrasti con i soci più anziani che guidavano la Sezione locale da tempo e che avevano seguito altri metodi e altre proposte. Mentre è andata avanti la proposta dell’equa dislocazione abitativa nata dagli stessi rom, il contrasto interno all’associazione è diventato sempre più insanabile per la necessità di assumere decisioni definitive nei vari settori del sociale. Nel 1999 l’Opera Nomadi nazionale è intervenuta per trovare una soluzione . Il gruppo dei soci più giovani ha ottenuto la maggioranza nell’assemblea della Sezione locale e quindi ha assunto la guida dell’associazione, mentre i soci anziani hanno deciso di lasciare l’ente.

Dal 1999 i soci più giovani hanno continuato le loro azioni sociali accanto alle famiglie rom nei diversi settori del sociale in completa autonomia rispetto all’ente nazionale e ottenendo diversi risultati nei settori dell’abitare, dell’occupazione e dell’istruzione.

Nel 2014 l’Opera Nomadi nazionale, guidata da Massimo Converso, ritenendo incompatibili le azioni della Sezione locale di Reggio Calabria ( in particolare le denunce fatte a favore dei rom e i rapporti intrapresi con altre associazioni) rispetto all’operato dell’ente nazionale, ha deciso, unilateralmente, l’espulsione dell’intero gruppo dei soci della Sezione sostituendolo con un gruppo di persone che non si era mai occupato di questo tema sociale. L’espulsione è stata gradita ed appoggiata da istituzioni ed enti reggini che nel corso degli anni non hanno mai accettato il modo di operare attuato dal gruppo di soci che ha cambiato lo “stile” di azione della Sezione.

Il gruppo “espulso” ha però continuato il proprio operato accanto alle comunità rom . Nel novembre 2014 il gruppo si è costituito come associazione no profit con un proprio statuto adottando, in un primo momento, il nome di “Opera Nomadi Reggio Calabria”, ma nel febbraio 2016 ha deciso di cambiarlo in “Un Mondo di Mondi”, per una maggiore coerenza con il proprio operato e per evitare ogni possibile confusione con l’altro ente.

 

- Quello del ruolo e delle evoluzioni dell'associazionismo è una questione molto dibattuta in questo momento. Che ruolo credi che debba avere, oggi,  il cosìdetto “associazionismo pro-rom”? E quale quello rom? E quanto credi che questa sia una differenza da mantenere o da superare?

E’ una domanda molto delicata alla quale rispondo esprimendo il mio parere professionale di operatore sociale di strada. Ritengo che sia necessario definire bene il tipo di ruolo che l’associazione intende ricoprire. Se si tratta di un ruolo di contrasto delle problematiche sociali, la questione prende una via ben diversa rispetto a quella che si potrebbe adottare considerando un ruolo di esclusiva promozione della cultura di un gruppo. Nel caso in cui l’ente decida di ricoprire il ruolo di contrasto delle specifiche problematiche sociali che interessano le persone di un gruppo etnico ( o persone che non fanno riferimento ad alcun gruppo etnico) , la necessità principale dell’associazione dovrebbe essere quella di avere al suo interno soci e operatori sociali che abbiano la formazione e l’ esperienza professionali necessarie per affrontare quelle problematiche sociali specifiche e per coinvolgere gli utenti finali. Per questo ruolo è irrilevante l’appartenenza etnica degli operatori, mentre ai fini del superamento effettivo delle problematiche sociali è di fondamentale importanza la loro formazione ed esperienza specifiche e l’attivazione dei processi di coinvogimento degli utenti.

Mi spiego meglio. L’irrilevanza dell’etnia di appartenenza degli operatori o dei soci rispetto alla loro preparazione è dovuta al fatto che il coinvogimento degli utenti finali (nel nostro caso i rom) nelle decisioni da prendere per affrontare le loro problematiche sociali deve essere operata in modo diffuso, attraverso l’applicazione di una adeguata metodologia sociale (metodo rogersiano, approccio di strada, ecc..), perché il coinvolgimento non si ottiene avendo nelle associazioni operatori sociali o soci della stessa etnia degli utenti. Nel corso degli anni, a mio parere, è stato commesso l’errore di pensare che il processo di coinvolgimento degli utenti rom nelle decisioni da prendere per contrastare le loro problematiche sociali venisse assicurato da operatori e soci rom presenti nelle associazioni o ancora meglio da associazioni composte solo da rom. Seguendo quest’idea è stata privilegiata l’appartenenza etnica degli operatori o dell’intera compagine associativa e non si è data l’importanza necessaria alla preparazione specifica degli operatori e dei soci e all’attivazione dei processi di coinvolgimento degli utenti finali nelle decisioni di politica sociale che li riguardano. A mio parere questo errore è dovuto all’”approccio etnico” che continua a fare da padrone nella cosidetta “questione rom”. Il risultato è stato che sono molto rari i casi di effettivo coivolgimento degli utenti rom nelle politiche che li riguardano e di questo se ne discute molto poco anche in relazione alla Strategia nazionale per l’inclusione dei Rom Sinti e Camminanti. E’ anche vero che questo è un problema che non riguarda solo gli utenti rom, ma interessa più in generale tutte le fasce deboli della popolazione e la gestione delle politiche sociali che continua ad avere un approccio quasi esclusivamente “direttivo”. Per spiegare ancora meglio il mio punto di vista sul “coinvolgimento attivo dell’utente” riporto l’esperienza dell’associazione “Un Mondo di Mondi” e una specifica problematica sociale affrontata dall’ente . L’associazione è oggi composta da 11 soci, dei quali 6 sono rom e 5 sono non-rom. Alcuni dei soci rom sono operatori sociali che hanno maturato, nel corso degli anni, una discreta esperienza all’interno del gruppo. Per l’associazione la presenza di 6 soci rom non costituisce un coinvolgimento degli utenti finali rom per le diverse e specifiche problematiche sociali che l’ente affronta, né costituisce una “rappresentanza” della comunità rom. Per l’associazione si tratta di soci che come gli altri si impegnano nell’attuazione di tutte le azioni dell’associazione, compresa quella del coinvolgimento attivo degli utenti, offrendo la loro esperienza ed il loro punto di vista. Da tempo l’associazione si sta impegnando per l’inserimento abitativo in equa dislocazione di 23 famiglie rom che vivono nell’ultima baraccopoli etnica localizzata in un quartiere della città di Reggio Calabria. Le iniziative assunte dall’associazione per raggiungere questo obiettivo sono state sviluppate con il coinvolgimento di quella parte dei membri delle 23 famiglie rom che hanno voluto intraprendere il percorso “dal basso” proposto dall’associazione a tutti i nuclei; ma nel processo di coinvoltimento i 6 soci rom dell’associazione non sono stati considerati come “rappresentanti” delle 23 famiglie, pur essendo appartenenti allo stesso gruppo culturale.